The sophisticated giant. Dexter Gordon

Settembre 2016. Laura mi parla di Irrational Man di Woody Allen. Non le è piaciuto, ma dice la colonna sonora è davvero bella: ci tiene a farmi ascoltare qualche brano su YouTube (digita il titolo del film e la parola ‘soundtrack’ e si apre immediata una playlist) e mi chiede di parlarne. Dopo The “In” Crowd di Ramsey Lewis Trio e Good to Go di Daniel May Quartet, e forse qualche altro pezzo, lei si illumina: «Senti questo: è bellissimo!». Poche note di Darn That Dream… «Ah, ma è Dexter Gordon!». 

È l’inizio di un lungo amore. Anzi, due. 

La figura di Dexter Gordon è stata a lungo sottovalutata, ridotta, a volte, a un paio di citazioni in un elenco di nomi, come fecero Arrigo Polillo e Gian Carlo Roncaglia nei pur pregevoli Jazz (1975) e Il jazz e il suo mondo (1979), o a poche righe, come nel caso del celebre Il libro del jazz. Da New Orleans al free jazz di Joachim E. Berendt (1973): «Dexter Gordon era il tenore di bop per antonomasia, con tutto quel vitalissimo nervosismo che fa parte del bop… Gordon ebbe nel 1961, con un disco Blue Note intitolato Go, un grandioso comeback. Ora suona in modo più maturo e più profondo rispetto agli anni in cui divenne famoso». 

Dexter Gordon nasce a Los Angeles il 27 febbraio 1923, da una famiglia di solida condizione borghese: il padre era un dentista stimato. 

Inizia a tredici anni lo studio del clarinetto, per poi passare al sax contralto e, in un secondo momento, al tenore. A sedici anni comincia a suonare nei locali, prima soltanto nei week-end in un gruppo da ballo, pagato un dollaro e mezzo più le mance, poi in una formazione chiamata Harlem Collegians, il cui repertorio era costituito da arrangiamenti commerciali di grandi orchestre, da Glenn Miller a Count Basie. A causa di questa attività, l’allora studente comincia a far tardi o a saltare la scuola, finendo anche in riformatorio per qualche settimana. 

La prima esibizione documentata di Dexter è del 26 settembre 1941: il giovanissimo sassofonista siede assieme a musicisti già piuttosto noti come i trombettisti Joe Newman ed Ernie Royal, il suo collega al tenore Illinois Jacquet e il pianista sir Charles Thompson nelle fila dell’orchestra di Lionel Hampton, uno dei clienti del padre, alla Panther Room dell’Hotel Sherman di Chicago. Era stato il sassofonista Marshal Royal, fratello maggiore di Ernie, a telefonargli l’anno prima, invitandolo a casa di Hampton per una audizione. 

Le prime registrazioni in studio sono del 24 dicembre dello stesso anno, una specie di dono natalizio, sempre con l’orchestra di Hampton, anche se il pianista questa volta è Milt Buckner. 

Nel 1943, ventenne intraprendente, Dexter registra i primi brani a suo nome con un quintetto di tutto rispetto, nel quale spiccano il già noto trombettista Harry “Sweet” Edison e un pianista che di lì a poco otterrà enorme popolarità come cantante: Nat “King” Cole. L’anno successivo viene ingaggiato da Louis Armstrong, col quale effettua una lunga tournée da New York alla Pennsylvania, passando per la California, tra il maggio e l’ottobre 1944. Lascia Armstrong per lavorare con l’orchestra diretta da un’altra star dell’epoca, Billy Eckstine; in questa formazione Dexter si trova a fianco degli emergenti numi tutelari del nascente be-bop: Dizzy Gillespie, Gene Ammons, Tommy Potter, Art Blakey. Quando Dexter avverte Armstrong, questi gli chiede se volesse più soldi, ma lui risponde che non è questo il problema, è che «noi musicisti giovani vogliamo suonare “musica nuova”». 

E proprio con Dizzy Gillespie registra il 9 febbraio 1945 due brani tra i primi e più rappresentativi del “nuovo stile”, il be-bop: Groovin’high e Blue’n’boogie, pubblicati su uno storico 78 giri che inaugura una nuova etichetta, la Guild, dedicata a quelle che in quel momento sono le forme più sperimentali del jazz. 

Dexter (primo a destra) con un gruppo di boppers, tra cui Charlie Parker, in una fotografia scattata allo Spotlite di New York, nell’autunno 1945 

Nel settembre 1945 incide quattro brani al fianco di Charlie Parker per un’altra etichetta di nicchia, la Apollo, all’interno di un settetto nominalmente guidato dal pianista sir Charles Thompson; poco dopo viene ingaggiato dalla più prestigiosa Savoy, che gli commissiona una serie di registrazioni a suo nome, nelle quali prenderà il vezzo di chiamare le proprie composizioni con riferimenti a sé stesso: nascono così Blow Mr. DexterDexter’s deckLong tall Dexter  con allusione alla sua notevole altezza, quasi due metri Dexter rides again e così via. 

Gordon ha già definito il suo stile: mai aggressivo, sempre tranquillo quanto imprevedibile; a volte arriva a essere deliberatamente “fuori tono” o in ritardo sul tempo, dando l’impressione di essere in perfetto controllo, anche nelle “battaglie” tra sassofonisti, molto in voga tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta. 

Una di queste gli dà grande notorietà: nel 1947, insieme all’amico e collega Wardell Gray, incide The chase, un furibondo inseguimento musicale che diventerà un’icona per Jack Kerouac e tutto il movimento della Beat Generation. 

Purtroppo, in quel periodo, Dexter cade nella trappola dell’eroina: non si sa come e quando abbia iniziato, ma è del 1946 il primo arresto per detenzione di stupefacenti e del 1948 la prima esperienza del carcere; negli anni Cinquanta, con l’avvento del cool jazz, lentamente scompare dalle scene e questo lo porta alla depressione, a causa della quale aggrava ancor più la propria situazione precipitando nell’alcolismo. 

Nel frattempo, si è sposato con Josephine A. Notti, detta “Jodi”, dalla quale ha due figlie, Robin nel 1952 e Deidre nel 1953 avrà in anni successivi altri quattro figli maschi e da cui divorzierà a metà degli anni Sessanta. Fino al 1962 si susseguiranno quelli che vengono chiamati gli “anni bui” di Dexter Gordon. 

Esibizioni dal vivo e registrazioni in studio ci sono pure in quel periodo, ma intervallate da detenzioni, anche prolungate, sempre correlate alla dipendenza: quindici mesi dal 19 maggio 1953 all’11 agosto 1954 nella Chino Prison, cinquanta chilometri a est di Los Angeles; la parte finale della decade è un dentro e fuori continuo, per arrivare all’ultima esperienza carceraria a Folsom, la prigione resa celebre, qualche anno dopo, da un brano di Johnny Cash e da una sua storica esibizione davanti a un pubblico di detenuti. Qui Gordon entra il 6 maggio 1959 per essere rilasciato il 25 febbraio 1960, con la concessione di due anni di libertà condizionata. «Avevo toccato il fondo, non poteva andare peggio di così»: sono parole sue, pronunciate in una intervista rilasciata a Peter Keepnews e pubblicata sulla rivista francese Jazz Magazine nel 1977. 

Così scrive Dexter negli appunti per la sua autobiografia, in seguito completata dall’ultima moglie Maxine (Sophisticated Giant, 2019), riferendosi ai mesi immediatamente successivi: «Penso che l’inizio di tutto sia stato lo spettacolo teatrale The Connection [scritto da Jack Gelber, ha come trama il “contatto” tra un gruppo di musicisti e il loro spacciatore]. Mi commissionarono la musica e dovevo anche recitare in scena. Facevo la parte di quello che nel testo è chiamato “Musicista Numero Uno”, il leader della band, in pratica. Per me era una cosa nuova e difficile. I temi dovevano essere direttamente collegati alla storia o alla scena. Mi diede molta fiducia in un momento in cui ne avevo davvero bisogno. Mi fece parecchio bene». 

Da quel momento le cose sembrano andare meglio per lui, a partire da un contratto siglato per l’etichetta Blue Note, agguerrita casa discografica che pubblica musica di grande qualità e che gode di molto seguito e prestigio nella cerchia degli appassionati: in breve tempo registra alcuni dei suoi dischi migliori, da Doin’allright a Dexter calling (entrambi del maggio 1961); soprattutto sembra essersi liberato delle dipendenze (da eroina e alcol), anche se, purtroppo, non sarà così per molto: non è un caso che questa “rinascita” coincida col suo trasferimento in Europa. Prima di partire registra uno dei suoi dischi più noti, assieme al pianista Sonny Clark, al contrabbassista Butch Warren e al batterista già compagno di avventure di Ornette Coleman Billy Higgins, dandogli un titolo quanto mai esplicito: Go (1962). 

Dexter a Parigi, in una fotografia di autore non noto scattata nella primavera 1964 

Dal 1962 vive per quindici anni tra Parigi e Copenhagen, dove conoscerà la sua seconda moglie Fenja Holberg, entrando a far parte della folta comunità di musicisti statunitensi espatriati, i cosiddetti “Americans in Europe”, da Bud Powell a Kenny Drew, con molti dei quali collabora regolarmente. In effetti le condizioni di vita e di lavoro per un jazzista, specie se di colore, sono da sempre particolarmente difficili negli Usa: in Europa, invece, i musicisti trovano migliori condizioni di lavoro e un pubblico attento e competente; Dexter rientra in patria solo sporadicamente, per onorare con nuovi dischi il contratto con la Blue Note. 

È con Bud Powell al pianoforte che Dexter registra quello che molti considerano il suo capolavoro, Our man in Paris (1963): qui, ma anche in parecchie altre registrazioni di quegli anni, si può apprezzare una capacità improvvisativa fiera e inarrestabile, sostenuta da un suono sontuoso e da una pronuncia energica di ogni singola nota, con un’accattivante ironia che si esplicita frequentemente tramite l’inserimento di citazioni a volte malinconicamente emozionanti, altre comicamente sorprendenti. Dotato di grande presenza scenica, Gordon era capace di forte sintonia con il pubblico e di comprendere, di volta in volta, che impatto avesse la sua musica su chi lo ascoltava. 

Dexter al Festival di Montreux il 7 luglio 1973, fotografia di Roberto Masotti/Lelli e Masotti Archivio, dal libro di Roberto Masotti Jazz Area, Seipersei Edizioni, 2019 (per gentile concessione dell’autore) 

Questo fino al suo definitivo ritorno negli Stati Uniti, assieme alla moglie Fenja, nel 1976; da qui inizia un nuovo, felice, periodo dal punto di vista sia artistico che discografico: finalmente anche la critica lo riconosce come uno dei più grandi tenorsassofonisti viventi e pure una “major” come la Columbia si interessa a lui. Ancora una volta il titolo del primo disco pubblicato dopo il suo rientro in patria, e che contiene una esibizione “live” al Village Vanguard di New York, è decisamente emblematico: Homecoming (1977). 

Nel corso degli anni Ottanta, la salute di Dexter viene indebolita da un enfisema polmonare: la sua popolarità è ancora molto alta, ma le sue esibizioni in concerti e festival si fanno, per forza di cose, via via più rarefatte. Nel frattempo, inizia una relazione con Maxine, già compagna del trombettista Woody Shaw, sua amica da lungo tempo e poi socia nel lavoro. 

Nel 1986 il regista Bertrand Tavernier offre a Dexter Gordon la parte del protagonista nel film Round midnight  A mezzanotte circa e Clint Eastwood deve impegnarsi a titolo privato presso la Warner Bros perché la proposta del regista sia accettata. 

Dexter in una foto di scena di Round Midnight di Bertrand Tavernier (1986) 

Poco prima di morire farà ancora una apparizione cinematografica, interpretando uno dei pazienti nel film Risvegli (1990) diretto da Penny Marshall, con Robert De Niro e Robin Williams. 

Dexter Gordon non è stato un innovatore, ma ha tracciato da par suo la strada dell’evoluzione del sax tenore; la sua principale influenza è Lester Young, del quale dice «qualunque cosa Lester facesse era meravigliosa. Provai ad imparare alcuni dei suoi assoli, ma non copiandoli nota per nota. Ciò che cercavo di recepire era soprattutto la sua concezione di come va suonato il sax tenore»; a sua volta, ha influenzato Sonny Rollins e, soprattutto, John Coltrane, peraltro più giovane di appena tre anni, che ha sempre riconosciuto che senza Dexter Gordon il suo modo di suonare non sarebbe quello che lo ha fatto diventare uno dei pochi veri “geni” della storia del jazz. 

“Long tall Dexter” muore a sessantasette anni a Filadelfia il 25 aprile 1990, a causa dell’azione combinata di una insufficienza renale e di un tumore alla laringe; questa sua affermazione avrebbe potuto essere uno splendido epitaffio: «Secondo me il jazz è una musica viva. Sin dagli inizi ha espresso i sentimenti, i sogni e le speranze della gente». 

In copertina: Collezione dexteriana di casa Coci Del Piano.

***

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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