Amelia Rosselli. Nata, giaciuta, vissuta, scappata, speranzosa

Frammenti di vita e di poesia

Venticinque anni fa, l’11 febbraio 1996, terminava tragicamente, con un suicidio all’età di 66 anni, la vita di una poeta che occupa un posto d’eccezione nella nostra letteratura, anche se per lei l’Italia era un «paese barbaro» e l’italiano la sua lingua paterna: lei era Amelia Rosselli. 

Per tracciarne la biografia, ci affidiamo a frammenti poetici che fanno parte delle opere da lei realizzate durante la seconda metà di un secolo, il Novecento, che segnò drammaticamente la storia della sua famiglia.  

Amelia Rosselli da giovane a Roma

Ecco cosa dice di sé stessa in una lirica contenuta nella raccolta Variazioni belliche, pubblicata nel 1963 dopo che Pier Paolo Pasolini ne aveva valorizzato la potenza espressiva: «Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione / fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti/ e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. / Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa / nell’Ovest ove niente per ora cresce // La congeniale tendenza al bene si risvegliava». Con la ripetizione di participi passati (nata, giaciuta, vissuta, scappata) che ricordano molto l’uso che ne fece un altro grande poeta, Giuseppe Ungaretti, nella lirica Veglia, Rosselli ci descrive la sua esistenza telegraficamente, ma trasmettendoci tutto il travaglio e la sofferenza di una vita in fuga dalla violenza, dalle atrocità di cui la sua famiglia fu purtroppo oggetto.

Questo però non le impedisce di vivere nella speranza di qualcosa che non può al momento sorgere, ma che la tendenza al bene risveglia. Rosselli visse il dramma della Seconda guerra mondiale, ma portava anche il pesante fardello impostole dall’esilio forzato della sua famiglia. Era infatti figlia di un esule e poi martire antifascista che per lei però fu sempre un «padre evanescente» perduto all’età di sette anni e forse mai ritrovato: Carlo Rosselli. Grande intellettuale europeo sia per formazione che per visione politica, Rosselli fu il maggior teorico di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista, socialista e libertario poi diventato Partito d’Azione, uno dei principali protagonisti della Resistenza e della transizione democratica italiana. Da lui Amelia, o Melina, come veniva soprannominata da bambina, ereditò la visione libertaria, laica, antiburocratica, idealista e il forte senso di impegno morale, ma anche fantasmi che la perseguitarono tutta la vita legati alla sua morte avvenuta per mano di sicari fascisti che nel 1937, durante l’esilio in Francia, lo uccisero insieme al fratello Nello. La madre di Amelia, Marion Cave, era invece inglese, nata in una famiglia per metà cattolica e per metà quacchera. Da sempre affascinata dalla lingua e dalla letteratura italiana, era venuta a Firenze per studiarla grazie ad una borsa di studio; per mantenersi, dava lezioni di inglese e, uno dei suoi studenti, fu Gaetano Salvemini che la introdusse nei circoli socialisti e poi antifascisti dove conobbe Carlo Rosselli.

Nello Rosselli, Amelia Pincherle, Carlo Rosselli

Lui avrebbe voluto sposarla subito, ma ad opporsi inizialmente a quell’unione, ritenuta azzardata, ci fu la madre di lui, Amelia Pincherle Rosselli, scrittrice di drammi teatrali, racconti e libri per ragazzi, che si era avvicinata al movimento emancipazionista femminile e, dopo la separazione dal marito, compositore appartenente a quella famiglia Rosselli-Nathan che aveva aiutato Mazzini durante l’esilio londinese e lo aveva ospitato morente a Pisa, aveva cresciuto da sola i tre figli avuti dall’unione. Alla fine, Amelia Pincherle desistette e acconsentì alle nozze. La fede antifascista della giovane coppia li costrinse all’esilio, dopo la reclusione di Carlo, e anche alla madre di lui toccò la stessa sorte – oltre che per l’antifascismo, anche per la sua origine ebrea che la fece emigrare prima in Svizzera, poi in Inghilterra e, infine, negli Stati Uniti.  

La nascita di Melina avvenne a Parigi; le venne dato lo stesso nome della nonna con la quale, ancora bambina, instaurò un legame privilegiato. Fu affidata proprio ad Amelia Pincherle, a quel tempo residente in Svizzera, dopo la morte del padre e l’aggravarsi della malattia della madre affetta da problemi cardiaci e reumatici. 

L’invasione tedesca della Francia costrinse le/i superstiti della famiglia Rosselli ad un primo tentativo fallito di raggiungere l’Algeria e poi ad una rocambolesca fuga prima in Gran Bretagna e, infine, negli Stati Uniti dove, con l’aiuto della Società mazziniana, si stabilirono a Larchmont, vicino a New York, unendosi ad altri transfughi italiani fra cui Enrico Fermi e Gaetano Salvemini. Quello fu per Melina un periodo molto felice trascorso con spensieratezza tra gli studi e il lavoro svolto nei campi insieme alla comunità quacchera che frequentava: così lo ricorda nel poemetto uscito nel 1981 con il titolo Impromptu: «è primavera o fa quasi caldo / mentre contemplo il mio unico / prigioniero mentre voi fate / alla guerra io mi beo nel / sole, difesa dai rami distanti / all’orlo del campo, un infinito / di secche penzolanti, schiaccio / col mio corpo la vetustà / lo stile, di questi ultimi / arrampicatori di una futura / celebrità, sognando sempre / ad occhi aperti quel sogno / che già c’è, e il cielo nel / suo azzurro benefico che m’ammicca». 

Nel 1946 il rientro in Italia significò per Melina la convivenza con la nonna, che la ospitò a Firenze dandole lezioni di lingua e letteratura italiana che lasciarono una profonda impronta nella futura poeta. Si confronti per esempio questa lirica, contenuta nell’opera Variazioni belliche: «Perché non spero tornare giammai nella città delle bellezze / eccomi di ritorno in me stessa. Perché non spero mai ritrovare / me stessa, eccomi di ritorno fra delle mura. Le mura pesanti / e ignare rinchiudono il prigioniero», con la «ballatetta» scritta da Guido Cavalcanti Perch’i’ no spero di tornar giammai in cui il poeta toscano in esilio dispera di poter tornare nella sua Firenze e affida alla ballata il messaggio d’amore per la sua donna. Come in Cavalcanti, anche in Rosselli è centrale il tema dell’interiorità, il ripiegamento in sé stesse/i che non è assolutamente risolutivo perché non porta al contatto con il proprio io profondo, ma alla prigionia e a quel disagio esistenziale che è anche una delle connotazioni più suggestive della poesia cavalcantiana. In effetti la permanenza di Melina a Firenze dalla nonna Amelia fu assai breve dal momento che non le vennero riconosciuti in Italia gli studi fatti all’estero e fu costretta a trasferirsi in Inghilterra per sostenere l’esame di Maturità. Nonostante la permanenza in un «Paese di sofisticati», come lei stessa lo definiva, non la entusiasmasse affatto, il soggiorno inglese fu invece importante perché, oltre a perfezionare la conoscenza della lingua e della letteratura inglese, le permise di iniziare a studiare musica, composizione, violino, pianoforte e solo più tardi anche l’organo, pur con l’opposizione della famiglia. Questa tappa fu fondamentale nel cammino verso la poesia perché per Rosselli la musica è poesia e la poesia è musica, come ben espresso in questi versi tratti da Serie ospedaliera, raccolta di liriche del 1969: «La musica comunque fa la sua parte / e nell’intendimento di essa risiede / la mia passione che contorcendosi si / dipinse egualmente spaventata dal lutto / dei suoi grandi occhi e della canzone» o ancor di più in questi tratti da Variazioni belliche: «L’alba si presentò sbracciata e impudica; io / la cinsi di alloro da poeta: ella si risvegliò / lattante, latitante. // L’amore era un gioco instabile; un gioco di / fonosillabe». Da notare, in quest’ultima lirica, un’altra e fondamentale caratteristica della poesia di Rosselli: lo sperimentalismo linguistico che si sviluppa mediante l’accostamento di parole – /lattante/ con /latitante/ – simili dal punto di vista sonoro, mai comunque completamente omofone, ma appartenenti a sfere semantiche contrapposte. Questa convulsa, e a volte violenta, ricerca linguistica, che si appoggia a scelte metriche molto originali basate sull’omogeneità ritmica e tipografica, si configura come atto creativo di una lingua universale capace di esprimere l’unità dell’«esperienza sonora logica associativa». Tutto ciò è assolutamente nuovo nella tradizione lirica italiana ed è fortemente condizionato dalla formazione di Rosselli che pensava, parlava e scriveva in tre lingue: la paterna, l’italiano, la materna, l’inglese, e il francese. L’approfondimento della lingua e della letteratura inglese lasciò un segno nella produzione letteraria di Rosselli che comprende anche la raccolta Sleep. Poesie in inglese del 1992, ultimo lavoro importante dove sono inserite le liriche scritte nella lingua della madre della poeta, il cui titolo si ispira al monologo dell’Amleto di Shakespeare sulla morte.  

Nel 1948 Amelia fu raggiunta dalla notizia della precoce morte della madre che aggravò le sue già precarie condizioni economiche e psichiche: rientrò in Italia e si rifugiò nuovamente dalla nonna, che le procurò alcuni lavori di traduzione. Ciò su cui però non poté fare nulla fu la profonda e cupa depressione che colpì la nipote e che la portò a intraprendere vari trattamenti psicoterapeutici, psicoanalitici, chimici e ricoveri ospedalieri in cui fu anche sottoposta all’elettroshock: la diagnosi, da lei sempre rifiutata, fu di schizofrenia paranoide. L’esperienza della malattia è raccontata in Serie ospedaliera, composta da liriche dalle quali emerge il difficile rapporto con la malattia, con le/gli altre/i e con la morte. Si prenda ad esempio la lirica Tènere crescite dove è possibile anche individuare le potenzialità musicali e semantiche della poesia di Rosselli che ricorre a versi liberi e di uguale lunghezza tipografica: «Tènere crescite mentre l’alba s’appressa ténere crescite / di questa ansia o angoscia che non può amare né sé né / coloro che facendomi esistere mi distruggono […]». Nel momento dell’alba che dovrebbe simboleggiare una rinascita, la poeta invece dichiara l’intensificarsi del suo stato d’ansia e d’angoscia caratteristico di una malattia che le impedisce sia di provare amore verso sé stessa, ma anche verso tutto quello che le dà la possibilità di essere lì presente, dalle cure alle persone care che l’assistono. Il suo stato psichico si contrappone a quello che succede al di là della finestra dove la vita continua e percepisce «le strafottenti risa di giovanotti che ancora vivere / sanno se temere è morire. Nulla può distrarre il giovane / occhio da tanta disturbanza, tante strade a vuoto, le / case sono risacche per le risate». La percezione che ci sia ancora qualcuna/o che vive pienamente la sua esistenza e lo manifesta attraverso fastidiose risate il cui suono è amplificato dalle case che fungono da casse di risonanza, produce una sensazione resa con il termine /disturbanza/ che assume un significato ambiguo: da un lato è da intendersi come un vero e proprio disturbo provocato dai rumori della strada; dall’altro come un’implicita manifestazione latente di fiducia nell’esistenza che emerge attraverso la vitalità del mondo oltre la finestra. La persona che sta assistendo la poeta durante la sua degenza si affretta a chiudere la finestra temendo che ciò che proviene dall’esterno possa nuocere alla malata e questo «disturbarsi per così poco» le fa sentire ancora di più «il peso della noia». In questo rapporto drammatico tra la condizione della malata e la persona sana che l’assiste ciò che emerge è soprattutto la mancanza di reciprocità nella comunicazione: ciò che potrebbe portare sollievo e nuova vitalità alla malata, la /disturbanza/ proveniente dall’esternoviene ben presto chiuso al di là della finestra mettendo in luce l’impossibilità della malata di comunicare i propri bisogni, condizione a cui Rosselli cerca di porre rimedio attraverso la poesia che diventa lo strumento atto a perseguire una comunicazione il più possibile autentica di sé. 

La cronicità del disturbo non permise ad Amelia di condurre da quel momento in poi un’esistenza piena, ma la costrinse ad alternare periodi di relativa calma a periodi di grande tormento e sofferenza. Dopo essersi ripresa dal primo manifestarsi della malattia, si trasferì a Roma dove cominciò a frequentare i salotti letterari e artistici della città e personalità già allora importanti come Alberto Moravia, suo cugino, e Renato Guttuso. Durante un convegno sulla Resistenza a Venezia il 25 aprile 1950 conobbe Rocco Scotellaro, anch’egli scrittore, ma anche cultore della figura del padre di Amelia. Prima di approdare alla scrittura, Scotellaro si era formato dal punto di vista politico interessandosi soprattutto alle pessime condizioni di vita e di lavoro dei contadini del Matarrese da cui lui stesso proveniva: proprio questa sua propensione per le questioni sociali gli valse nel 1946 la carica di sindaco del paese in cui era nato nel 1923, Tricarico.

Amelia Rosselli con Rocco Scotellaro a Roma nel 1950

Il suo impegno politico si concluse però con una grande delusione: venne ingiustamente arrestato, accusato di corruzione e portato in carcere in quanto politico scomodo per le sue lotte a favore dei contadini del Sud. Tutti i grandi intellettuali dell’epoca si schierarono in suo favore, in particolare quello che sarebbe poi diventato un suo amico intimo: Carlo Levi. L’uscita dal carcere fu comunque un momento di grandi perplessità per Scotellaro che lo convinsero ad abbandonare la vita politica e continuare il suo sostegno al sottoproletariato meridionale attraverso la scrittura.

La sensibilità di Amelia incontrò un uomo di cui si sarebbe potuta innamorare, anche e soprattutto per il suo impegno sociale e per la sua eclettica personalità; ma la relazione non decollò e rimase un’amicizia amorosa conclusasi tragicamente con la precoce morte di Rocco. Quest’ennesimo trauma diede però la forza a Rosselli per trovare rifugio nella scrittura con la scelta dell’italiano come lingua per esprimersi: risale infatti al 1953 Cantilena, una raccolta di poesie proprio per Rocco Scotellaro in cui si leggono versi molto intensi. Qui è possibile rintracciare già i caratteri della poesia di Rosselli, dai giochi linguistici polifonici al ricorso all’analogia ai costanti riferimenti al mondo della musica. Si vedano ad esempio le seguenti strofe: «Come un lago nella memoria / i nostri incontri / come un’ombra appena / il tuo volto affilato / un’arpa la tua voce / le mani suonano tamburelli»; o ancora «Rocco morto / terra straniera, l’avete avvolto male / i vostri lenzuoli sono senza ricami / Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!»; e infine «Poi si gonfierà / il sacco delle lacrime / ma non si spillerà / lo metterò in un vasetto / greco-latino / me lo porterà a casa trionfante elefante di pena!». 

L’esperienza poetica di Rosselli si colloca all’apice della Neoavanguardia in Italia ed è testimonianza di come lo sperimentalismo poetico sia anche una faccenda femminile e non solo maschile. Nella sua produzione è presente l’elemento autobiografico, ma non mancano le aperture verso l’esterno e la realtà storica in cui vive. Si pensi ad esempio al titolo della raccolta che la consacrò come poeta, Variazioni belliche, in cui è un elemento molto interessante e cioè l’aggettivo “belliche” che ci immerge in una realtà conflittuale di lotta e di scontro che Rosselli vive dentro ma anche fuori di sé. Il tutto in un mondo che dal dramma della Seconda guerra mondiale stava per essere coinvolto in un’altra guerra, quella Fredda, forse ancora più preoccupante poiché un’eventuale miccia avrebbe potuto far detonare, in questo caso, una testata atomica e provocare la distruzione totale.  

Erano state poche le scrittrici che si erano dedicate alla tematica della guerra: Virginia Wolf, Simone Weil, Maria Zambrano. Nessuna però aveva colto e giocato come fa Rosselli sull’ambiguità linguistica dell’aggettivo “bellico” che deriva dal latino bellum (=guerra), ma che può essere associato al suono dell’aggettivo “bello”. Questo però non ci deve far pensare che Rosselli si collocasse fra coloro che avevano esaltato la guerra considerandola positivamente, tutt’altro. Lei fa proprio parte di quella generazione che si domanda che senso abbia ancora scrivere dopo il dramma della Seconda guerra mondiale, dopo i campi di concentramento, e individua nello sperimentalismo linguistico e nella bellezza della forma poetica un antidoto alla sua sofferenza individuale, ma anche a quella globale. 

Scrivere per Rosselli vuol dire resistere, combattere, ma anche disubbidire al proibizionismo e al controllo maschile. Non dobbiamo assolutamente dimenticare, infatti, che la poesia di Rosselli prosegue la strada iniziata da altre poete e scrittrici, dalle rinascimentali Veronica Franco e Gaspara Stampa, alle contemporanee Antonia Pozzi, Ada Negri, Sibilla Aleramo che nelle loro opere parlano del desiderio erotico femminile riscattandolo dal controllo maschile e dall’essere considerato un tabù. Rosselli lo dichiara apertamente dicendo: «[…] io vado cantando amenamente delle / canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante / a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare / forse io perderò te ancora e ancora […]». Sempre in Variazioni belliche la poeta celebra il corpo femminile in tutta il suo splendore e in tutta la sua pienezza dopo la scoperta di una gravidanza scrivendo: «la mia fresca urina spargo / tuoi piedi e il sole danza! danza! danza! – fuori / la finestra mai vorrà /chiudersi per chi non ha il ventre piatto. Sorridente l’analisi / si congiungerà – ma io danzo! danzo! – incolume perché / ’l sole danza, perché vita è muliebre […]». E ancora in Diario ottuso, una raccolta in prosa di riflessioni interiori che coprono un periodo compreso tra il 1954 e il 1968, c’è un esplicito riferimento al ciclo mestruale quando ancora era un tabù: «Quale nero e profondo impegno nelle mie mestruazioni!» 

Questo e molto altro si scopre sfogliando i versi e le prose di una poeta di razza la cui esperienza letteraria poliedrica e polisinfonica andrebbe assolutamente letta ed insegnata nelle scuole alla scoperta di una nuova dialettica con l’altro/a da sé, di un nuovo modo di rinascere, di resistere, senza mai dimenticare quanto libertà e tempismo siano essenziali, come dice proprio lei in questi versi: «[…] Io so che di tra me e / te esiste la gloria e la differenza. Si nasce e si / resiste, – al servizio della libertà: si muore e si rinasce / in orario».  

***

Articolo di Alice Vergnaghi

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Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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