La disabilità comunicativa in una società liquida affetta da pandemia

«Ciò che tutti apparentemente temiamo, affetti da “depressione da dipendenza” o no, in piena luce del giorno o tormentati da allucinazioni notturne, è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, banditi, ripudiati, abbandonati, spogliati di ciò che siamo, il vederci rifiutare ciò che vogliamo essere. Temiamo che ci vengano negati compagnia, amore, aiuto. Temiamo di venir gettati tra i rifiuti». Così parlava Zygmunt Bauman, in uno dei suoi trattati sociologici più intensi. Coniando l’espressione “Società liquida”, il filosofo parla della problematica delle interconnessioni socio comunicative fra esseri umani. Personalmente, apprezzo moltissimo il suo lavoro e lo ritengo di fondamentale lettura soprattutto nei tempi odierni. Quello di cui purtroppo mi accorgo quotidianamente, è l’incapacità di comunicare fra esseri simili. Fraintendimenti, interpretazioni a senso unico, e tutte le discussioni che ne derivano, sono frutto direbbe Bauman, di incapacità nell’ascoltare l’altro. Quello che il filosofo sottolineava non troppi anni fa, era proprio la tendenza a leggere le parole dell’altro attraverso la propria voce interiore, con l’unico risultato di distorcere irrimediabilmente concetti, parole e intenzioni. 

La verità, è che siamo profondamente tutte/i egoisti. Ricerchiamo il nostro piacere, lo perseguiamo, lo vogliamo raggiungere a ogni costo. Soprattutto a discapito degli altri/e. I rapporti sani fra appartenenti alla stessa specie sono — a parer mio — corrotti da molto tempo, ma l’isolamento e la “reclusione” quasi forzata a cui ci ha costretto il Covid-19, hanno decisamente fatto esplodere il problema. Bauman lo scriveva poco prima di lasciare questo mondo: «Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo va di pari passo con il consumismo. Esso, però, non mira al possesso di oggetti ma di affetti, passando da uno all’altro, in una sorta di bulimia senza scopo». 
In sostanza, l’essere umano non è più in grado di stare da solo. E la modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è «la convinzione che il cambiamento sia l’unica cosa permanente e che l’incertezza sia l’unica certezza». Questa corsa incessante all’arraffo di affetti nuovi, fa sì che in un periodo storico come questo, l’individuo si senta defraudato della sua libertà di scelta e liquidità affettiva. Attenzione, non parlo della tristezza nel non poter vedere i propri cari, o nel poter coltivare i propri affetti sani. Parlo di quella spasmodica ricerca di attenzioni che oggi non può più essere fatta in luoghi socialmente aggregativi. Questo ha portato a una corsa agli armamenti social. Iper connessione, vetrine accattivanti fatte di foto tattiche e stories su Instagram acchiappa like/attenzioni, ma anche di profonda depressione e disagio sociale. 

Per molti, il non poter più disporre a proprio piacimento della libertà di liquidità, ha significato lo sviluppo o l’esacerbazione del proprio ego. In sostanza: a me non importa cosa tu stia provando o vivendo, perché l’importante è che io ti comunichi quanto la mia vita sia piena e ricca
Questa, oggi, è la disabilità maggiore con cui ci troveremo a fare i conti: l’egocentrismo e la continua messa in mostra di noi stessi nella nostra veste migliore sta rapidamente portando la società a una involuzione di sé stessa. Io non ho più bisogno davvero di contatti umani a meno che non mi servano a qualcosa di concreto (soddisfacimento sessuale, personale, narcisistico e così via)

I terapeuti stanno riscontrando nelle numerose sedute (spesso a distanza) fatte con i propri pazienti, un estremo bisogno di attenzioni. La causa di tutto questo sta nel non essere più in grado di accettare o vivere con serenità i naturali momenti di solitudine che ognuno di noi ha nella propria vita. Stare da soli significa fare i conti con sé stessi e spesso questo diventa doloroso: abituati a un costante contatto con gli altri/e e a un contesto sociale fatto di mille impegni e interconnessioni, l’essere umano si ritrova di colpo solo nella propria casa, con l’unico strumento d’evasione a disposizione: lo smartphone. Ed ecco che la comunicazione per immagini, o in generale informatica, perde la sua funzione primaria: supportare quella dal vivo. Cresce così quello che io chiamo narcisismo pandemico, e la disabilità comunicativa sta diventando addirittura un gap generazionale. I bambini di oggi, abituati alla comunicazione con le mascherine in volto, non assimilano più le espressioni facciali del compagno/a. Saranno poi degli adulti incapaci di empatia, perché defraudati della possibilità di riconoscere la mimica del viso. Ed ecco esplodere fenomeni di bullismo sul web e nelle scuole, dove IO mi sento forte se schiaccio l’altro, lo umilio, o lo ignoro. Perché in ognuno di questi casi, alimento il mio ego che cresce e ingloba tutto il resto. E ne ho bisogno sempre di più, perché maggiore sarà il mio senso di vuoto da riempire con la disfatta dell’altro o l’imposizione della mia vita sull’altro, con le mie meravigliose avventure che nessuno attorno a me vive.  

La verità però, è che siamo vuoti. Vuoti e pieni di noi stessi/e, fintamente insieme e terribilmente soli/e, vittime di un meccanismo solo esacerbato dalla pandemia, a cui tendiamo a dare tutte le colpe. Forse però dovremmo domandarci dove eravamo prima, cosa eravamo, ammesso che qualcuno di noi lo sappia. E riflettere così, su quante volte, per ignorare noi stessi/e e le nostre debolezze, ci siamo cuciti addosso quel costume da supereroe credendo di salvare un altro o un’altra. Non capendo, in fondo, che siamo proprio noi quelli/e da salvare. E siamo proprio noi a dover imparare a comunicare: leggendo, ascoltando, vivendo davvero le nostre solitudini. Solo così potremo, un giorno, sperare di camminare accanto a qualcuno/a. Non sopra, non sotto, accanto. Smettendo di mietere vittime emotive della nostra bulimia d’affetto. Perché prima o poi, chi ci è attorno si allontanerà, o saremo noi stessi/e a farlo. E a quel punto potremo fare solo due cose: cercare una nuova vittima o rimboccarci le maniche davvero, e fare i conti con il nostro narcisismo egocentrico. E forse quest’ultima azione sarà la vera manifestazione d’affetto verso noi stessi e noi stesse: ammettere di essere vuoti/e, affrontare tutto questo, vincerlo. 

***

Articolo di Elisa Mariella

Giornalista professionista dal luglio 2016, appassionata e cultrice della lettura e della letteratura in ogni sua sfumatura. Moderatrice presso l’Aurelia Books.

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