Editoriale. IL TEMPO DEL RITORNO

Carissime lettrici e carissimi lettori, ben ritrovati e ben ritrovate!

Vi ringrazio tutte e tutti per la vicinanza e l’affetto che mi avete dimostrato in questo che è stato un momento davvero difficile e impegnativo per la mia salute. Ho avuto da voi segni di affetto grandissimo, direttamente, con messaggi, attraverso una vera e propria valanga di mail arrivate a Toponomastica femminile. Per questo sono grata alla pazienza della Presidente Maria Pia Ercolini, che davvero ho sentito costantemente al mio fianco, concretamente e con il sostegno delle parole e dell’amicizia. Ringrazio tutta la redazione, ugualmente squisita durante la mia assenza, soprattutto a coprire lo spazio di questo editoriale. E un grazie speciale anche al direttivo di Toponomastica e poi alle tantissime amiche e ai tantissimi amici che, non vedendo la mia firma e la mia solita condivisione dell’articolo, si sono preoccupate e preoccupati e mi hanno chiesto notizie. Tutte e tutti davvero splendide/i quelli e quelle che hanno sicuramente contribuito a che la mia guarigione fosse più veloce e ben ancorata al mio corpo.

Era doveroso che vi scrivessi questo perché, al di là di qualsiasi retorica, i valori di affetto e di sorellanza e fratellanza rimangono, secondo me, i capisaldi su cui si rafforza la vita, al di là dei singoli credi, nel calore laicissimo di un’umanità che la poesia celebra spesso come sola e che questi tempi, tormentati da un invisibile quanto feroce virus, ci vede allontanati/e e ci mette in sospetto reciproco, perché francamente questa è la realtà dei fatti.

Intanto la mente va un po’ per conto suo e, non so come, mi sono trovata a pensare a una frase diventata quasi un emblema del ritorno, certo con una portata non solo di sofferenza, ma anche di ingiustizia senza limiti, non confrontabile. So che non è un anniversario, né della nascita e neppure della morte (credo amaramente e psicologicamente legata a quell’ingiustizia), né ai fatti accaduti, ma qui ho il forte desiderio personale di ricordare e di rendere omaggio a Enzo Tortora (1928-1988), che ringraziamo sempre per la sua frase e il suo umanissimo messaggio al suo ritorno in televisione (20 febbraio 1987) per riprendere Portobello dopo i 271 giorni di carcere e il periodo di arresti domiciliari. Questo il toccante discorso: «Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta».  Un uomo, vittima di un’ingiustizia crudele, allontanato in un primo momento persino dall’Ordine professionale e da persone che credeva amiche, interviene pubblicamente a favore dei suoi compagni di detenzione, degli ultimi, degli innocenti accusati, come lui, e comincia il suo impegno sociale e politico che lo porterà nelle fila del partito Radicale di Marco Pannella. Mi era venuta in mente la sua proverbiale frase di ritorno e l’ho voluto ricordare senza nessun raffronto, ma con la passione verso il vissuto dell’uomo.

Il male non deve, non può essere dimenticato contro chiunque venga rivolto. Mercoledì scorso si è celebrato il Giorno della Memoria, una data che coincide con l’arrivo dell’Armata Rossa sovietica nel campo di concentramento di Auschwitz, ma addolora il fatto che ancora oggi il 15 % degli italiani è in proposito negazionista e non accetta l’esistenza della Shoah che, come ha detto giustamente il giornalista Gad Lerner «è un crimine non solo nazista, ma anche fascista e italiano, perché l’Italia non è assolutamente esente da responsabilità». La Memoria, permettetemi il gioco di parole, non deve essere dimenticata. Perché non bisogna solo ricordare quei morti di allora, ma è necessario costantemente tenere presente il turpe pensiero che li ha causati. Un pensiero fondato sui concetti di razza, di disuguaglianza e di ingiustizia verso il vivente, pensato come diverso e inferiore rispetto ad altri uomini e donne, bambini e bambine, che troppo spesso, e non solo nei lager nazisti e non solamente allora, hanno subito atrocità e morte. Purtroppo dalla fine della seconda guerra mondiale sono stati tanti gli odi scatenati e l’indifferenza verso le vittime. Molte volte, come nel caso della Bosnia, l’aguzzino è passato dall’altra parte e fa parte della terribile cronaca di questi giorni la storia del migrante a cui hanno imposto di togliere le scarpe e che ha perso le falangi del piede per camminare scalzo nella neve, mandando in necrosi le gambe.

Ancora il male: come può un ragazzo, un adolescente di appena 19 anni (fino ad ora sembra essere lui l’indagato) uccidere la fidanzatina diciassettenne, dare fuoco al suo corpo e gettarla in un dirupo? Come può una persona così giovane, di un’età che noi immaginiamo portatrice di ideali, di sogni e di speranze scrivere, senza la minima vergogna sui social che «il male lo ha fatto perché il bene era banale»? Sinceramente la sua smisurata immaturità ci sembra mostruosa ed è segno di una mancanza di educazione al rispetto del corpo e dei sentimenti verso l’altra/o e capacità di gestirli.

Ancora i social, senza demonizzarli e senza avvalorare completamente l’ipotesi che «il mezzo è il messaggio». Di nuovo ancora triste e terrificante è che una ragazzina di appena dieci anni possa gestire in piena libertà (quale libertà? Un concetto davvero non facile per il quale occorre esperienza e maturità!) un social attraverso il quale gli e le utenti vengono spinte a delle prove che, impropriamente sono chiamate di coraggio, dove il termine coraggio dovrebbe stare per «Forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio», come spiega la Treccani.  Invece è richiesto l’azzardo e l’irragionevolezza in una sorta di orrenda roulette russa. Questo è stato il triste destino di Antonella, morta (uccisa) da una sfida, non unica vittima.

Vittima (e con lei tante altre) è anche la ragazzina, due anni in meno di Antonella, che dalle pagine di un altro social, scimmiotta le influencer, cercando, tra ammiccamenti sessuali e linguaggio ad hoc, di legare il suo corpo immaturo di bimba a un trucco o a un vestitino alla moda, cercando consensi e follower. La ragazzina in questione è spinta ad agire dalla mamma che la vede già ricca star. Una maternità distorta, che non riesce a tenere conto del sacrosanto diritto di una ragazzina a vivere un’infanzia serena, oltre che spensierata, al suo cuore che dovrebbe rimanere bambino nel più innocente dei modi.

Prima di chiudere, cercando sponde più dolci su cui poggiare i nostri pensieri, vediamo gli articoli presentati in Vitaminevaganti di oggi, che segna il numero 99 e rimanda all’inaugurazione della testata a tre cifre nel prossimo numero, il primo sabato di febbraio.
Parte importante è la presentazione di una bellissima iniziativa iniziata il 26 gennaio, quarto martedì del mese. Si chiama Les salonnières virtuelles, una serie di incontri, sulla falsariga di quelli creati dalle dame del Settecento, trasmessi su piattaforma (per collegarsi si va o sulla pagina di Toponomastica femminile, dove potete vederla anche in differita, o su youtube, anche qui sempre disponibile). L’appuntamento è al quarto martedì del mese e inizierà alle 18,00: un’ora da passare tra chiacchiere colte e nuove conoscenze su argomenti diversi e sempre stuzzicanti, come il primo che ha trattato il Giornalismo al femminile.

La Storia verrà trattata con l’anniversario, centocinquanta anni, di Roma capitale d’Italia, eletta tale dopo Torino e il brevissimo periodo di Firenze, il 3 febbraio del 1871. Sempre di Storia tratta la serie dedicata, con un articolo che questa volta parla della caduta dell’Unione sovietica, della morte di Tito, avvenuta trenta anni fa, e di Tangentopoli.

La Tesi di questo mese viene da Milano e è un vero e proprio atto d’amore verso una grande scrittrice, Elsa Morante e il suo libro, forse meno conosciuto, ma non meno bello: Aracoeli.

Continuano le passeggiate e le storie al femminile nelle strade di Brescia, questa settimana in compagnia dell’originalissima artista Mina Mezzadri: mentre Agitu, la dolce pastora etiope uccisa da un dipendente per futili motivi pochi giorni prima della fine dell’anno appena concluso, è protagonista del Senso della terra. Le sue capre felici ora sono affidate a un’altra coraggiosa e giovanissima pastora, di appena 20 anni, che le ha prese tutte e 80 in carico, continuando una strada di reciprocità tra mondi.

Continuano, come sarà per tutto l’anno, gli articoli sulle donne di Calendaria 2021, chequesta settimana racconta di Fausta Deshormes, ideatrice del Servizio Internazionale Donne della Commissione Europea. La vita attiva e di generosa umanità di Vittoria Savio è argomento di un altro degli articoli di questo numero 99, che prosegue, a pochi giorni dalla commemorazione della Shoah, con la toccante descrizione dell’Orchestra femminile di Auschwitz, davvero da leggere e sulla quale riflettere, per non dimenticare mai. Così come non sono mai da dimenticare le donne armene (qui la seconda puntata) che hanno fatto conoscere al mondo la persecuzione e l’ingiustizia rivolta verso il loro popolo.

Ritornando alla bellezza, scevra della sofferenza, leggeremo del bel fare delle donne, dalle tessitrici dell’Irpinia alle produttrici dell’olio, grande dono della natura. La rivista di fantascienza Urania è la protagonista di questa puntata dedicata alle scrittrici fantasy. Poi la recensione di un libro, dolce e commovente, sulla purezza del mondo degli animali, quelli che ci aiutano a vivere, che ci sostengono con la loro innocenza. Scrive l’autrice, che ringrazio, insieme alle altre, per l’eccellente sostituzione in questo mio periodo di assenza da Vitaminevaganti: «Ci sono libri che ti chiamano e che hai voglia di leggere prima di tutti gli altri, anche di quelli che ti eri ripromessa di leggere in vacanza. L’assemblea degli animali, scritto dall’anonimo Filelfo, è uno di quelli. Mi ci sono avvicinata quasi per caso (ma forse nulla è per caso) e ho subito sentito l’esigenza di condividere col numero maggiore di persone possibile le riflessioni che ha suscitato in me».

Parliamo di dolcezza, di tenerezza e di amore. Dimentichiamo, almeno per un attimo, il male che così ci appare in tutta la sua banalità, prendendo in prestito il termine dalla grande filosofa, e ricordiamoci della Bellezza, quella dell’accezione dostoevskiana, che ci circonda.
Proprio dai social, di cui in questo editoriale abbiamo visto i lati deleteri soprattutto sui e sulle più giovani, viene un’immagine tenera: un cavalluccio marino (l’ippocampus con le sue 54 specie diverse) maschio. Il suo ventre gonfio (dalle uova poste dalla femmina!) che pian piano, con contrazioni dolci e violente, mette alla luce del mondo innumerevoli piccoli, gli avanotti. Uno straordinario esempio di gravidanza e parto maschile!

Spegniamo con un soffio di speranza le candeline dei 97 anni di Virginia Gattegno, dei 90 anni della senatrice Liliana Segre e di Sami Modiano e degli 88 di Edith Bruck, scampati/e alla ferocia nazifascita.
Ma guardiamo e rallegriamoci della bellezza delle stelle: troveremo l’asteroide scoperto e nominato da pochi giorni a una grande donna che ha visto l’invisibile e l’immenso, Rita Levi Montalcini, anche lei vittima di un odio che non vorremo più incontrare. Le stelle che ci portano a questa per me cara e meravigliosa poesia di Vladimir V. Majakovskij, con la quale mi congedo da voi in questo nuovo ritorno alla vita: «Amare significa/correre in fondo al cortile/e sino alla notte corvina/con l’ascia lucente/tagliare la legna,/giocando/con la propria forza./Amare/è sciogliersi/ dalle lenzuola/strappate dall’insonnia,/gelosi di Copernico,/lui,/e non il marito d’una Maria Ivanovna/considerando/proprio/rivale./Per noi/l’amore/non è paradiso terrestre/a noi/ l’amore/ annunzia ronzando/che di nuovo/è stato messo in marcia/il motore/raffreddato del cuore». (Stralcio poetico tratto da Lettera al compagno Kostrov da Parigi sulla sostanza dell’amore, traduzione di Angelo Maria Ripellino)

Buona lettura e ancora ben ritrovate e ritrovati tutte e tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Foto per presentazione.200x200

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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