Friederich Dürrenmatt, lo scrittore che sconvolse le regole del romanzo giallo

Dürrenmatt è stato un grande scrittore che, nel suo prolifico percorso letterario, ha incontrato il genere detto in Italia “giallo” e ne è diventato il più geniale distruttore, se è vero che lui stesso ha inserito come sottotitolo a La promessa “un requiem per il romanzo giallo”.
Il giallo, infatti, per definizione ha una struttura precisa che spesso si insegna, come metodo logico-narrativo, anche nelle scuole secondarie. Si parte dal crimine: delitto, rapimento, furto, rapina… E poi si procede a ritroso per individuare il movente e arrivare a capire come si sono svolti i fatti e chi ne è responsabile.
C’è sempre qualcuna/o che investiga, talvolta in maniera casuale e improvvisata (poliziotta/a, anatomopatologa/o, avvocata/o, persino monaco o sacerdote o personaggio realmente esistito, di solito con un/a aiutante) e qui le tipologie si fanno davvero varie: da Dupin a Holmes, da miss Marple a Poirot, per arrivare ai noti protagonisti della narrativa italiana contemporanea: Montalbano, Schiavone, Ricciardi (e moltissimi altri), ai quali fortunatamente si è unita una ampia schiera di procuratrici, giornaliste, investigatrici private, mediche, assistenti sociali, libraie, donne per lo più indipendenti, decise e simpatiche, senza timori reverenziali verso i colleghi maschi.
Basilari, nel procedimento delle indagini, sono le prove che forniscono indizi, ma anche “falsi” indizi, quindi le piste tracciate possono portare alla conclusione, ma anche essere fuorvianti. Ci sono poi le testimonianze che, più o meno in buona fede, forniscono il proprio contributo.
Il finale, nel giallo “classico”, rappresenta il trionfo della giustizia: il/la colpevole è individuata/o e punita/o, le persone ingiustamente accusate sono di nuovo libere, tutto torna, insomma; il bene ha vinto.

Che cosa fa invece il grandissimo svizzero di lingua tedesca Dürrenmatt, con la sua penna acuta, feroce, spietata? Crea un congegno perfetto, almeno all’inizio: il bravo poliziotto promette a due genitori disperati che troverà l’assassino della figlioletta e comincia a indagare. Tutte le prove che raccoglie in maniera certosina, con intuizioni straordinarie, conducono in una direzione, finché fa qualcosa di anomalo: trova un’esca vivente, una bambina che possa attirare il predatore. Ma il meccanismo si inceppa: l’uomo non arriva, eppure lui sa di aver ragione. La vita di Matthäi sarà devastata nell’attesa assurda che l’assassino, prima o poi, si presenti e lui possa dire finalmente di aver mantenuto la promessa. Il caso invece, crudele, era intervenuto e quel colpevole, che pure era in macchina sulle tracce della preda, non potrà mai arrivare all’appuntamento. L’epilogo ci lascia con l’amaro in bocca, nel racconto accorato di un testimone, il dottor H. Non ci sentiamo per niente appagati/e; l’imprevisto, l’assurdo, la follia hanno avuto il sopravvento sulla consolante razionalità.

D’altra parte, questa è la cifra stilistica di Dürrenmatt, sia che scriva gialli come i magistrali Il giudice e il suo boia (1952) e Il sospetto (1953), sia che adotti maggiore leggerezza e gusto per il paradosso, come in Greco cerca greca (1955) e Morte della Pizia (1976), sia infine che intrecci trame più grottesche, ma dal finale tragico come in La panne (1956) e La caduta (1971).

Anche quando compone radiodrammi e opere teatrali (Il complice, La dilazione, Il matrimonio del signor Mississippi, I fisici) risulta graffiante perché la sua visione del mondo non è mai consolatoria, tutto quanto accade è assurdo e crudele, gli esseri umani — confusi e contraddittori — sono pedine del caso, la società è malata, anche quella svizzera, così apparentemente ordinata ma in realtà falsa, opportunista, ipocrita.

Sarah Ferrati nel ruolo di Claire

Significativa è la trama della celebre pièce La visita della vecchia signora (1956), grande successo sui palcoscenici italiani di Sarah Ferrati, Adriana Innocenti, Isa Danieli. Indifferenza, amoralità, scetticismo, avidità smascherano una piccola comunità basata sull’inganno e la bugia: Claire, la signora che arriva da un remoto passato, ora è ricchissima e vuole la rivincita sulla cittadinanza che un tempo la condannò. Darà molti soldi, ma in cambio vuole la morte del suo seduttore. Dopo iniziali tentennamenti, il denaro fa gola e ci si avvia all’epilogo tragicomico: tutto si può comprare, anche la vita di un uomo.

Spesso apparentato con Brecht e Grass per la vena satirica e la critica sociale, a Kafka per l’assurdità di molte situazioni, ma direi anche a Böll e Frisch per l’ironia feroce e lo sguardo persino divertito, Dürrenmatt ha dichiarato di sé: «Mi trovo sempre a ridere dove gli altri non ridono affatto, e viceversa. La frattura fra come l’uomo vive e come potrebbe vivere diventa sempre più ridicola. La nostra è un’epoca del grottesco e della caricatura».

Sono passati giusto trent’anni dalla sua morte, avvenuta a Neuchâtel il 14 dicembre 1990, e cento dalla sua nascita, ma non si può negare l’attualità delle sue parole. È stato uno scrittore scomodo, politicamente impegnato anche se mai marxista, che ebbe comunque grande notorietà e prestigio internazionale, tanto che nel 1964 fu candidato al premio Nobel, vinto poi da Sartre; oggi appare un po’ dimenticato.
Quest’anno è stato ripubblicato da Adelphi Il giudice e il suo boia (in Italia tradotto nel ’60) e Giancarlo De Cataldo ne ha dato notizia (Ma come è anarchico Dürrenmatt, “la Repubblica”, 18 aprile 2020) sottolineando i meriti dell’autore dallo spirito “anarchico”, libero, originale. Anche in questo romanzo le regole del giallo vengono abbondantemente sovvertite: nessuno è un eroe senza macchia, tutti gli esseri umani sono colpevoli di qualcosa (a tale proposito rileggete La panne, da cui Scola trasse nel 1972 il film con Alberto Sordi: La più bella serata della mia vita, un vero gioiello). Il protagonista qui è Bärlach, un vecchio poliziotto gravemente ammalato, solitario, a cui rimangono tre cose nella vita: bere, mangiare, fumare. Il suo metodo di indagine non segue le procedure, ma soltanto il suo intuito; conduce però una lotta disperata e fanatica in favore della Giustizia (con la G maiuscola) che non è di questa terra, è solo un’aspirazione che quasi sostituisce la fede religiosa. Diventa così giudice e boia al tempo stesso, visto che la legge non arriva fino in fondo e non mette ordine nel caos. Chiunque legga, poi, avverte l’inganno perché capisce che qualcosa — poco o tanto — le viene taciuto e dunque non può competere con chi compie le indagini.

Friedrich Dürrenmatt, Autoritratto, 1978

Dürrenmatt era nato a Konolfingen (regione dell’Emmental, cantone di Berna) il 5 gennaio 1921, figlio di un pastore protestante e di una donna discendente da contadini bernesi; fin da piccolo si racconta che fosse un vero personaggio: a soli due anni fu trovato a terra in pessime condizioni, ma il medico sentenziò che era “sbronzo marcio”.
Dopo una giovinezza inquieta e studi filosofici, prima a Zurigo poi a Berna, cominciò presto a scrivere opere di narrativa: racconti e testi per il teatro, da lui solitamente definiti “commedie” anche se trattano di morte, omicidi, elementi macabri visti però in un’ottica grottesca e anti-realistica.

Leggendario era il suo carattere: sprezzante di ogni regola e convenzione, talvolta violento, amante del bere, disordinato nell’abbigliamento, era tuttavia un moralizzatore sulla linea di Lutero e dello zio Ulrich, consigliere nazionale e giornalista conservatore.

Friedrich Dürrenmatt, Autoritratto, 1982

Fra gli anni Cinquanta e i Sessanta gli arrivò la fama letteraria a livello internazionale; in seguito, dalle sue opere furono tratti film e sceneggiati televisivi, alcuni di grande qualità e successo, e pure trasposizioni teatrali. Nel periodo successivo si occupò soprattutto di tematiche politiche e sociali che lo portarono in giro per il mondo.
Nel 1982 uscì in Italia un suo libro contenente saggi sul cinema, il teatro, la letteratura: Lo scrittore nel tempo. L’anno seguente ottenne il Premio di Stato austriaco per la letteratura europea, tre anni dopo il Premio Mondello.

Quasi al termine della sua vita, tenne due importanti conferenze: la prima in onore di Vaclav Havel intitolata Die Schweiz, ein Gefängnis? (it. La Svizzera, una prigione?) e l’altra in onore di Michail Gorbaciov, Kants Hoffnung (it. La speranza di Kant).

L’ultima pubblicazione fu il romanzo breve La valle del caos (1989)tradotto nel ’90, ambientato in un isolato villaggio di montagna dove ha sede il centro terapeutico “Casa della povertà”, luogo di riposo per milionari stanchi e stressati. L’autore stesso lo considerò il suo testamento poetico e spirituale, una nuova satira pungente dal finale apocalittico. «[Elsi] Guardò il bosco che ardeva, la parete di fuoco che divampava oltre la gola e che aveva inghiottito e inghiottiva ancora gli abitanti del villaggio. Sorrise. Natale, bisbigliò. Il bambino fece un balzo di gioia nel suo ventre». 
Alla morte lasciò un romanzo incompiuto, un altro poliziesco, uscito postumo nel ’95: Il pensionato.

Friedrich Dürrenmatt, Route Napoléon, 1960, Centre Dürrenmatt Neuchâtel

A Neuchâtel, la città svizzera in cui ha vissuto nell’ultima parte della vita, è stato creato nella sua abitazione un centro interdisciplinare dove sono raccolti anche molti suoi dipinti, disegni, caricature (circa un migliaio), testimonianza dell’attività che lo ha accompagnato in parallelo a quella letteraria.

Friedrich Dürrenmatt, Portrait d’un psychiatre (Dr. Otto Riggenbach), 1962 (a sinistra); Portrait de Peter Nobel, 1988 (al centro); Grands d’Espagne, collage, 1971 (a destra)

Vale la pena leggere Dürrenmatt: le sue opere non sono invecchiate perché trattano temi universali, come l’eterna lotta fra il Male e il Bene; è uno scrittore sempre attuale, da ritrovare come un amico nella propria libreria o in biblioteca, capace di illuminare con un amaro sorriso la nostra epoca travagliata.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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