Il mondo nuovo. Migrazioni e nuovi razzismi: la Lega Nord e la legge Turco-Napolitano

Lo sviluppo industriale italiano è sempre avvenuto in maniera fortemente impari, dando prosperità al Nord (in particolare Piemonte, Lombardia e Veneto e, in misura minore, anche Liguria ed Emilia-Romagna) e lasciando indietro il Sud, in cui il lavoro scarseggia.

Negli ultimi decenni, le industrie e le università hanno spinto migliaia di persone a migrare verso il Nord in cerca di lavoro. Gli anni Settanta e Ottanta in Italia hanno visto crescere sempre di più il fenomeno migratorio interno. Nel Nord Italia, di pari passo con l’aumento dei migranti economici (ovvero coloro che si spostano per motivi di lavoro, non profughi di guerra né rifugiati politici), è cresciuta prima la diffidenza e poi il razzismo verso i nuovi arrivati, persone con usanze e dialetti diversi, provenienti prevalentemente dal Centro-Sud della penisola, economicamente più deboli rispetto alla società settentrionale.

Negli anni Ottanta le città e i paesi del Nord industrializzato si riempiono di scritte con slogan contro i cosiddetti “terroni“, dispregiativo con cui sono indicati i lavoratori salariati (soprattutto operai, ma non solo) provenienti dal Sud tradizionalmente agricolo. In questi anni, nel Nord ricco, nascono vari movimenti politici regionali detti Leghe che si fanno portavoce del razzismo sempre più diffuso. Oltre all’ostilità verso i lavoratori e le lavoratrici meridionali, questi movimenti si lamentano di vedersi sottrarre dal governo centrale di Roma la ricchezza economica prodotta principalmente nelle industrie del Nord e arrivano a chiedere l’indipendenza dalla Repubblica Italiana delle regioni settentrionali, stabilendo il fiume Po come ipotetico confine tra l’Italia e la cosiddetta “Padania”, entità geograficamente fantasiosa. Un’identità di “popolo padano” storicamente non è mai esistita; inoltre, se qualcuno può lamentarsi dell’iniqua distribuzione delle ricchezze italiane, è semmai proprio il Mezzogiorno, da sempre lasciato indietro nello sviluppo. Nel 1991 le Leghe si fondono in un partito unico sotto la guida di Umberto Bossi che porta nome di Lega Nord per l’indipendenza della Padania con slogan come «Roma ladrona».

Con la dissoluzione dell’Urss e l’apertura delle frontiere, migliaia di persone dei Paesi un tempo socialisti e ora in miseria raggiungono l’Europa occidentale per cercare lavoro. Le guerre in Medio Oriente e in Jugoslavia e la crisi in Albania spingono altre centinaia di migliaia di profughi a migrare verso l’Europa benestante in cerca di un rifugio. Imbarcazioni di fortuna, cariche di persone disperate, raggiungono sempre più spesso le coste italiane. Le persone che giungono in Italia, chi per rimanervi e chi per transitare verso i Paesi più ricchi del Nord Europa, trovano una società già intrisa di un inquietante razzismo.

Foto di Andrea Zennaro

Nel resto d’Europa il razzismo è di gran lunga meno diffuso in quanto le colonie e l’alto tenore di vita hanno anticipato il fenomeno migratorio rendendolo tanto diffuso da abituare la popolazione alla mescolanza etnica molto prima di quella italiana. In Italia la mafia e gli imprenditori si approfittano della condizione di povertà degli immigrati per sfruttarli con lavori non dignitosi, massacranti e sottopagati. Di conseguenza, assumere un immigrato – che lavora con salari da fame e senza diritti né tutele, condizione che un lavoratore italiano sindacalizzato non accetterebbe – diventa più semplice che dare lavoro a un italiano o un’italiana della stessa categoria lavorativa. Da qui si diffonde il mito demagogico e populista che gli immigrati «rubano il lavoro» a chi è nato e cresciuto in Italia. Ma questo falso mito si appoggia sul razzismo che era già presente nella società italiana prima dell’immigrazione dal Medio Oriente o dall’Europa dell’Est. Negli anni Novanta si registra la rapida ascesa elettorale della Lega Nord, che inizia a lanciare slogan non più solo contro le migrazioni interne e per la secessione della fantomatica Padania dall’Italia, ma anche contro l’immigrazione straniera: quest’ultima è accusata anche di aumentare la delinquenza comune rendendo insicura la vita quotidiana, e l’unica soluzione invocata dalla Lega Nord è una maggiore pressione poliziesca e una chiusura militare delle frontiere. 

La Lega Nord è sempre stata legata alla destra, eppure la prima effettiva legge razzista dell’Italia postfascista, varata nel 1998, porta la firma del governo moderato di centrosinistra guidato da Romano Prodi. A scriverla sono il ministro dell’Interno Giorgio Napolitano e la ministra della Solidarietà civile Livia Turco (entrambi esponenti del Pds, ex Pci). Fino a questo momento era in vigore la Legge Martelli del 1990, che tutelava profughi e rifugiati istituendo centri di accoglienza e regolamentando il diritto di asilo per persone provenienti da zone in guerra, o che nel proprio Paese di origine sarebbero perseguitate e rischierebbero di subire violazioni dei diritti umani. Con la Legge Turco-Napolitano, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, compare il reato di immigrazione clandestina, per cui è prevista l’espulsione dall’Italia e il rimpatrio presso il Paese di origine anche nel caso in cui in quel Paese vi sia una guerra o una dittatura. La nuova legge istituisce inoltre i “centri di permanenza temporanea” (Cpt), luoghi di reclusione per persone senza documenti in attesa di essere cacciate. I Cpt, non propriamente carceri ma pur sempre luoghi chiusi e controllati solo dalla polizia, sono spesso teatro di violenze nei confronti di migranti, in particolare sulle donne, violenze invisibili che raramente raggiungono l’opinione pubblica. L’accesso a tali istituti è vietato persino ai giornalisti.

Foto di Andrea Zennaro

La Legge Bossi-Fini del 2002, sorella della Turco-Napolitano ma varata da un esecutivo decisamente di destra, inasprisce quanto già sancito dalla normativa precedente in materia di immigrazione (prevede l’uso delle navi militari per fermare gli sbarchi di migranti e irrigidisce le procedure per ottenere il permesso di soggiorno, nonostante le numerose moratorie per motivi di lavoro), ma su un terreno già spianato dal governo Prodi.

Nel 2008 i Cpt cambieranno nome in “centri di identificazione ed espulsione” (Cie), ma la sostanza rimarrà di fatto identica.

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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