Editoriale. MILIONI DI DONNE PER VINCERE I POTENTI

Carissime lettrici e carissimi lettori,

viviamo oggi un momento di passaggio. Non solo politico ed economico, ma anche sociale e religioso. Finito il carnevale, si conclude oggi il periodo di feste e travestimenti anche secondo la tradizione ambrosiana, presente unicamente in territorio lombardo. Sembra infatti che il vescovo Ambrogio, in ritardo nel rientro a Milano da un pellegrinaggio, abbia chiesto alla popolazione di aspettare il suo arrivo per la celebrazione delle ceneri. Fu deciso così di allungare la settimana e posticipare al sabato successivo l’ultimo giorno prima della quaresima, che da allora prenderà concretamente avvio di domenica per finire, come per tutte/i i cristiani il giovedì santo, prima della passione di Cristo e della sua sepoltura per la resurrezione.

Carnevale, maschere, stravolgimento dell’ordine sociale continuano con la penitenza dei quaranta giorni precedenti la Pasqua, in un periodo di digiuno e restrizioni del piacere dei sensi per ritrovare sé stessi/e la propria fede.

Ma il carnevale non è solo una festa moderna. Secondo l’antropologia, il travestimento e tutto ciò che ne consegue è presente praticamente in tutte le società e da tempi anche molto antichi. Cominciando, sempre secondo l’antropologia, dal ritorno dei morti, come le maschere dal volto nero del carnevale di Mamoiada, in Sardegna, civiltà che ha conservato moltissimi aspetti di cultura primordiale.

La parola carnevale, come la adoperiamo noi oggi, ha due significati e non si sa quale dei due sia quello esatto. Potrebbe derivare da car navalis, un rito secondo il quale una nave sacra veniva portata in processione su un carro, cosa questa che ci rimanda ai carri allegorici che ancora oggi sfilano in molte città. L’altro significato, si dice più probabile, è quello legato al carnem levare, la carne tolta dall’alimentazione nel periodo successivo di digiuno. Comunque, come si è detto, le sue origini sono molto antiche. Le ritroviamo in Grecia con la leggenda di Demetra, triste per la perdita della figlia, e ritornata a ridere grazie a una sua giovane inserviente, così da rendere fertile e fiorita la natura intera. A Roma il mese di febbraio era dedicato al dio Fabruus ed era il periodo delle purificazioni e dei riti che ricordavano i morti così da prepararsi alla rinascita: un’evidente somiglianza con la modernità fino alla resurrezione del Cristo.  Cantava Lorenzo il Magnifico della grande casata fiorentina de’ Medici: «Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza», un adagio notissimo a tutte/i noi e simbolo dei fasti carnevaleschi del Rinascimento.

Dopo la festa, per espiare le colpe degli eccessi della carne ci vuole il castigo e la purificazione. Ecco il digiuno della quaresima cristiana. Ma non solo. Il digiuno è un’altra costante di tutte le civiltà e di tutti i continenti, non solo delle tre religioni monoteiste di cui fa parte il rito cristiano.

Praticano l’astensione dal cibo gli osservanti ebrei che lo intendono come mezzo per ottenere il perdono da Dio a causa degli errori commessi. Specialmente durante la festa dello Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, praticato il 10 del mese di Tishri, dieci giorni dopo Rosh Hashanah (il Capodanno ebraico), tra settembre e ottobre, secondo il calendario vigente. Non è l’unico periodo di espiazione esercitato dai fedeli di Yahweh: come il digiuno legato alla morte di Ghedalià o quello cosiddetto del digiuno di Ester. Durante lo Yom Kippur è vietato mangiare, bere e svolgere attività e qualsiasi lavoro. Il digiuno inizia, dopo aver sciolto ogni controversia e incluso il ricordo dei propri morti, qualche attimo prima del tramonto e termina dopo il tramonto successivo, all’apparire delle prime stelle.

Guardano al cielo anche i musulmani. Il mese del digiuno (uno dei cinque pilastri dell’Islam) è quello di Ramadan, il nono del calendario lunare e sacro perché i fedeli pensano che sia stato in questo mese che Maometto abbia ricevuto dall’arcangelo Gabriele la rivelazione del Corano. Il motivo del digiuno per i seguaci dell’Islam è sostanzialmente legato all’autocontrollo che libererebbe l’anima dalle catene dei desideri corporali. In più nel digiuno (che si interrompe con il calare del sole e con il rito dell’apertura della bocca cibandosi con un nutriente dattero) ci sono le ragioni sociali di comprensione delle sorelle e fratelli più poveri/e.

Per i e le cristiane, invece, il digiuno è l’occasione di un’esperienza spirituale, è il provare su sé stessi/e la forza avuta dal Cristo nei suoi quaranta giorni di isolamento nel deserto, tentato dal demonio. Si pratica, in quaresima, il Digiuno (l’obbligo di un pasto unico giornaliero più uno frugale di sera) e l’Astinenza, la rinuncia alla carne, soprattutto nei mercoledì e venerdì delle settimane precedenti la resurrezione del corpo di Cristo nella Pasqua.

Ma il digiuno non è prerogativa solo delle tre religioni monoteiste: lo praticano gli induisti, i buddhisti (il Buddha ricevette l’illuminazione proprio dopo un periodo di digiuno assoluto) ed è importantissimo nella tradizione giainista, un’antica religione o filosofia (che non venera divinità definite), basata sugli insegnamenti di Mahavira (559-527a.C.), un asceta di nobile estrazione che indicava la via alla perfezione umana sulla base della non violenza. In molte scuole giainiste i laici digiunano nell’ottavo e nel quattordicesimo giorno di ogni mese lunare.

Non dobbiamo però dimenticare che il digiuno è anche una pratica laica, slegata dalle religioni e dai riti. Come forma di protesta, il digiuno venne utilizzato già nell’antichità. Nei primi anni del XX secolo lo riscoprirono le suffragette inglesi incarcerate e gli irredentisti irlandesi. Ma è stato il Mahatma Gandhi a rendere nota in tutto il mondo la pratica dello sciopero della fame. Gandhi ne teorizzò le ragioni ed i metodi, incardinandolo nel pensiero non violento. Noi ricordiamo i lunghi digiuni di protesta di Marco Pannella attraverso i quali ottenne la strada verso conquiste di libertà civili per tutti gli italiani e le italiane.

La protesta laica, pressante, questa volta per il cibo e, anche, come vedremo, attraverso il cibo, è quella che le donne, moltissime donne indiane, forse milioni, hanno portato in strada contro le prepotenze del governo di Delhi che voleva favorire le potenze delle multinazionali, accondiscendendo alla liberalizzazione dei prezzi dei prodotti agricoli. Loro, le mogli e le sorelle dei contadini indiani, quelle che non hanno diritti legali sulla proprietà terriera (e sulla proprietà in genere, tutta in mano ai padri, ai mariti e ai figli maschi) si sono letteralmente schierate al loro fianco soprattutto nei due Stati indiani, il Punjab e l’Hariana, dove i maltrattamenti e gli stupri sono una voce importante delle violenze fatte alle donne.

Dopo la protesta della cantante pop afroamericana Rhianna, che come ricorderete, (ne abbiamo parlato nel numero 99 di Vitaminevaganti) in un twitter aveva contestato il silenzio dei media sulla protesta dei contadini indiani, finalmente giornali e televisioni si sono interessati, seppure con molta moderazione, a questa notizia.

Roberto Saviano ha dedicato alla ribellione dei contadini contro le decisioni prese dal Governo indiano un editoriale televisivo, ma ha puntato la sua attenzione sulla grande manifestazione delle donne partendo da un’altra grande celebrazione tutta al femminile avvenuta oltre sei secoli fa, a Parigi, il 14 febbraio del 1400 con l’istituzione dell’Alto Tribunale dell’Amore, per la soluzione di controversie sentimentali e tra coniugi, con tutte donne come giudici. «Le donne indiane – ha detto Saviano riguardo alle manifestazioni di Delhi– sono le grandi protagoniste di questa protesta contadina. Prima lo sono state in senso passivo, spingendo e permettendo ai mariti di andare nella capitale e preparando per loro provviste di cibo utili addirittura per sei mesi. Questo significa molto – ha sottolineato Saviano – Tutto ciò sta facendo arrivare al Governo indiano un messaggio preciso, che la protesta non è una fiammata che durerà poco tempo. La protesta delle donne non era per niente scontata. In altre situazioni le donne indiane erano rimaste da parte per non dare fastidio. Qui invece sono scese in piazza, tantissime, e hanno gestito loro letteralmente la rivolta. Se la loro protesta vincerà le donne avranno il merito di aver salvato l’agricoltura, allora cambierà sicuramente la loro situazione e acquisteranno diritti, che saranno diritti civili. Guardando all’India, così vicini alla festa di San Valentino, togliendola dalla retorica, possiamo dire che abbia vinto l’amore – conclude Saviano – Un amore fatto di alleanza, di fiducia, di resistenza. Un amore che riconosce ciò che non funziona e si allea per cambiare.» 

La settimana scorsa una grande donna e una magnifica fotografa ha presentato (purtroppo sempre on line come oggi è ormai consuetudine) il libro della sua vita. Letizia Battaglia, come lei stessa ama affermare, non è la fotografa della mafia nel modo in cui più volte è stata definita. Penso sia soprattutto la fotografa delle donne, dimostrando, come fa nel suo ultimo libro autobiografico Mi prendo il mondo ovunque sia (scritto a quattro mani con Sabrina Pisu) la sua forza e vivacità di guardare in profondità le realtà riprese. Fotografa e fotoreporter attenta al sociale, Battaglia è stata sempre, anche nella sua breve ma intensa vita politica, immersa profondamente nella storia della sua Palermo e non solo spettatrice, con l’obiettivo della sua macchina, degli orribili delitti di mafia.

Dalle sue fotografie appare l’amore per le donne, per i loro corpi “belli sempre”, e l’interesse intenso per gli ultimi e le ultime del mondo. L’amore è la spina portante del lavoro di Battaglia. E sempre a proposito dell’amore vorrei chiudere questo editoriale in compagnia della grande Piera Degli Esposti che, durante la presentazione del libro, ha offerto la sua magnifica voce a una poesia di Lawrence Ferlinghetti, libraio, poeta ed editore statunitense figlio due migranti, madre ebrea sefardita, portoghese, e padre bresciano, della contrada delle Cossere.

Come lie with me and be my love
Love lie with me
Lie down with me
Under the cypress tree
In the sweet grasses
Where the wind lieth
Where the wind dieth
As night passes
Come lie with me
All night with me
And have enough of kissing me
And have enough of making love
And let our two selves speak
All night under the cypress tree
Without making love

Vieni dormi con me e sii il mio amore
amore dormi con me
sdraiati con me
sotto il cipresso
nell’erba dolce
dove il vento giace
dove il vento muore
mentre la notte passa
vieni dormi con me
tutta la notte con me
e baciami fin che vuoi
e amami fin che vuoi
e lascia che le nostre anime si parlino
tutta la notte sotto il cipresso
senza fare l’amore

(da Partendo da San Francisco, 1961, in Lawrence Ferlinghetti. Poesie da San Francisco, Edizioni Giuseppe Laterza, Collana Terzo millennio a cura di D. Rodolfo, Traduzione di A. Mirizzi)

Buona lettura a tutte e a tutti.

In questo numero:
Corpi irrigiditi
Lydia Mei
Fantascienza, un genere (femminile). Doris Lessing
Il virus della disuguaglianza. Parte prima
Le migrazioni interne: il caso delle docenti italiane
Tracce femminili lungo le vie di Brescia. Il Teatro 19
Le donne di Renoir
Via libera
Isabella di Morra, poeta sublime e moderna
Anni Trenta. Cervelli femminili in fuga
Il genere della cittadinanza. Diritti politidi delle donne in Francia (1789-1915)
Oltre Greta Thunberg
Il mondo nuovo. Il Pkk e la questione curda
In memoria di John Lewis
Senso di vuoto
Il Trentino delle mesdames Martis
Frittata con i gambi dei carciofi

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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