LA VASCA DEL FÜHRER

Questo libro è un invito a prendere un caffè. Quei caffè neri neri, con la schiuma dolce sopra e il fondo amaro sotto, lunghi il tempo giusto per raccontare tutto ciò che si deve, ché tanto non finiscono nemmeno con la tazzina vuota e il piattino sporco. Caffè che sono pretesti per aprire la scatola impolverata, dagli angoli consumati, piena di fotografie, messa davanti agli occhi e sopra le ginocchia, in attesa che il sipario cartonato che la copre in superficie venga alzato.
Serena Dandini decide di offrirci il suo caffè e regalarci la sua scatola, di svelarci quel contenitore retrò sconosciuto e carico di vita, di vite e di storie. Storie da condividere. Storia di una donna e di altre innumerevoli donne e uomini, epoche e mondi che si intrecciano, toccano e fuggono, nella frenesia creativa di un tempo straordinario, spazzato via da bombe, sangue e filo spinato. 

Inizia tutto da una foto. Inizia così per l’autrice e inizia così per noi, che da quell’immagine difficilmente possiamo staccare lo sguardo, tanto semplice ci appare. E non capiamo cosa possa esserci di interessante. Scuotiamo la testa e strizziamo gli occhi. Proviamo a comprendere. Però, poi, scorrendo le pagine e le parole, vediamo, in quello scatto, tutto il buio del mondo. E ci spaventiamo. Perché il male, oltre che banale, sa essere sobrio. E pulito. Sa avere l’apparenza meschina della dignità.
È allora che posiamo la tazzina sul piattino e cerchiamo spiegazioni. Vogliamo sapere. Vogliamo capire. Guardiamo la nostra ospite che ci porge altre foto, e noi continuiamo a scorrere le pagine. Istantanee che sono titolo di un racconto complesso ma perfettamente costruito, nel quale si rincorrono e sovrappongono vicende personali e universali. Serena Dandini pesca nella scatola immagini della propria vita e immagini di esistenze altrui, presentandocele con un’intensa capacità narrativa. Come se sentisse sue tutte le emozioni catturate dal bianco e nero delle fotografie. 
Protagonista del libro, del nostro caffè, una donna. Bellissima, indipendente. Lontana da ogni stereotipo di donna bellissima e indipendente. Una donna oltre, che non è mai bastata a sé stessa e alla quale il mondo non è mai stato sufficiente. Una donna che immobile non è riuscita a stare, se non in posa di pellicola, attimi di pace rubati a una frenesia interiore che l’ha trascinata – e si è fatta trascinare – nel movimento convulso di un secolo appena iniziato ma che sembra dover soccombere all’orrore bulimico della Seconda guerra mondiale. Una donna che ha provato a vincere il male con le sue armi: un corpo nudo, un rossetto, una macchina fotografica.
E questa frenesia la sentiamo anche noi. Permea tutto il libro, che appare come un continuo scalare zone di luce e ombra, di flash accesi e spenti, di camere oscure e paillette, in cui l’arte surrealista del sogno diviene ben presto l’incubo cadaverico dell’abisso tartarico, nel quale l’essere umano ha gettato sé stesso.

Il respiro corto della protagonista, che si insegue ma che già sa di non potersi trovare, detta movimento a ciascuna pagina. Le foto della scatola ci vengono passate ora velocemente ora con maggiore riflessione. 
Anche il tono della narrazione pare mutare con il declinare degli anni: parole che prima facevano trasparire luci e profumi, fame e velocità, si fanno poi stanziali, sospirate nella penombra di un letto le cui coltri non possono – ne devono – essere discoste. È tutta una generazione a spegnarsi quando la vita di cui stiamo ascoltando il racconto si ferma per sempre. 
Con l’ultima fotografia, che ci viene tolta dalle mani e messa sul fondo della scatola, Serena Dandini ci presenta il suo congedo. Il caffè è ormai divenuto un ristagno freddo nel fondo della tazzina, una macchia impietosa nel piattino posato sul tavolo. Eppure, ne chiediamo ancora. Ancora foto, ancora parole. Chiudiamo il libro, copriamo la scatola e ci alziamo dal divano. Stringiamo forte le mani che ci hanno guidato in questo racconto concitato e bellissimo. Vorremmo dire grazie, ma sentiamo ancora l’affanno per aver corso dietro a tutto ciò che ci è stato presentato. Un album di ricordi, un’immagine, una donna che è stata tutta un’epoca. Un incontro meraviglioso.
Al prossimo invito.

***

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa — in fondo — non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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