Fantascienza, un genere (femminile). Leigh Brackett

The «Queen of Space Opera»: la regina dell’epica spaziale — sottogenere della science fiction così denominato nel 1941 — è, per definizione, Leigh Brackett.

Nata il 7 dicembre 1915 a Los Angeles, California, in un arco di tempo relativamente breve (poco più di vent’anni) scrive oltre cinquanta racconti e romanzi brevi di fantascienza, alcuni dei quali, successivamente ampliati e rielaborati, confluiscono in romanzi dell’età più matura; è inoltre autrice di polizieschi con marcate sfumature noir (sul modello di Dashiell Hammet e Raymond Chandler, non a caso considerati iniziatori del genere hard boiled tra gli anni Venti e Trenta), nonché di romanzi western; conta al suo attivo, infine, una decina di sceneggiature di pellicole cinematografiche.

Leigh Brackett è una scrittrice di successo: la sua vena prolifica e il favore del pubblico le consentono di dedicarsi al genere prediletto della fantascienza, che promuove in affiatato sodalizio con il marito Edmond ‘Ed’ Hamilton, lui pure autore acclamato in questo ambito, e, tra gli altri, con Catherine Moore ed Henry Kuttner e con il giovane ma già affermato Ray Bradbury.

L’affermazione di Leigh data al 1941, grazie all’incontro con Julius Schwartz, fondatore con l’amico Mort Weidinger della rivista “The Time Traveller” (nel 1932) e dell’agenzia The Solar Sales Service (nel 1935), la prima specializzata nella promozione e diffusione di autori di science fiction. È Henry Kuttner (marito di Catherine Moore e a quel tempo autore horror) a consigliare Schwartz, di cui si serve occasionalmente come agente quando scrive di fantascienza, all’amica: l’incontro avviene in quell’anno, nella casa californiana di Julius Schwartz (è lui stesso a ricordarlo, nel 1987, in una commossa rievocazione degli amici ormai scomparsi), che è luogo di ritrovo di scrittori e appassionati del genere ed è frequentata anche da Hamilton e Bradbury. Leigh ed Ed si sposeranno qualche anno dopo, il 31 dicembre 1946, Ray sarà loro testimone.

Foto giovanile di Leigh Brackett, autografata (autore non noto); Ray Bradbury ed Edmond Hamilton scherzano dopo essersi scambiati reciprocamente dattiloscritti delle proprie opere (Archivio Julius Schwartz). Per questo secondo scatto si veda https://cinephiliabeyond.org/leigh-brackett-terrific-writer-ahead-time-just-ahead-colleagues/.

I primi racconti di Brackett presentano temi e caratteri che l’autrice sviluppa e approfondisce anche nella produzione successiva, hanno tutti come protagonista un classico eroe maschile e come scenografia lo spazio interno al sistema solare.

In Citadel of Lost Ships (La cittadella delle navi perdute, del 1943) Roy Campbell si oppone al progetto di deportazione della comunità nativa venusiana dei Kraylen: «Gli alberi sarebbero spariti. — è l’amara riflessione del protagonista — Pozzi e miniere, scorie e fuliggine e macchinari rumorosi, e uomini in camicie sudate che lavoravano giorno e notte per avere, per produrre, per costruire». Accanto a Campbell, public enemy della coalizione interplanetaria che governa il sistema solare con il fine dichiarato di instaurare la pubblica felicità, alcuni abitanti di Romany (letteralmente Terra Rom, tradotto in italiano con il vocabolo Zingaria), la città costituita da rottami di astronavi e veicoli spaziali dismessi posta tra Terra e Venere, ultimo baluardo delle donne e degli uomini liberi irriducibili al progresso imposto da «un grande impero, forte e prosperoso, che si estenderà su tutto il sistema» e che come accade da sempre lo dominerà, sterminando i popoli tribali, siano essi nativi delle terre del bisonte e del mais, o Kraylen dalla cresta brillante e dagli occhi opalescenti… Il tema della riduzione in schiavitù (preludio alla distruzione) di chi appartiene a una ‘razza’ inferiore o di chi si ribella all’ordine costituito si trova anche in The Jewel of Bas (La gemma di Bas, del 1944), che ha per protagonista una simpatica coppia di umani randagi, Ciaran e Topina (Mouse nel testo originale) e per scenario l’immaginato (inesistente) decimo pianeta del sistema solare: anche in questo caso si segnala l’ambientazione evocativa, il gusto della descrizione e il sense of wonder, rispetto alla trama, che unisce molti, forse troppi, caratteri della letteratura fantascientifica o fantastica, dal temuto dominio di una generazione di androidi all’indifferenza beata degli dei.

Data pure al 1944 quello che è forse — almeno a mio giudizio e almeno in base a quanto ho letto di lei — il più bel racconto di Leigh Brackett, The Veil of Astellar (Il velo di Astellar). Protagonista e voce narrante è Steve Vance, terrestre di Beverly Hills, California, che ha tradito la propria specie per inseguire il sogno di vivere in eterno, unendosi a un popolo alieno penetrato nel nostro sistema solare, grazie al velo di Astellar, «luce che usciva dal nulla e inghiottiva le navi» spaziali, «mondo bandito dallo spazio e dal tempo». Vance è un personaggio ‘fatale’, che ha per modello il grande attore hollywoodiano Humphrey Bogart (così Sandro Pergameno): da trecento anni ha annullato la coscienza, perduto l’anima, fino a quando il destino lo riporta a sé stesso, alla consapevolezza di ciò che è stato e ciò che è diventato. Tradire una seconda volta, e per sempre, è la sola possibilità di riscatto, di riappropriazione del dolore, della paura, della fine, che Steve affida a un memoriale letteralmente lanciato tra le stelle, un «manoscritto — si legge nella premessa del racconto — in cui era narrata una vicenda così strana e terribile che era difficile credere che un essere umano sano di mente fosse stato capace di commettere simili delitti». Nel segno della nostalgia e dell’assenza, di una tragedia incombente e sfumata, anche The Last Days of Shandakor (Gli ultimi giorni di Shandakor, del 1952): Jon Ross, come Steve Vance, è un perdente, non un’anima nera come questo, ma un uomo ambizioso e imprudente: «Marte è morto — gli confida un fuggiasco dalla leggendaria città di Shandakor — e uomini di altri mondi violano le sue ceneri». E a Shandakor, ove Ross giunge in modo avventuroso e ove è accolto, l’eroe che ancora una volta è voce narrante incontra una civiltà morente che ha il culto della bellezza e che ha eletto la facoltà della ragione a propria guida: una «grande città senza sofferenze o crimini o luoghi di punizione» ma destinata, per un fato oscuro, a scomparire. L’intromissione di un umano negli ultimi giorni di Shandakor ne accelera la fine, nonostante l’amore che questi prova per Duani, «fanciulla dalle cosce snelle e dai piccoli seni a punta». La lenta processione degli ultimi abitanti della città, «uomini e donne, con le donne alla testa […] in silenzio, in una lunga fila», è l’ultimo atto prima che lo splendore di quel mondo si spenga per sempre, cedendo alla violenza e alla brutalità, al saccheggio e alla distruzione da parte dei barbari. E Jon Ross si condanna da sé alla solitudine e al dolore.

La via percorsa da Brackett in questi racconti, o romanzi brevi, è densa di echi della ‘grande’ storia che non possono essere casuali: la persecuzione dei diversi in Citadel of Lost Ships rimanda alla gerarchia razziale teorizzata non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta; gli umani schiavizzati dagli androidi in The Jewel of Bas rinviano ai lavoratori coatti, morti di stenti e fatica, internati nei campi di prigionia e concentramento; Steve Vance, che conduce le vittime umane come «pecore al macello», appare come un cinico kapò tardivamente divorato dal rimorso per aver guidato schiere di sommersi lungo le stazioni dello sterminio, così come la composta dignità nel recarsi nel Luogo del Sonno dei sopravvissuti di Shandakor ricorda la quieta processione dei khassidim, ebrei religiosi impregnati di fede e devozione assoluta, che avviandosi alle camere a gas intonano salmi e canti paraliturgici.

Copertine della rivista «Planet Stories», da sinistra: numero dell’estate 1946 su cui è pubblicato il racconto scritto da Leigh Brackett e Ray Bradbury Lorelai of the Red Mist; numero dell’estate 1949 con il romanzo Queen of the Martian Catacombs, poi ristampato come The Secret of Sinharat; numero del marzo 1951 con il romanzo Black Amazon of Mars, poi ristampato come People of the Talisman. Illuminanti esempi di ‘copertine provolone’ in voga in quegli anni

Ma non è questa la via del successo, che Leigh ottiene grazie agli eroi muscolari che amano e lottano su Marte, il pianeta rosso che le ispira scenografie suggestive, di antiche civiltà perdute o al tramonto, raffinatissime e allo stesso tempo sanguinarie, sullo sfondo di deserti sabbiosi e distese ghiacciate; qui gli uomini sono forti, coraggiosi, ribelli, oppure malvagi, infidi, astuti; le donne bellissime e crudeli, oppure bellissime e innocenti. Ed ecco i romanzi The Sword of Rhiannon (La spada di Rhiannon, pubblicato nel 1949 con il titolo Sea Kings of Mars, ripubblicato con varianti nel 1953), The Secret of Sinharat e People of the Talisman (rispettivamente del 1949 e del 1951, titoli originali Queen of the Martian Catacombs e Black Amazon of Mars, ripubblicati con varianti nel 1963 e nel 1964, tradotti in italiano come La strada per Sinharat e Il popolo del talismano). Matthew Carse, protagonista del primo, rappresenta l’archetipo di Eric John Stark, l’eroe più longevo creato da Brackett (tra il 1949 e il 1976 dà vita a sei novels): una sorta di epigono di John Carter, il personaggio centrale nell’epopea marziana di Edgar Rice Bourroghs (autore ammirato da Leigh) e di Conan the Barbarian, la celebre icona di Robert Ervin Howard: Stark incarna «l’uomo che non deve chiedere mai» (come negli anni Ottanta recitava una pubblicità sessista), dalla straordinaria forza fisica e interiore, dal senso dell’onore inscalfibile, per quanto amico di devianti e fuorilegge, dall’immancabile successo con le donne, che siano crudeli e dominanti oppure compassionevoli e devote, comunque bellissime. Dunque, scrive il curatore editoriale Gardner Dozois, negli anni Quaranta e Cinquanta «nessuno poteva dubitare che Leigh Brackett si fosse guadagnata il diritto di sedere al tavolo dei Grandi Uomini. Anzi, il suo lavoro era molto più popolare di quello di tanti suoi colleghi maschi, e si sarebbe rivelato più influente di quasi tutto ciò che apparve su quei pulp avventurosi».

Washington D.C., 1963: tavola di autori ed editori alla WorldCon, il congresso annuale degli scrittori di fantascienza. In senso orario: Ed Weisinger, Julius e Jean Schwartz, Mort Weisinger, Ed Hamilton, Sam e Christine Moskowitz, due uomini non noti, Leigh Brackett (Archivio Julius Schwartz). Si veda https://cinephiliabeyond.org/leigh-brackett-terrific-writer-ahead-time-just-ahead-colleagues/

Il segreto del successo di questa autrice è qui: scrive come un uomo, non tanto perché sia riconoscibile nella sua opera uno specifico letterario maschile, piuttosto perché le vicende sono pensate per un pubblico maschile, i personaggi (uomini e donne) rispondono alle aspettative di un pubblico maschile e ne confermano gli stereotipi di genere. È forse per questo che Brackett, a differenza di C.L. [Catherine Lucille] Moore e di James Tiptree jr. [Alice Sheldon], si dichiara immediatamente come autrice donna, senza necessità di celare il proprio sesso al pubblico. «I’ve always been bent on masculine things», confessa a Bertil Falk, che la intervista nel 1975: in ragione di questo orientamento (non sessuale, ma culturale), gli uomini autori e lettori di fantascienza la riconoscono come una di loro e ne decretano il successo. Certo, Brackett dà alle sue vicende un’ambientazione sontuosa, riuscitissima, nella quale le gesta e le avventure narrate si giovano di atmosfere sinistre e lande spettrali, nel tentativo di «appropriarsi di un mondo con le armi del sogno» (così Giuseppe Lippi). A lungo si è discusso se nella descrizione del pianeta rosso sia Leigh Brackett a influenzare Ray Bradbury (autore delle straordinarie Martian chronicles) o viceversa: legati da una solida amicizia, quasi membri di una stessa confraternita (l’agenzia di Julius Schwartz), coautori del racconto Lorelai of the Red Mist (1946) e nomi di punta della rivista «Planet Stories», negli anni Quaranta entrambi scelgono Marte come pianeta di elezione: «Ray was regarded by Leigh as her mentor», afferma Schwartz, dal momento che quando nel 1940 Brackett inizia a pubblicare, Bradbury, per quanto di alcuni anni più giovane, è già un autore emergente in ambito pulp.

Leigh Brackett con il marito Ed Hamilton nei primi anni Settanta (foto di Dave Truesdale)

Non si avvalgono di ambientazione marziana due romanzi meno popolari ma di grande interesse che Leigh Brackett pubblica nel 1955 e nel 1963, quando ormai è divenuta una sceneggiatrice di successo per Hollywood: The long tomorrow e Alpha Centauri or die! (quest’ultimo costituisce la rielaborazione dei racconti The Ark of Mars, 1953, e Teleportress of Alpha C, 1954), tradotti in italiano, rispettivamente, come La città proibita e Alfa del Centauro. Il primo si svolge sulla Terra in età post-atomica (il possibile olocausto nucleare è un’ossessione americana degli anni Cinquanta): negli Stati Uniti detengono il potere sette religiose integraliste, fautrici di una società rurale e contrarie alla moderna tecnologia. La vicenda si sviluppa proprio a partire da un villaggio neo-mennonita (Brackett afferma di essere stata colpita dallo stile di vita della comunità amish in Ohio) e ha per protagonisti due giovani ribelli, attratti dalla leggendaria Bartorstown, ove scienziati e tecnici continuano a sperimentare e produrre in nome della libertà e del progresso. Pure da un mondo marcatamente distopico, questa volta collocato su Marte, fuggono i protagonisti del secondo romanzo, il terrestre Kirby e la sua sposa marziana Shari, in un tempo in cui «non c’erano più uomini nello spazio» e «le astronavi scure percorrevano le strade tra i mondi, silenziose e senza luci, senza bisogno di una mente umana che le guidasse». Ancora una volta, si intrecciano i temi del dominio delle intelligenze artificiali e del desiderio di libertà insito nell’essere umano, della rassicurante stabilità dell’ordine costituito e della ribellione di un gruppo di irriducibili disposti a perdere tutto, pur di rivivere il sogno del viaggio spaziale, avvalendosi (letteralmente) della forza del pensiero. In questo romance interplanetario, quasi un’odissea tra le stelle, ritorna prepotente la critica sociale che ha caratterizzato alcune delle prime opere di Leigh: «Era bello. Era bello pensare di costruire una casa e di vivere lì, liberi dalla legge che ti imponeva il posto dove vivere e dove lavorare, e quanti figli potevi avere, in modo che l’equilibrio economico non venisse sconvolto […]. Era bello pensare di vivere con Shari dove non c’era il peso morto delle consuetudini sociali in cui inciampare ad ogni passo, perché lei era marziana e lui non lo era, e quindi appariva indecoroso che si amassero». Dispiace, nel testo, la rappresentazione delle donne che si trovano a bordo della nave spaziale lanciata verso il mondo nuovo costituito da uno dei pianeti di Alfa Centauri: con l’eccezione di Shari — telepata, comprensiva, altruista — sono mogli e madri isteriche e vocianti, incapaci di pensiero alto perché troppo concretamente legate alle contingenze e alle preoccupazioni della quotidianità; e non giova a riscattarle l’affermazione dell’anziano pilota Pop Barstow: «Te lo dicevo che non capisci le donne, giovane Kirby. Sono capaci di rovinarti l’esistenza per una cosa priva d’importanza, ma quando si tratta di qualcosa di grosso hanno più coraggio di noi».

«Brackett writes good. She writes like a man». Parola di Howard Hawks, il popolare regista di Hollywood, che dopo aver letto il romanzo giallo No Goods from Corpse (Niente di buono da un cadavere, titolo italiano Un cadavere di troppo) pubblicato da Leigh nel 1943, decide di affidarle la sceneggiatura di The Big Sleep, il film tratto dal romanzo di Raymond Chandler al quale sta lavorando nel 1946, affiancando l’autrice appena trentenne al grande scrittore William Faulkner. «He liked my “tough guy” dialogue» ricorda lei stessa a proposito di Hawks in una bella intervista rilasciata nel 1974, apparsa sulla rivista «Starlog» nel febbraio 1987: l’espressione, difficilmente traducibile in lingua italiana, rinvia a un insieme di significati quali ‘ragazzaccio’, ‘spaccone’, ‘duro’… Sì, Leigh Brackett è apprezzata proprio perché «scrive come un uomo». Quanto alla collaborazione con Faulkner, Leigh rivela che lo scrittore, uscito dal proprio ufficio con una copia del libro tra le mani, le disse: «Io scriverò questi capitoli, e tu scriverai quelli», e che dopo quella volta lei non lo vide più!

Hollywood, 1946: sul set di The Big Sleep, durante la preparazione di una scena. In senso orario: il regista Howard Hawks, l’attrice Sonia Darrin (Agnes Lowzier), Keith Brackett, l’attrice Lauren Bacall (Vivian Sternwood Rutledge), gli attori Humphrey Bogart (Philip Marlow) e Louis Jean Heydt (Joe Brody). Leigh racconta che Hawks era solito consegnare il copione agli interpreti soltanto pochi prima di andare in scena. Si veda https://cinephiliabeyond.org/leigh-brackett-terrific-writer-ahead-time-just-ahead-colleagues/

Brackett aveva già realizzato la sceneggiatura per alcuni B-movies (The Vampire’s Ghost, del 1945 e Crime Doctor’s Manhunt, del 1946), ma il memorabile Il grande sonno, con un indimenticabile Humphrey Bogart nel ruolo di Philip Marlowe («I adored him!») apre a una durevole collaborazione con Howard Hawks e a un successo remunerativo: e sono i film western o d’avventura Rio bravo (1959, in italiano Un dollaro d’onore), Hatari! (1962), El Dorado (1966), Rio Lobo (1970), tutti con John Wayne al culmine della carriera. Leigh confessa di aver sentito l’attività di scrittrice di fantascienza come più congeniale alla propria indole, perché le permetteva di lavorare in solitudine e in silenzio («just me and my typewriter»), mentre il lavoro di sceneggiatrice, in stretta relazione con i registi e con il loro giudizio, spesso risultava estenuante («I just froze»).

Nel 1973 firma la sceneggiatura di The Long Goodbye, di Robert Altman, ancora una volta da un classico di Chandler (Il lungo addio), molto liberamente adattato e attualizzato. Quindi, nel 1978, un anno dopo la morte del marito Ed Hamilton, l’occasione più bella della vita: «Fammi le congratulazioni — così Julius Schwartz ricorda che lei gli disse durante un incontro newyorkese — George Lucas mi ha appena chiamata e mi vuole per la sceneggiatura di The Empire Strikes Back», L’impero colpisce ancora (1980), secondo episodio cinematografico della saga di Star Wars «Lei finì la prima bozza — è sempre Schwartz a parlare — ma se ne andò prima di aver revisionato lo scritto»: Keith Brackett muore infatti il 18 marzo 1978, a sessantadue anni, di tumore.

Paesaggio del pianeta Hoth, sede dell’Alleanza Ribelle, dal film The Empire strikes back (1980). Il pianeta di ghiaccio fu ricostruito nella località norvegese di Finse e nel vicino ghiacciaio Hardangerjøkulen

La sceneggiatura è completata da Lawrence Kasdam, con Brackett accreditato come screenwriter. Le atmosfere de L’impero colpisce ancora sono però indubitabilmente ascrivibili a Leigh: in particolare il mare di ghiaccio e neve che ricopre il pianeta Hoth, sul quale si svolge la prima parte della vicenda, ricorda le distese gelate e impervie incontrate su Marte, «il Marte che non scompare — aveva dichiarato Leigh Brackett parlando della space opera — anche se le sonde spaziali ce ne offrono un’altra immagine. Perché quel Marte io lo conosco, l’ho visto, ci sono stata ed esiste anche ora, forse in un altro angolo dello spazio e del tempo».

In copertina: Marte fotografato dal rover Curiosity (NASA, 2019).

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Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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