Corpi irrigiditi

«Nell’unione dei sessi ciascuno concorre egualmente allo scopo comune, ma non alla stessa maniera. L’uno dev’essere attivo e forte, l’altro passivo e debole; è necessario che l’uno voglia e possa, è sufficiente che l’altro offra poca resistenza».

Jean Jacques Rousseau, Sofia, o la donna

Quante volte ci hanno detto che uomini e donne sono complementari, e quante volte ci siamo accorte che questo termine non faceva che mascherare, edulcorare e lasciare inalterato l’assetto gerarchico del mondo? Che la nostra fragilità costruiva i piedistalli altrui? L’incompletezza, la necessità di una complementarietà paritaria, per un genere maschile che si pretende da sempre universale e autosufficiente nella realtà non è prevista: semmai c’è il terrore dell’impotenza (il bell’Antonio è spauracchio di ogni maschio e rappresenta il massimo dell’umiliazione, il terrore di femminilizzarsi).

Dietro ogni ostentazione di virilità c’è questo scheletro nell’armadio. In ogni epoca gli uomini hanno provato a contrastare la disfunzione erettile (vissuta come perdita di identità quindi molto più tragica di una semplice défaillance) con l’attribuirla di volta in volta al malocchio, alle streghe o alla masturbazione. Oggi si è aperto il ricco mercato degli “aiutini”: una vasta gamma di prodotti, riducendo il rapporto a fatto meccanico, consente ai medici di garantire la potenza sessuale ai propri pazienti mascherando, di fatto, il disagio.
L’immagine stessa del potere — successo, carriera, patrimonio, reti sociali — è continuamente minacciata dallo spettro del fallimento. La supremazia non si concilia con l’essere abbandonati o traditi: l’ego ha costruito un copione in cui non è previsto e arriva fino a distruggere la ribelle per riaffermarlo.

La storia del maschile e dei suoi significati è legata a quella del dominio e della gerarchia tanto da coagularsi in una simbologia dove costrutti relativi a potere e mascolinità si confondono. Si pensi all’origine del termine sfigato. Si pensi che avere le palle diventa un complimento anche per chi maschio non è ma ugualmente assurge al santuario del potere. La virilità viene ripetutamente messa alla prova, va constatata da un sistema collaudato di controlli e di conferme; va dimostrata pubblicamente e a se stessi e agli altri in un contesto costantemente competitivo, quello stesso che rende intollerabile una sconfitta. Si tratta di una solida rete di vincoli e pressioni, di pesanti condizionamenti, di gabbie feroci, di limitazioni che però vengono avvertite come tali solo dal disagio inespresso di pochi, ed esplicitamente da quei pochissimi che sono disposti a mettersi radicalmente in discussione.

Eppure assumere la veste dominante non è operazione semplice né indolore: lo testimoniano i riti più o meno cruenti di iniziazione, che trasmettono l’idea che non si tratti di dati naturali ma di identità incerte e sottoposte a rischio (è da notare, per inciso, quanto sia aumentato lo smarrimento dei maschi ora che le loro prestazioni sessuali sono state private delle bugie consolatorie con le quali le “loro” donne li proteggevano grazie alla possibilità di fingere il piacere). La vigilanza è costante: oggi come ieri ragazzi e uomini possono raggiungere una posizione di prestigio all’interno del loro genere solo impegnandosi in attività tradizionalmente considerate “da uomini” e inanellando vittorie agonistiche e conquiste femminili. Quelli che non sembrano aderire al modello sono destinati a essere derisi ed esclusi. “Mezzacartuccia”, “mezzasega”, “pappamolla”: così fin dall’infanzia viene trattato chi non appare “forte” abbastanza. Il patriarcato non è tenero con chi non si adegua. A dieci anni un bambino, intrappolato nella logica dell’esibizione, sa già che i suoi amici lo spingeranno a rivolgere epiteti sessisti alle bambine e a molestarle: se non lo farà sarà giudicato un po’ meno uomo e questo lo allarmerà moltissimo.

Il sessismo non è solo disprezzo delle donne, oggettivazione delle donne, gerarchia tra uomini e donne: è anche gerarchia tra gli uomini, con imposizioni di imperativi comportamentali e gravi sanzioni. Per l’omofobo l’omosessuale è un traditore del proprio genere, un disertore dai ranghi da cui è necessario prendere le distanze, ancor più degradato delle donne stesse poiché ha rinunciato alla posizione dominante, mentre le femmine per definizione non possono raggiungerla.
È indicativo che nessuno dei verbi usati tra loro dai giovani maschi per descrivere un rapporto sessuale implichi un’attività relazionale o almeno il rispetto per il corpo altrui: c’è sempre qualcuno che fa qualcosa su qualcuna. Si arriva addirittura al tremendo castigare, o al timbrare (come una mucca), al trapanare, allo sbattere, al trombare. L’organo come arma, una sessualità da martello pneumatico. La mascolinità coincide con l’aggressione: la spacco — me la faccio — la metto a 90° gradi — glielo ficco di qua e di là… eccetera. Il sesso diventa nel linguaggio qualcosa che stabilisce dominazione/sottomissione, un processo di intimidazione: è di questi fantasmi di trofei di maschi dominanti che si nutre da secoli l’immaginario.

Oggi sappiamo che l’ordine tradizionale può essere sfidato con immensi benefici per tutti e per tutte. La vita delle donne ha goduto nel XX secolo di grandi cambiamenti. La vita degli uomini è sì coinvolta di riflesso da processi di risignificazione, ma i contorni appaiono sfumati e poco chiari. Senza necessariamente aderire alla maschilità predatoria, la maggior parte trae dall’esistenza del patriarcato benefici materiali e simbolici cui sembra riluttante a rinunciare.
L’autocoscienza, l’analisi, la riflessione profonda sul proprio sé e sui modelli acquisiti ha riguardato moltissime donne. Finora pochi uomini sono stati sfiorati dall’idea di mettere in discussione se stessi e il proprio modo di stare nel mondo. L’abitante della contemporaneità, anche quando e se si accorge che i modelli maschili che ha a portata di mano sono inservibili, per lo più non sa come disfarsene né come sostituirli.

Eppure le donne trovano affascinante quell’uomo a più dimensioni che si interroga sui prezzi che il suo genere ha dovuto pagare all’asimmetria, che cerca di uscire dalla gabbia angusta entro cui lo trattiene l’assuefazione: non più costretto dal pesante obbligo del comando, non più inchiodato alla fatica e all’ansia della prestazione, si misura con la coscienza del limite; scopre la bellezza della fragilità, la possibilità liberatoria di raccontarsi, di lasciarsi andare e di mostrare le emozioni anziché nasconderle. Impara infine ad ascoltare: attività che la storia non gli ha mai chiesto. E si accorge che è bellissimo.

***

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

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