Musica Nei Lager

Vent’anni fa ebbi l’occasione di assistere alla presentazione del libro di Jacques Stroumsa Violinista ad Auschwitz. Ebreo, nato nella comunità di Salonicco, figlio di un insegnante, ingegnere, Jacques Stroumsa fu deportato a Birkenau e riuscì a sopravvivere ai campi di sterminio nazisti grazie alle sue abilità musicali.

Jacques Stroumsa

«Dopo il nostro arrivo al campo e la scomparsa di mia moglie e dei miei genitori, fu la musica che mi permise di non soccombere alla disperazione, perché un uomo senza speranza era già un uomo morto. La musica mi permise di sopportare l’insopportabile» (pag. 60).

L’incontro con questo testimone dell’orrore nazista – già di per sé toccante – si concluse in modo inaspettato: Stroumsa iniziò a suonare il violino, in un crescendo di commozione tra il pubblico che affollava la sala.

Musica nei lager nazisti: un tema poco esplorato, fonte di grandi scoperte.

Tra le persone deportate ci furono musicisti, musiciste, compositori e compositrici di cui si è venuti a conoscenza grazie alle testimonianze dei sopravvissuti. Così come sono venuti alla luce brani musicali che, scritti spontaneamente o per ordine dei comandanti dei Campi, furono composti in quegli anni di atrocità. Non è ignoto, infatti, il ruolo importante – anche cinicamente importante – che svolgeva la musica, usata dalle SS come strumento organizzativo e disciplinare; per questo nei lager c’erano orchestre e vari ensemble strumentali. Si suonava ininterrottamente durante gli appelli, per accogliere nuovi prigionieri, per accompagnare i condannati alle camere a gas o per allietare i momenti di svago, ovviamente non dei deportati.

Disegno di François Reisz, pubblicato in Guido Fackler Des Lagers Stimme. Musik im KZ

La musica entrava dunque a far parte del calvario della vita quotidiana, sia come ascolto coatto durante le esecuzioni o come canto obbligato sulla strada per i lavori forzati. Si fece strumento di tortura, contribuì ad annientare la personalità degli individui; eppure, nello stesso tempo, suonare o cantare poteva essere un mezzo anche per ritrovare la dignità violata e, in molti casi, per sopravvivere: essere selezionati per suonare, dava la certezza che si sarebbe sopravvissuti per un altro giorno.

Musica anche come mezzo di autoconservazione, capace di far dimenticare l’orrore quotidiano e d’infondere speranza nei momenti di disperazione e sofferenza; partecipare ad attività musicali clandestine, era un modo per riparare identità e dignità minate, anche a rischio della vita, consapevoli che gli ufficiali tedeschi potevano sì commuoversi all’ascolto di una melodia struggente, ma subito dopo essere capaci di mandare a morire tutti.

Disegno di François Reisz, pubblicato in Projektgruppr Musik in KZ

Questa la testimonianza di Jacques Stroumsa: «…e così per un mese intero esercitai le funzioni di violino-solo nell’orchestra di Birkenau. Quando tutti i prigionieri erano usciti dal campo, a passo marziale e al suono dell’orchestra, rientravamo nella nostra baracca. Gli spartiti non mancavano. Grazie agli arrivi da tutti gli angoli d’Europa, la letteratura musicale, dopo essere stata diligentemente selezionata per sradicarne tutte le opere dannate (come ad esempio quelle di Mendelssohn e di altri compositori ebrei o di origine ebraica), era proprio completa. In che cosa consisteva il nostro lavoro? Dopo l’appello del mattino – che spesso durava una, due o più ore, e durante il quale il freddo o la pioggia fine che cadeva ci faceva battere i denti – ciascuna squadra si organizzava per essere pronta ad uscire per il lavoro. Noi, i musicisti dell’orchestra, dovevamo correre alla nostra baracca, prendere i nostri strumenti ed avviarci velocemente sul podio situato davanti all’uscita principale del campo. Appena risuonava il colpo di fischietto, l’orchestra, sotto la bacchetta del direttore, si metteva a suonare mentre la sfilata dei prigionieri-schiavi cominciava. Si udiva il grido: Mützen ab e tutta la colonna composta da cento schiavi salutava togliendosi il berretto. Guai a chi non marciava a passo militare!… E noi, nell’orchestra, dovevamo continuare a suonare senza mai fermarci».

Stroumsa prosegue citando Simon Laks, compositore e violinista polacco a capo dell’orchestra dei prigionieri:

«Quando una SS ascolta della musica, soprattutto se è musica che ama in modo particolare, curiosamente comincia a sembrare un essere umano».

In copertina: Marching to work, disegno di M. Koscielniak (particolare).

***

Articolo di Anna Compagnoni

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Nata a Brescia, si è diplomata in Chitarra al Conservatorio E.F. Dall’Abaco di Verona ed in  Liuto al Conservatorio G. Verdi di Milano. Svolge attività concertistica nell’ambito della musica antica, dedicandosi  alla valorizzazione di repertori musicali poco conosciuti, tra i quali quelli delle donne compositrici dal Medioevo al Barocco.

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