L’America in tempesta. Il numero 11/20 di Limes

Per chi volesse avere una visione dell’America diversa da quella narrata dai media generalisti, conoscerne le criticità, le disuguaglianze, i conflitti e le paure, la crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni, i progetti geoeconomici e strategici e molto di più, il numero 11 della rivista Limes, intitolato Tempesta sull’America. Le convulsioni del numero 1. Cosa (non) cambia con Biden è una lettura necessaria.

A partire dalla copertina, lavorata come se fosse tutta traforata e spiegata in un apposito video, di cui consiglio la visione, dall’artista Laura Canali, le contraddizioni e l’incertezza di quello che molti autori degli articoli chiamano “l’impero” emergono in modo massiccio.

Trump ha accettato «di mala grazia» la vittoria di Biden e forse si ripresenterà tra quattro anni alle elezioni presidenziali, ma Limes di dicembre non se ne occupa più di tanto. Il focus della rivista è sul male dell’America, sul suo sentirsi in crisi di identità, perché divisa da conflitti etnici, di classe, culturali e di visioni del mondo, come ci ricorda Lucio Caracciolo nel suo editoriale intitolato La diagonale del quadrato, che si apre con una citazione de Il grande Gatsby, laddove nel penultimo capoverso faceva intuire la fine dei Roaring Twenties e del mito americano e l’inizio della Grande Depressione.
L’editoriale recensisce il libro di George Friedman La tempesta prima della calma – di cui la rivista propone due sezioni – uscito poche settimane prima che sugli Stati Uniti si scatenasse la pandemia, «innesco di una crisi identitaria e istituzionale di rara violenza». Il libro non è ancora stato pubblicato ma Caracciolo ne suggerisce la traduzione leopardiana: La quiete dopo la tempesta. Un altro libro e film consigliati da Caracciolo per capire l’America è Hillbilly Elegy, romanzo-realtà del giovane J. D. Vance, da cui è stato tratto il film Elegia americana distribuito da Netflix. «Libro e film consigliabili per chi, armato di empatia, voglia intuire che cosa s’agita nella pancia dell’America. E disilludersi, nel caso avesse davvero creduto che Trump fosse alieno destinato a rientrare nella galassia d’origine senza lasciar traccia di sé».    

La parte prima dell’ultimo numero di Limes è intitolata Americani versus Americani e raccoglie contributi interessanti, tra gli altri, di Dario Fabbri e Federico Rampini. Il primo analizza in un’appendice (E con Trump il rito delle presidenziali si rivelò grottesco) il tanto decantato sistema elettorale americano, sbandierato come modello di democrazia all’esterno ma pensato per tenere lontana la popolazione dalla politica e che ha rivelato in queste ultime presidenziali tutte le sue falle.  Ne La tempesta dentro descrive molto bene la divisione tra «gli abbienti e post-storici abitanti delle coste sprezzanti verso i sudisti, disinteressati ai connazionali dell’entroterra. Gli statunitensi del Sud (Dixieland), isolati e zelanti, impegnati a difendere la propria alterità. Quelli del Midwest, massimalisti e doloranti, astiosi verso i costieri ma di questi alleati contro i meridionali».

Rampini ci spiega bene La mezza sconfitta dei democratici analizzando il voto degli ispanici e della classe operaia e ricordandoci che un afroamericano su cinque ha votato Trump.

Lorenzo Di Muro e Lorenzo Pregliasco si occupano della variegata comunità degli ispanici e dei latinos (termini che non coincidono esattamente), parlando dell’«assimilazione come priorità dell’impero», rivelandoci aspetti sconosciuti ai più, come le differenti appartenenze religiose (non sono tutti cattolici, come ci aspetteremmo) e l’adesione di molti di loro al mormonismo, ma anche che molti di loro hanno votato per Trump.

Favorevoli al muro con il Messico ma bisognosi di immigrazione, gli statunitensi stanno diventando sempre più vecchi. Fabrizio Maronta affronta la crisi del ceto medio americano in un articolo approfondito dal titolo Il sogno americano non è più solida realtà, in cui analizza l’altezza dei salari, i tipi di occupazione, la relazione tra istruzione e qualità del lavoro, la desindacalizzazione e non può che rilevare la frattura socioeconomica e generazionale che si è creata. «Non solo un divario quantitativo tra chi ha lavoro, dunque reddito, e chi no. Né solo una differenza qualitativa tra chi ha un buon lavoro – con i guadagni, la (relativa) sicurezza e le opportunità che comporta – e i working poors, che annaspano pur facendo più lavori. È anche, sempre più, la tipologia di reddito a fare la differenza: da lavoro (salari) o da capitale (profitti)… Parafrasando Piketty: non il 10% più ricco contro il 90% meno abbiente, né l’1% contro il 99%. Ma lo 0,1% contro il restante 9,9% un po’ meno ricco.

Cioè: le super-élite tendenzialmente apolidi (plutocratiche, si diceva un tempo), le cui fortune dipendono dalle plusvalenze borsistiche dei rispettivi imperi; e le classi agiate, capaci e cosmopolite ma legate alle fortune del paese e all’economia reale, in quanto vivono del proprio (ben remunerato) lavoro». 

L’economia dell’accumulazione finanziaria, «guidata dall’imperativo friedmaniano (da Milton Friedman) della creazione di valore per l’azionista è un sistema, pertanto, in cui il ritorno del capitale eccede in larga misura quello del lavoro. Solo negli ultimi dieci anni – ci informa Maronta – le aziende della classifica Fortune 500 hanno riacquistato oltre 3 mila miliardi di azioni proprie (il cosiddetto Buy back) per sostenerne il valore in Borsa, sottraendo somme enormi a salari, ricerca e sviluppo.

Il risvolto di questa privatizzazione dei profitti è la socializzazione delle perdite (vedi i salvataggi bancari del 2008-10 e quelli odierni), ma anche del rischio d’impresa». Paradossalmente l’élite, che negli anni Ottanta aveva appoggiato Reagan e il neoliberismo, oggi nel momento del voto è spesso più radicale delle classi medio-basse. Alexandria Ocasio-Cortez, dichiaratamente socialista, deve molto al voto dei quartieri e dei sobborghi più benestanti di New York.
Alle primarie democratiche, Elizabeth Warren e Bernie Sanders hanno ricevuto più voti di Biden tra i democratici laureati e con redditi superiori ai 100 mila dollari annui. Maronta spiega bene perché molte delle proposte «socialiste» di Sanders – sanità universale, istruzione gratuita, remissione del debito studentesco – «risultino, a ben vedere, tarate su queste fasce sociali: i più poveri di solito non vanno al college e sono già coperti, seppur mediocremente, da Medicare (sanità pubblica)». L’America ha inanellato due decenni perduti nel nuovo millennio: crescenti diseguaglianze, scadimento dei lavori, riduzione dei salari, produttività stagnante, finanziarizzazione dell’economia, cronici deficit commerciali anche in settori strategici, come difesa e farmaceutica. Che svolta prenderà? Alcuni suggerimenti sono contenuti nell’articolo e dovrebbero essere seguiti anche da noi europei.

La seconda parte Stati emersi vs Stati profondi ha articoli molto interessanti sul Deep State e sul QAnon, sorta di Internazionale contro l’élite globalista, dichiaratamente trumpiana e diffusa ormai anche in Europa, su cui ci si dovrebbe soffermare più spesso, mentre gli articoli del già citato George Friedman ampliano la nostra conoscenza sulla crisi della tecnocrazia e delle Università americane. Da leggere con attenzione l’articolo di Eric R. Terzuolo Che cosa resta del nostro soft power che ci ricorda che fu Joseph Nye, politologo della Harvard University a formulare trent’anni fa il concetto di soft power, descritto come la «capacità di modificare il comportamento degli [altri] Stati» e di «controllare l’ambiente politico e indurre i paesi a fare ciò che volevano [gli Stati Uniti]». «Tale capacità di cooptazione deriva – secondo l’interpretazione dell’autore dell’articolo – dalla forza d’attrazione culturale o ideologica, inclusa la cultura popolare. L’immagine di una società americana democratica, attenta ai diritti umani e relativamente aperta a persone di diverse etnie – cose di scarso interesse per Trump – storicamente ha contribuito a tale forza d’attrazione, che si manifestava anche attraverso le istituzioni e le regole del sistema internazionale».

La terza parte La tempesta nel mondo analizza le possibili conseguenze sul mondo del malessere statunitense, con un articolo di Fabbri, vivamente consigliato, per capire come con Biden, osannato dai media europei, cambierà ben poco, forse solo la narrazione della politica estera americana. Seguono approfondite analisi sul nemico numero 1, la Cina, dell’”egemone globale”, i tentativi di avvicinamento degli Usa alla Russia per contrastare Xi, i timori degli Usa verso una Germania che, attraverso il rafforzamento delle istituzioni europee, potrebbe diventare troppo potente.
Come ricorda Fabbri in un recente articolo pubblicato sul sito: «Nel medio periodo (gli americani n.d.r.) aggrediranno con mezzi indiretti ogni incremento della potenza berlinese. Utilizzeranno la lotta al surriscaldamento globale per danneggiare la manifattura tedesca (e quella cinese), per costringerla a rallentare la produzione. Danneggiando anche quella italiana esistente nella catena del valore teutonica, priva delle capacità per volgere a proprio favore l’afflato ecologico attraverso investimenti e pianificazione. Continueranno a ostacolare il secondo braccio di Nord Stream, gasdotto che collega la Siberia alla Pomerania, emblema delle pericolose intrinsechezze tra tedeschi e russi, tra i principali incubi degli apparati washingtoniani».  

Un interessante approfondimento di Shapiro ci parla di Anglosfera e Five Eyes, alleanza di intelligence che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Imperdibile l’analisi di Josef Braml sui rapporti in versione anticinese degli Usa nell’era Biden con la Germania, il Brasile, il Venezuela e il Messico, con cenni di speranza al futuro dell’euro. Un bel regalo per le feste, quello di dicembre di Limes, un’occasione per dilatare lo sguardo e conoscere la crisi della potenza egemone che vede ancora nel continente europeo il più importante continente del mondo.

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Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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