Riflessioni sulla “cura”

Ci sono fatti, situazioni, eventi, tragedie che determinano un “prima” e un “dopo” perché mettono in luce zone d’ombra e svelando ciò che non funziona possono addirittura consentire ribaltamenti sociali. Come ricorda Daniel Finn nel suo articolo “La Peste nera e la nascita del mondo moderno” — in Jacobin, n. 7 / estate 2020 — ancora oggi «gli storici dibattono sul ruolo della peste nera», diffusasi in Europa a partire dalla seconda metà del 1300, «nella grande transizione dell’Europa occidentale dal feudalesimo al capitalismo. Sia che abbia accelerato tendenze già in essere o che abbia indirizzato lo sviluppo verso strade del tutto nuove, la pandemia sicuramente contribuì alla matrice sociale dalla quale emerse il capitalismo moderno, specialmente nella campagna inglese».

La drammatica pandemia da Covid-19 nella quale ci troviamo è uno di questi eventi. Il virus è apparso e si è diffuso dentro un contesto economico e sociale reso fragile da anni di politiche neoliberiste, nei quali molti milioni di persone hanno avuto meno diritti, li hanno perduti, o peggio, non li hanno mai sperimentati, mentre la ricchezza di pochi è aumentata esponenzialmente. Precarizzazione del lavoro e della vita, indebolimento dei sistemi pubblici di welfare sotto il peso di scelte politiche fondate sulla trappola del debito pubblico, del pareggio di bilancio, dell’aziendalizzazione, violenta predazione dell’ambiente naturale e del vivente hanno impoverito e devastato il pianeta in nome di un profitto senza fine che distrugge tutto ciò che gli si oppone, mentre le gerarchie di potere si sono acuite dando origine a ingiustizie, fondamentalismi di varia natura e violenze.
Un contesto che ha promosso un modello di società nel quale, citando, se non ricordo male, Marx, “individui reciprocamente indifferenti” si incontrano e si riconoscono, quasi esclusivamente, nella dimensione del mercato. Il contagio che si diffonde, generando sofferenza e dolore, svela in maniera esemplare che nessuna guarigione può esserci se si ritorna al mondo di “prima” perché questo mondo è la malattia.

Da qualche tempo una parola risuona con insistenza in molti e differenti luoghi: cura. È un fiorire di iniziative pubbliche, di discorsi, di dibattiti nei quali la “cura” diventa il leit motiv di fondo. Penso in particolare al proficuo “percorso di convergenza per una società della cura”, di cui mi sento parte, dentro il quale convergono centinaia di associazioni e singole persone. Per questo sarebbe utile domandarsi quale significato si vuole dare a questa parola. Perché le parole possono sostenere percorsi trasformativi e liberatori ma anche di mantenimento dello status quo o, peggio, di involuzione. Come scrisse il socialista William Morris a fine Ottocento: «I padroni hanno molti modi di lottare per sopravvivere in questo mondo!»
Provo pertanto a condividere alcune mie riflessioni sul significato del termine “cura”. Lo faccio senza troppe pretese e nella consapevolezza di ciò che sono: non un’intellettuale ma un’attivista politica femminista di una certa età che preferisce dedicare le energie di cui ancora dispone a sostenere percorsi e progetti capaci di modificare il nostro modo d’essere e di generare pensieri e azioni utili a un cambiamento di fondo del sistema in cui ci troviamo a vivere.

Qualche precisazione
Non intendo la “cura” come un gesto riparatorio di un guasto o di somministrazione di un farmaco per far scomparire il sintomo. Non riesco nemmeno lontanamente a pensare come si possa riparare, riaggiustare o addirittura guarire il mondo in cui viviamo. Mi convince di più considerare “la cura” come un nuovo paradigma di senso che presuppone un riorientamento radicale di pensiero insieme all’esigenza di un modo diverso di stare al mondo. In questo senso curare non può che voler dire confliggere con l’ordine economico, sociale e politico che governa il mondo. Modificando al contempo anche noi stesse/i. Preferisco, cioè, considerare la “cura” come una prassi, e quindi un’azione coerente sostenuta da un pensiero, e un modo d’essere, individuale e collettivo insieme.

L’elaborazione femminista: una miniera d’oro
Riconoscere all’elaborazione femminista il merito di aver ragionato per prima, ormai da decenni, sul concetto di cura non significa, per me, considerare la “cura” come una parola di proprietà del femminismo. Ben vengano diffusione e contaminazione. Specifico che l’elaborazione femminista a cui mi riferisco non ha a che vedere con il pensiero che postula che la “cura” sia essenzialmente un’attitudine femminile. Perché quella cura lì è esattamente il modo attraverso il quale si è inferiorizzato il genere femminile relegandolo nella sfera domestica o in lavori considerati “minori” per considerare le donne il “secondo sesso”, come ebbe efficacemente a spiegare Simone De Beauvoir, e introdurre una gerarchia di potere che ancora oggi persiste.

Scrive l’antropologa ecofemminista Yayo Herrera (in foto) in un’intervista esclusiva a Sara Pollice: «Non credo che le donne abbiano un principio femminile che le renda differenti, più portate a occuparsi della vita. Ciò che è vero è che la cura è stato un lavoro storicamente femminilizzato, ed è un lavoro importante, un lavoro trascendentale, e da un punto di vista femminista e non femminile: c’è bisogno di suddividerlo, di fare in modo che l’insieme della società, l’insieme sociale integrato da uomini, donne, persone e istituzioni, si occupi corresponsabilmente della cura del corpo. Non è un lavoro strettamente di donne, non è un lavoro femminile, è un lavoro che fanno le donne perché viviamo in una società patriarcale che obbliga, in forma non libera, le donne a svolgerlo».

A mio avviso l’elaborazione femminista più “rivoluzionaria”, sul piano del prendersi cura, è proprio quella che ha affermato quanto “il personale sia politico”, smascherando la falsità del binomio privato/pubblico.

Come scrive bene Giorgia Serughetti nel suo articolo “Il perturbante lavoro domestico” — in Jacobin n. 7 / estate 2020 — «La distinzione privato/pubblico, con l’assegnazione delle donne al primo ambito, gli uomini al secondo, è stata (ed è ancora in gran parte) un caposaldo della costruzione patriarcale della cittadinanza. È stata inoltre (ed è ancora) funzionale a economie capitalistiche che risultano — come scrive Nancy Fraser — “dipendenti dagli stessi e identici processi di riproduzione sociale di cui disconoscono il valore”. Nella fase attuale del capitalismo, globale e neoliberale, il posto delle donne non si limita alla casa, si parla anzi di femminilizzazione del lavoro extra-domestico. Ma questa evoluzione non fa che rafforzare le norme di genere, nonché di classe o “razza”, con l’attribuzione dei compiti di cura ad altre donne, spesso migranti da paesi più poveri, e l’attivazione di catene globali della cura. Ricordando la matrice “ideologica” di questo binomio, ma anche il suo carattere materiale, il pensiero femminista dell’ultimo mezzo secolo ha mostrato la profonda interconnessione che esiste tra sfere che si presumono distinte. Ha evidenziato come ciò che definiamo “privato” e “domestico”, lungi dall’essere estraneo alla vita pubblica, è in realtà continuamente plasmato dalla politica. E come un lavoro riproduttivo continuo e continuamente rimosso — cucinare, lavare, fare il bucato, curare i figli minori, eccetera — sia essenziale ad assicurare la partecipazione degli individui adulti alle attività produttive».

Specie nei periodi di confinamento, lo spazio della casa è divenuto centrale rendendo evidente quanto sia ideologica e non “naturale” la distinzione fra la sfera pubblica e quella privata e quanto sia fittizia l’idea, tutta maschile, di una “cittadinanza” fondata ingannevolmente sul mito dell’individuo lavoratore, adulto, razionale, autonomo sganciato dalla sfera domestica. La pandemia dimostra che dimensione della cura e lavoro di riproduzione sociale e domestica sono elementi fondanti la vita stessa di una società. Ripensare il modello economico e sociale e metterne in discussione l’attuale non può che voler dire mettere al centro le relazioni di cura, prendersi cura di sé delle e degli altri e del mondo e riconoscere le intersezioni di genere, classe, razza che attraversano le soggettività materiali.
Nel ripensare il modello economico e sociale l’elaborazione femminista si interseca con quella ecologista per porre due problemi centrali: quali siano i bisogni umani da sostenere, quali siano le produzioni di cui abbiamo bisogno e quali siano i lavori socialmente necessari e inoltre, considerata l’interdipendenza e la vulnerabilità dei nostri corpi, come prendersene cura in particolare in alcuni momenti specifici dell’esistenza.

Le esperienze di neo-mutualismo e solidarietà: “un nuovo modello di organizzazione e di risposta ai bisogni?”
I bisogni sollevati dalla crisi sanitaria ed economica sono tali e tanti da richiedere interventi ampliativi rispetto a quanto poteva essere garantito dai sistemi pubblici di assistenza sanitaria e sociale impoveriti da anni di riforme in senso privatistico. Anche per questo, durante il periodo di confinamento, si sono moltiplicate le esperienze di solidarietà e di neo-mutualismo, già presenti in molte città. Le reti di mutualismo, i centri sociali, le associazioni e i collettivi impegnati nel lavoro di quartiere hanno dato vita ad attività solidali per consentire alle persone rese fragili dalla pandemia per motivi differenti di poter contare su un aiuto concreto: spesa solidale, consegna dei medicinali, baby-sitting, sportelli legali, utilizzo di pc e tablet…
A mio avviso, sono almeno tre gli aspetti che dimostrano quanto queste esperienze pratiche di cura possano avere carattere trasformativo dell’esistente.
In primo luogo tali pratiche hanno consentito l’attivazione di centinaia di donne e uomini, in prevalenza giovani, che hanno agito attività di riproduzione sociale non orientate al profitto sperimentando quanto la solidarietà possa avere una dimensione politica se non viene vissuta solo come azione caritatevole ma come modalità di risposta, attiva e consapevole, a bisogni specifici legati al territorio.

Queste esperienze di neo-mutualismo e solidarietà, come ha sostenuto Nicoletta Gini, della casa del popolo di Lucca, durante il seminario, organizzato in remoto da IFE Italia lo scorso 5 dicembre su “Bisogni e cure. Le politiche di welfare al tempo del Covid”, non sono state pensate per  mettere una pezza alle assenze del sistema pubblico o peggio per offrigli una stampella, ma al contrario per leggere i bisogni specifici del territorio e costruire legami collettivi e solidali potenzialmente capaci di indicare un nuovo modello di organizzazione e di risposta ai bisogni con possibili ricadute trasformative sul sistema pubblico di welfare. Sulla stessa lunghezza d’onda, nel medesimo seminario, anche  Silvana Cesani, già assessora comunale alle Politiche sociali nel Comune di Lodi, pur auspicando azioni di difesa di quanto resta del sistema pubblico dei servizi, non nasconde le difficoltà di quest’ultimo a comprendere e quindi a rispondere adeguatamente ai bisogni posti dalla realtà odierna, vista la situazione in cui versa il sistema pubblico stressato da riforme in senso privatistico e dalla scarsità di risorse economiche a disposizione.

Il terzo aspetto degno di nota mi pare il fatto che tali esperienze hanno dato vita a legami imprevisti che hanno consentito una contaminazione reciproca capace di valorizzare la prossimità e abbattere il muro di indifferenza che caratterizza il modello sociale nel quale siamo immerse/i, come hanno spiegato Marie Moise e Lorenzo Zamponi nella giornata di studio su “Cura, resilienza e resistenza durante e oltre la pandemia”, tenutasi domenica 18 ottobre 2020 a Milano, presso lo Spazio di mutuo soccorso Ri-make (in foto). «Ricostruire nel riconoscimento reciproco e nella cooperazione l’unità solidale tra le persone, che la logica della competizione e dello sfruttamento distrugge, significa sperimentare, come direbbe Erik Olin Wright, delle utopie reali di uscita dal capitalismo. Un percorso fatto di solidarietà, ma anche di conflitto e di sfida per il potere politico».
Le esperienze di neo-mutualismo dunque mettono al centro le persone, praticano esperienze di solidarietà orientate alla cura e indicano come quest’ultima possa divenire, forse, un elemento importante per una ricomposizione sociale fondata su forme alternative di relazione fra le persone, sull’autodeterminazione e sul protagonismo individuale e collettivo. E quindi agire sul piano sociale e, sperabilmente, su quello politico.

Si può immaginare una trasformazione economica, sociale, politica, senza un cambiamento, individuale e collettivo, dell’essere umano?
Il sistema capitalista, a braccetto spesso con quello patriarcale, nel suo agire concreto non modella “solo” i modi della produzione, le relazioni sociali, le forme della politica. Esso agisce anche sui corpi, sui bisogni, sui sentimenti, sulle emozioni, sui desideri. La mercificazione del tempo e dello spazio condiziona il pensare, produce immaginari, discorsi, abitudini, struttura una mentalità e un senso comune che vede nel possedere, nell’apparire, nella potenza i tratti salienti del vivere. La pandemia, in un certo senso, potrebbe consentire, anche a questo livello, una feconda rielaborazione del nostro essere ed esistere.
Il distanziamento sociale e la solitudine che stiamo forzatamente sperimentando fa vacillare la dimensione umana più importante che è quella dell’essere e del sentirsi in relazione. Come ebbe a scrivere Antonio Gramsci «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi si sente in relazione con tutti gli altri esseri».

Eppure al contempo il distanziamento dei corpi rende evidente quanto si è vulnerabili se si è sole/i, quanto la solitudine generi incertezza e inquietudine, quanto nessuno/a possa “salvarsi” da solo/a. E quanto le ingiustizie, le violenze (penso in particolare quelle maschili contro le donne che durante il confinamento sono esponenzialmente aumentate), le gerarchie sociali siano piombo nelle ali, perché non servono per nulla a farci uscire dal buco nero in cui ci costringe la diffusione del virus.
Non so dire se “andrà tutto bene” o se “ne usciremo migliori”. I sistemi di dominio sono potenti e pervasivi e non basta uno sforzo volontaristico per abbatterli. Né i rapporti di forza attuali consentono facili ottimismi. Anzi. Credo però che vi sono momenti in cui si aprono spazi per provare a trasformare e a trasformarci. Mi verrebbe da aggiungere per migliorare noi stesse/i insieme al mondo in cui ci troviamo a vivere. Migliorarci non “per essere le/i migliori” ma per tentare, in un’epoca di offuscamento delle coscienze, di cambiare, cercando di essere migliori e non “le/i migliori”, tentando quindi di perfezionare la nostra interiorità e non di superare gli altri/e in una tensione “agonistica e aggressiva”, come scrive Vito Mancuso.
Forse in questo tempo di passaggio potrebbero essere poste domande corpose sul senso dell’essere e dell’esistere. E potremmo far divenire queste domande occasioni di confronto e di approfondimento, di riflessione collettiva.

«Dove sta la particolarità dell’umano, se non in un senso di responsabilità, di intelligenza, di creatività, di cura, appunto? (…)  Tanto più, allora, “cura” significa non soltanto far fronte all’emergenza, ma elaborare pensieri, fare profezie, scegliere le priorità, orientare le abitudini, studiare, soccorrere, aiutare. Senza timore, possibilmente, di guardare in faccia anche ciò che forse non si vorrebbe guardare», come scrive Gabriella Caramore ne “Il tempo ultimo” (in DoppioZero, rivista online, 18 ottobre 2020).

Ecco, tutto ciò detto, per me “cura” non può che tradursi nell’azione del “prendersi cura” orientata al cambiamento di prospettiva e all’alternativa di società e capace di muoversi su dimensioni diverse, benché intrecciate, in grado di dare conto della complessità del reale. E dunque potremmo affermare che “prendersi cura è la rivoluzione”, come disse qualche anno fa Naomi Klein in un’intervista, pubblicata su Internazionale del 16 luglio 2017, a Laurie Penny? Non saprei rispondere con certezza, ma certo potremmo provarci. Anche perché, come scrive sul Il Riformista Lea Melandri, «non sarà facile distogliere gli occhi dai disastri di un modello di civiltà e di sviluppo, capitalista e patriarcale, di cui non siamo stati, come nella maggior parte dei casi soltanto “testimoni”, ma partecipi nella quotidianità delle nostre vite, delle nostre insicurezze e dei nostri desideri».

Riferimenti bibliografici
Siegmund Ginzberg, Racconti contagiosi, Feltrinelli editore, prima edizione in Varia, novembre 2020
L’impronta ecologica delle donne, Sara Pollice intervista Yayo Herrero, intervista esclusiva, in forma di video, per la IX edizione della Scuola politica di Befree Cooperativa, Stiffe/L’Aquila/27 agosto/1 settembre 2019, in Jacobin, 5 ottobre 2019
Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, 1929-1935
Vito Mancuso, La forza di essere migliori, edizioni Garzanti 2019

***

Articolo di Nicoletta Pirotta

Attiva in campo associativo, sindacale e politico: il filo rosso che ha legato questi ambiti è stato ed è l’impegno femminista. Sono stata fra le fondatrici dell’Assemblea Permanente delle donne della Funzione Pubblica CGIL di Como e, in Italia, della Marcia Mondiale delle donne. Con il Prc sono stata eletta per due mandati consecutivi nella Commissione Pari Opportunità di Regione Lombardia. Dal 2008 sono attivista di IFE Italia e nella rete europea di “Feminists for Another Europe”.

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