Ragazza

Come celebrare i 90 anni di Edna O’Brien (15 dicembre)? Un’ottima occasione ci arriva dal suo ultimo romanzo pubblicato in Italia nel 2020: Ragazza (Girl), per il quale si è documentata nel corso di tre lunghi anni e si è recata, alla sua età non proprio giovanile, fino in Nigeria per parlare con le testimoni, per conoscere persone e luoghi, per tentare almeno di capire la tragica realtà.
Il romanzo è incentrato, infatti, sulla vicenda di una ragazzina rapita come le sue compagne dal collegio e portata in un accampamento della setta Boko Haram. Maryam è una sola, ma rappresenta tante altre giovani donne di cui è di fatto una sintesi, non potendo dar voce a tutte le Abigail, Hope, Amina, Fatima, come spiega la scrittrice nella postfazione. Si tratta di un’opera potente, dolorosa ma anche con squarci di dolcezza e sentimento, scritta da una mano ferma e sicura, nata da una mente lucida e vivissima.

Ma chi è Edna O’Brien? Nata il 15 dicembre 1930 nelle campagne d’Irlanda, fu educata dalle suore e studiò per diventare farmacista. Dopo una scandalosa fuga d’amore (perché lui era già sposato), si è unita in matrimonio con lo scrittore Ernst Gébler da cui ha avuto due figli, ma dopo dieci anni hanno affrontato un difficile divorzio. Divenuta una madre single, si è trasferita a Londra nel 1964 per lavorare in una casa editrice e piano piano ha iniziato a scrivere; i risultati incoraggianti l’hanno condotta a essere oggi una delle voci più autorevoli di lingua inglese. Ha vissuto anche a New York e ha frequentato, durante i vivaci anni Sessanta e Settanta, il mondo della swinging London facendo incontri memorabili: da Philip Roth a Gore Vidal, da Harold Pinter a Jackie Onassis. Di questo periodo e di tutto ciò che lo ha preceduto e seguìto racconta con grande libertà nell’autobiografia Country girl. È un’autrice prolifica: ha scritto una raccolta poetica, testi teatrali (fra cui quello di notevole successo dedicato a Virginia Woolf, nel 1981), saggi, racconti, romanzi e storie per bambini e bambine. 

Centrale nella sua produzione il ruolo della donna, con le sue ansie, i suoi tormenti, le violenze subìte, la sessualità, il complesso rapporto con gli uomini e i mariti. Per certe crudezze espresse nei testi — che le avevano procurato critiche e censure — pensò addirittura di rivolgersi a un celebre psichiatra, ma il medico, anziché riportarla alla “normalità”, la incoraggiò a scrivere come si sentiva, per capire meglio sé stessa e tutte le donne. Non meraviglia il fatto che molti titoli siano declinati al femminile e che in ogni caso una o più figure di donne (spesso ragazze) siano al centro dei suoi romanzi. Ragazze di campagnaLa ragazza dagli occhi verdi (ripubblicato come La ragazza sola), Ragazze nella felicità coniugaleLe stanze dei figliDown by the river (storia dolorosa di una giovane violentata e costretta all’aborto): l’educazione cattolica opprimente fa di frequente da sfondo alle vicende, mentre nel capolavoro Tante piccole sedie rosse (2017) Fidelma avrà tragicamente a che fare con la guerra serbo-bosniaca e con uno dei suoi più crudeli protagonisti. 

È poco più di una bambina Maryam quando viene portata via dalle sue certezze, dalla scuola, dalla famiglia; l’incipit ci introduce efficacemente nella storia, in tutta la sua drammaticità: «Prima ero ragazza, ora non più. Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli. Le viscere, un pantano». L’elemento “sangue” ritornerà più volte, con varie accezioni: c’è il sangue delle ripetute violenze carnali, c’è il sangue mestruale che è una benedizione perché anche questa volta non ci sarà una gravidanza, c’è il sangue dei graffi e delle percosse, c’è quello dei cadaveri, c’è quello terribile di una lingua mozzata. «Ero inginocchiata su una terra disseminata di cuori sbocconcellati e c’erano gole tagliate ovunque, il sangue sgorgava come un torrente senza fine». Dalla breve citazione si può avere un’idea dello stile di O’Brien, la sua scrittura tesa e sintetica ma ricca di metafore e paragoni, il lessico allusivo e concreto che si ritrova anche nelle bellissime descrizioni della natura, unici momenti di serenità. «I caschi di mango erano piccoli, guancia a guancia, lungo i rami sottili e cadenti». «Alcuni brandelli di quella schiuma procedevano nell’acqua leggeri come piume, piume che si raggruppavano in isolotti indolenti». «Poi una brezza dalla foresta, una brezza fresca foriera di pioggia mi lambisce tutto il corpo scendendo come seta lungo le gambe». Altrove la crudeltà degli eventi è quasi insopportabile, anche se la scrittrice non indugia e si limita ad accennare: il fratello fatto a pezzi, le donne che — per la fame — mangiano la placenta della compagna di sventura, il corpo talmente sgradevole e deturpato da non essere più nemmeno oggetto di violenza, le persone anziane gettate in una fossa poi calpestata ripetutamente dai cavalli. Ma questi fatti, ed è ciò che fa davvero male a noi lettori e lettrici, non sono frutto della fantasia di una abile narratrice, purtroppo in Nigeria episodi del genere sono accaduti (fece scalpore il rapimento di 276 ragazze nell’aprile 2014) e la situazione non è affatto pacificata, anzi si è allargata ai Paesi confinanti come Camerun, Ciad, Niger. Nel luglio scorso le vittime di attacchi terroristici sono state 430, il 17 ottobre 14 soldati nigeriani sono rimasti uccisi in uno scontro. 

Edna O’Brien, Ragazza, Einaudi Stile libero, Torino, 2020

A Maryam succede al campo di venire presa in moglie da Mahamoud, un ragazzo non violento né aggressivo, anche lui vittima del caso, rapito dal suo villaggio e divenuto suo malgrado assassino del cugino per essere accettato dai miliziani. La ragazza diventa mamma di una bambina detta Babby; in realtà — le rivela — «Ti ho chiamata Maryam. Lo stesso che porto io. Due Maryam, come la madre di Gesù, solo che noi siamo Madonne Nere». Insieme a una amica riesce a fuggire dal villaggio e compie un’impresa quasi impossibile: sopravvivere con la piccola in condizioni estreme, nella foresta, fra pericoli di ogni genere, affamate, lacere nelle vesti e nelle carni, con il rischio di essere catturate e riportate dagli aguzzini che le avrebbero punite con una crudeltà indicibile. Difficile, se non impossibile, trovare solidarietà e aiuto, per la paura assai concreta di ritorsioni. Anche il ritorno alla normalità non sarà facile: la madre è fredda, i parenti ostili, la figlioletta le viene sottratta e data per morta, le autorità la celebrano ma a nessuno interessa davvero la sua sorte: sapere cosa ha vissuto disturberebbe i fragili equilibri sociali e politici. Uniche presenze umane e solidali sono alcune suore che rischiano molto, ma con il sorriso sulle labbra, sempre disposte all’accoglienza e all’affetto sincero. Il convento è un’oasi di pace, un ambiente allegro e pieno di fiori, tutto è pulito, il cibo finalmente non manca, la stanza è piccola ma in ordine; lì Maryam avrà in dono il primo libro della sua vita e la piccola Babby farà la sua prima vera risata. Sarà proprio suor Angelina a trovare un lavoro da insegnante a Maryam, nel villaggio in cui vive: «Centinaia, se non migliaia, di stelle riposavano sul panno verde del cielo». Una nuova esistenza, una nuova speranza si aprono davanti alle due “Madonne Nere”, madre e figlia sopravvissute, entrambe solo desiderose di sicurezza e serenità.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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