La Befana vien di notte…

Anche quest’anno arriverà puntuale con il suo sacco di regali e di carbone la vecchia portatrice di doni. L’origine di questo rito che ogni anno si rinnova è antica e si perde nella notte dei tempi. L’intero periodo in realtà che va dal Natale al 6 gennaio, le dodici notti, viene considerato magico in tutta Europa già in epoca romana e poi nel Medioevo. Sono giorni di assoluto riposo, in cui è vietato svolgere alcune attività lavorative come la filatura. È considerata una fase di interruzione del tempo, di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, “tra gli anni”, un periodo di apparizioni, durante il quale fanno la loro comparsa sulla terra, sotto molteplici aspetti e travestimenti, fantasmi e anime di defunti. Un periodo di sospensione in cui i morti hanno la possibilità di tornare sulla terra perché sono “giorni fuori del tempo”, di passaggio da un ciclo all’altro.

Nelle “dodici notti” si manifestano anche dei misteriosi esseri femminili: Perchta, Holda, Abundia, Satia, che guidano la “caccia selvaggia” ovvero la schiera di anime vaganti, si tratta di spiriti ambivalenti che possono arrecare prosperità e fertilità o distruzione e disgrazie. Benedicono le case se le trovano in ordine e pulite, le maledicono se ciò non accade. Anche per questo motivo si mettono in atto tutta una serie di precauzioni e di riti apotropaici durante questo tempo magico in cui si infrange la separazione tra mondo dei vivi e dei morti, per esempio non bisogna lasciare porte e finestre aperte per non permettere alla “caccia selvaggia” di entrare in casa, compromettendo così la fertilità del nuovo anno, oppure si segnano le case con delle croci.

Proprio all’interno di queste antiche tradizioni e credenze diffuse in tutta Europa si può ritrovare l’origine di quella della Befana. Infatti le sue antenate vanno ricercate proprio nella schiera di figure femminili che nel periodo delle “dodici notti” si aggiravano per il mondo, connesse con antichi culti agrari della fertilità e che in seguito subiranno un processo di demonizzazione e saranno protagoniste in tanti processi, chiamate in causa dalle donne perseguitate come streghe. Faccio riferimento alle Dea greca Diana e alle altre che spesso la sostituiscono con la stessa funzione: la guida della schiera delle anime vaganti (la compagnia di Diana, l’esercito furioso) come: Erodiade, Holda, Perchta, Abundia, Satia, Bensoria.
Si tratta quindi di un’unica dea e signora dei voli notturni (la Signora del Gioco) che ogni volta viene chiamata in modo diverso. Per esempio in un testo molto noto nel Medioevo, il Canon Episcopi, riportato da Regione di Prum (X secolo) in una raccolta di istruzioni destinate ai vescovi, si parla delle donne ingannate dal diavolo che credono di cavalcare di notte su alcune bestie in compagnia di demoni femminili guidati da Diana, dea dei pagani. Successivamente lo stesso testo viene ripreso nel Decretum di Burcardo e al nome di Diana viene aggiunto quello di Erodiade (la figlia di Erode che chiede al padre la testa di S. Giovanni, o forse semplicemente il risultato di un’erronea fusione dei nomi di due divinità olimpiche, Era e Diana, che hanno dato vita in alcuni testi a Erodiana, poi tradotto in Erodiade). In altre fonti di epoca successiva il nome della dea che conduce la schiera delle donne “scellerate” è Bensozia (forse una corruzione di Bona Socia), in altri casi, soprattutto nell’area tedesca, troviamo Perchta o Holda. Questo indica che tali credenze erano diffuse in tempi e luoghi diversi.

Questa stessa terminologia si trova nei testi dei processi contro le donne accusate di praticare la stregoneria che di volta in volta nominano la divinità che guida la compagnia di cui esse stesse fanno parte. Per esempio in un famoso processo svoltosi a Milano nel 1390 le due donne accusate di eresia (siamo ancora agli inizi della persecuzione antistregonica) Sibillia e Pierina confessano di essere andate con il seguito di Madona Horiente. La sua identificazione con Diana sarà stata poi suggerita dagli inquisitori che, tra l’altro, fanno esplicito riferimento al Canon Episcopi. Il processo delle due donne fornisce anche informazioni riguardo i poteri della signora che guida la “società”: insegna alle sue adepte le virtù delle erbe, i rimedi per curare le malattie, il modo di trovare le cose rubate e di sciogliere i malefici. Possiamo dire, quindi, che la credenza in una dea notturna era molto diffusa e che aveva molteplici nomi nei diversi luoghi; i chierici tendevano però a fornire un‘interpretatio romana identificandole con Diana o Erodiade.

Anche nei processi della Val di Fassa a metà del Quattrocento le accusate confessano di appartenere alla società di Diana ma la chiamano Richella, madre della ricchezza e della buona sorte. Il fatto che la Befana porti dei doni, inoltre, si ricollega alla più antica funzione di queste antiche figure femminili considerate come protettrici e portatrici di doni, funzione poi scomparsa nella fase di demonizzazione. Infine si conserva nella Befana il riferimento alla dea romana Strenia, infatti ancora oggi si parla di strenne per indicare i regali di Natale, celebrata durante i Saturnalia, festività connesse ai riti di fertilitá che si svolgevano in epoca romana nello stesso periodo dell’anno.

Dunque la nostra Befana che vien di notte è una figura femminile sincretica e multiforme che ne riassume in sé tante altre con nomi diversi ma con caratteristiche simili. È quel che resta di uno strato di credenze molto antico in misteriose divinità femminili, venerate soprattutto dalle donne. Una tradizione che ci è giunta in maniera frammentaria attraverso testi prodotti da inquisitori e giudici e dalle poche parole delle accusate riportate nei verbali dei processi per stregoneria. La Befana è l’immagine che ha attraversato il tempo e che è rimasta nel nostro immaginario nonostante secoli di persecuzioni contro le streghe e il lungo processo di demonizzazione che hanno subìto le sue antenate.

Bibliografia

Corvino C., Petoia E., Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, Newton Compton Editori, 2004
Ginzburg C. Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi 1989
Muraro L., La signora del gioco, La Tartaruga 2006

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Articolo di Monica Di Bernardo

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Laureata in lettere con una tesi sulla caccia alle streghe, insegna in una scuola romana, si occupa di educazione di genere, di storia delle donne e di studi sulle società matrifocali. Su questo argomento ha pubblicato un libro “Matriarchè. Il principio materno per una società egualitaria e solidale” Exòrma 2013.

Un commento

  1. Mi è piaciuto molto. Ancira una volta quando l’uono non sa spiegare inventa….e nacquero le streghe. Povere noi Befane ( in senso buono). Grazie per questo racconto esaustivo e Buona Epifania.

    Emanuela Babbini

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