Didattica DIgitale integrata: intervista alla mia classe

«I ragazzi mica sono scemi, lo sanno bene qual è la scuola e certe proteste contro la didattica a distanza non mi stupiscono affatto», con queste parole il professore e cantautore Roberto Vecchioni, al giornale quotidiano.net, esprime un sentire comune rispetto alla Didattica digitale Integrata…, insomma la Didattica a distanza!

Tra un servizio televisivo e l’altro, quasi sempre sul Covid-19 o sulle difficoltà economiche che sta attraversando la nostra Nazione, ogni tanto fa capolino la scuola, in maniera obliqua, defilata, quasi indolore! Invece non è così e non dovrebbe essere così. Mi ha molto stupito la protesta delle/degli studenti che si recano tutte le mattine davanti ai loro istituti scolastici con la mascherina e la giusta distanza e si collegano da lì, sedute/i per terra, con i/le loro insegnanti per seguire le lezioni. Di solito, quando si intervistano gli alunni/e si tratta sempre di melensi e ripetitivi servizi che coincidono o con l’inizio dell’anno scolastico o con la fine dell’anno scolastico o con gli esami di maturità. Allora ci fanno vedere ragazzi e ragazze che, a seconda dei casi, scappano felici dalla scuola oppure tirano a indovinare l’oggetto del tema d’italiano. Mai che si dia una rappresentazione vera e non stereotipata del mondo scolastico, docenti compresi. Pertanto, osservare il desiderio e la necessità di quel gruppetto classe fare il percorso inverso, cioè voler ricostituire la loro aula scolastica, mi ha fatto non solo piacere ma riflettere. Infatti, durante il lockdown è come se tutte le proteste fatte dalle varie categorie sociali avessero diritto a essere esternate e ascoltate mentre, di contro, tutto quello che orbita intorno alla scuola è trattato con superficialità o peggio è dato per scontato. Come a dire che se manca il riscontro di un danno economico la questione ha poca rilevanza.

La questione economica, in fondo, ha attraversato la scuola negli ultimi venti anni con una progressiva sottrazione delle risorse e degli investimenti, soprattutto per quanto riguarda l’edilizia scolastica e gli arredi. La scuola è vecchia!, e lo dico con dolore. La scuola è stata trasformata in un’azienda, gli studenti si chiamano utenti: le parole non sono neutre, generano una visione del mondo. Da questo punto di vista la scuola non produce profitto, quindi meglio andare al risparmio. Quale imprenditore investirebbe denaro sapendo di andare sempre in perdita? Ma lo Stato può ancora permettersi questa visione della comunità educante?

«Questi studenti — dice Vecchioni — li trovo intelligenti, bravi e pieni di emozioni che bisogna solo tirargli fuori. Per loro la scuola è una seconda casa, quella in cui si cresce e si diventa uomini stando assieme agli altri».

Chi leggerà questo articolo avrà la possibilità di assaporare la bellezza di un mestiere che amo profondamente, attraverso le parole dei miei alunni/e perché è giusto che siano loro ad avere il diritto di parlare. Da queste premesse nasce questa intervista.

Qual è la differenza tra la prima e la seconda volta della Ddi?
L.G: forse ci siamo abituati più rapidamente ma, ancora, non è molto semplice. È anche un trauma perché, a inizio d’anno, tutti noi ci siamo rivisti in classe. Ritornare davanti al computer è brutto.
M.P: …forse non credevamo possibile che accadesse di nuovo, ma dobbiamo rispettare le regole.
F.C: sappiamo che in qualche modo dobbiamo arrivare alla fine dell’anno. L’unica cosa positiva è che la Ddi ci ha dato l’opportunità di mettere al primo posto la persona prima dello studio. Con gli insegnanti ci siamo confrontati in modo più sincero, con meno ansia per il programma.

Cosa non può sostituire la Ddi?
M.P: l’essere presenti in classe. È come leggere un giornale online e uno di carta: non è la stessa cosa… e poi a casa abbiamo più distrazioni: la play, il telefono, la famiglia, il computer stesso… si mischia tutto.
S.B: forse all’inizio eravamo anche contente per la novità. Pensavamo che stare in casa fosse più rilassante… non ci alzavamo presto. Ora stiamo odiando la Dad perché ridere e scherzare in classe, vedere i compagni/e è insostituibile.
L.G: …attraverso il computer non si può capire lo stato d’animo. Non si può sostituire il contatto tra il/la prof e lo/la studente.

Com’è cambiata la vostra percezione della scuola con il covid-19?
M.P: da quando siamo in Dad ripenso al corridoio della scuola… quando uscivo per una pausa dopo l’interrogazione, per andare in bagno… mi manca il profumo del bar quando era ora di ricreazione, il rumore della palestra durante le ore di educazione fisica.
L.G: come qualunque cosa, se non tocchi il fondo non sai mai quanto è importante.
C.F: a settembre stavamo in classe con tante limitazioni: mascherina e distanziamento. Ecco, lì ho capito che della scuola mi mancava la bellezza del nostro ammucchiarci, scherzare e stare vicini. Pensavamo fosse scontato e non lo era. Lo scorso anno, in questo stesso periodo, eravamo contenti nel pensare alle vacanze natalizie non sapevamo a cosa stavamo andando incontro. Credo che la pandemia sia uno spartiacque per la nostra generazione, una rivoluzione. È un punto di non ritorno che ci dice di cambiare.

Si è modificata l’importanza che attribuite allo studio?
F.C: è un modo di evadere dalla quotidianità.
M.P: è parte della nostra quotidianità. A un certo punto, alcuni professori pensavano che fossimo dei robot. Più tempo in casa più compiti. Per fortuna poi hanno capito. Non è facile stare sei ore davanti al computer, in casa, da soli senza svaghi e con i compiti nel pomeriggio che richiedono altre ore davanti al Pc.
L.G: è cambiato il modo di studiare… ma in peggio! La spiegazione non può essere la stessa soprattutto per le materie tecniche… in meglio perché possiamo copiare, qualche volta…

Ride e anche io.

Qual è la vostra scuola ideale?
M.P: il luogo dell’amicizia. Non mi piacciono i/le prof che sgridano, mi piacciono quelli/e appassionate che ti avvicinano allo studio.
L.G: un luogo in cui un alunno/a non deve avere paura di sbagliare, un posto in cui possiamo esprimere le nostre idee ed essere corretti/e senza che questo si trasformi in un senso di colpa.
G.L.P: un luogo in cui non si deve dare più importanza al voto rispetto alla persona. Un luogo in cui non si deve arrivare a fine anno solo per finire il programma. Ogni ragazzo/a ha i suoi tempi e non siamo tutti/e numeri 1.
F.C: l’alunno/a non deve essere subalterno/a al/la prof… che deve essere pronto/a a imparare e crescere insieme al suo/a studente.

Non mi sento di aggiungere altro rispetto alle suggestioni che emergono dalle parole dai miei ragazzi/e che per me rappresentano una bussola e una direzione, spesso “in direzione ostinata e contraria”, come canta Fabrizio De Andrè. I veri esperti sono loro. Ogni Ministro/a e ogni burocrate dovrebbe ripartire da loro e farsi contaminare dalla freschezza della gioventù. Voglio solo ringraziarli/e per tutte le cose che ho imparato da loro, di quanto inconsapevole aiuto mi hanno dato in certi momenti difficili. Insieme a loro ringrazio i miei fantastici colleghi/ghe del Marconi-Mangano di Catania, perché mi hanno fatta sentire parte di una grande famiglia dove ci si aiuta e ci si sostiene senza competizione perché il fine è più alto.

Ringrazio anche il Preside, con il quale ho un duello franco e sempre leale pur nella diversità di opinioni, ma credo che ogni dirigente scolastico/a abbia dato il massimo e abbia lavorato in grandi condizioni di stress durante tutta l’estate per consentire la riapertura della scuola. Non sono certa che, oltre il perimetro della scuola, ci sia stata pari responsabilità!

***

Articolo di Giovanna Nastasi

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Giovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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