Editoriale. Smettetela di farci la festa

Carissime lettrici e carissimi lettori,

diciamo che c’è poco da festeggiare. Andiamo subito al punto e stiamo alle cifre: secondo il rapporto dell’Onu sul Global study on homicide 2019, nel mondo ogni dieci minuti viene uccisa una donna. Un totale approssimativo, quanto spaventoso, che conta 140 femminicidi ogni giorno. In Italia ogni settantadue ore muore una donna, uccisa da una mano che lei aveva creduto, almeno un tempo, amica. Questa è solo una media calcolata dalle statistiche che non possono segnare l’orrore di donne mortificate, di persone uccise (io sceglierei il verbo macellate) anche davanti alle loro figlie e figli, o insieme a loro, con un disegno di premeditazione che ha tutto fuorché i requisiti dell’amore affiancato dall’aggettivo criminale, termine mai così errato e che purtroppo ha nominato una trasmissione televisiva, proprio su questo terribile argomento.

Comunque di morte parla la data dell’8 marzo e non di festa, ma di cordoglio per le vittime, quasi tutte donne (146 persone di cui 123 donne) uccise da un incendio scoppiato in una fabbrica di New York l’8 marzo del 1908, mentre qualcuno pensa ci si riferisca a un altro incendio, avvenuto nel 1911, sempre nella stessa città americana.

Non è incoraggiante ai festeggiamenti neppure la serie di titoli di pubblicazioni che sono sicuramente un campanello d’allarme della situazione: Stai zitta (sottotitolato significativamente: e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, 2021) è il titolo dell’ultimo libro di Michela Murgia che ha preso spunto dalla frase, ormai tristemente notissima, con la quale lei stessa era stata redarguita dallo psicanalista (!) Morelli durante una diretta radiofonica, dove la scrittrice gli chiedeva spiegazioni su un’altra frase sessista del professionista (dell’anima!) sull’importanza atavica delle forme fisiche femminili. «Una donna se esce di casa e non viene guardata da un uomo deve cominciare a preoccuparsi». Alla richiesta di spiegazioni Murgia si era sentita rispondere, con un repentino e unilaterale passaggio al tu: «Sta zitta!» Ma di questo episodio abbiamo già parlato in un numero della rivista.

Michela Murgia scrive: «Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima se siete mamma. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di scopare di piú, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta. Questo libro è uno strumento che evidenzia il legame mortificante che esiste tra le ingiustizie che viviamo e le parole che sentiamo. Ha un’ambizione: che tra dieci anni una ragazza o un ragazzo, trovandolo su una bancarella, possa pensare sorridendo che per fortuna queste frasi non le dice piú nessuno».

E si prosegue con altri libri, per fortuna scritti anche da uomini, come questo dal titolo simile a quello di Michela Murgia, ma dedicato alla cattiva abitudine dei politici maschi nostrani di evidenziare un sessismo considerevole, ancora reale e attuale come dimostrano anche gli ultimi episodi: la misera presenza femminile non solo nella formazione dei vertici del governo Draghi, il poco peso decisionale delle scienziate nella gestione decisionale delle azioni contro il Covid-19 o la pessima figura di due ministre praticamente azzittite e silenziosamente fatte passivamente dimettere, dal dirigente del loro partito, dimostratosi molto autoritario, più che autorevole. Il libro, del 2015, si intitola Stai zitta e va in cucina, scritto dal giornalista Filippo Maria Battaglia (Bollati Boringhieri), che anche in questo caso chiarisce con il sottotitolo: breve storia del maschilismo da Togliatti a Grillo, è interessante, istruttivo e per certi versi incredibile per i nomi degli insospettabili che vi appaiono con le loro frasi davvero scomode e, a dire poco, infelici verso le donne! Come quella, citata proprio all’inizio del libro, pronunciata dal presidente del consiglio Ferruccio Parri il 20 ottobre del 1945 riguardo alla conquista del suffragio universale: «Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre». Dice un commento al libro riprendendolo in alcune frasi: «A casa sono le regine indiscusse, fuori le suddite sottomesse. Viste dalla politica, le donne italiane devono essere così». «La moglie fa la moglie e basta», deve essere «remissiva», ha molti doveri, pochi diritti «e specifiche attitudini». Se la donna è emancipata diventa subito «di facili costumi», se è bella «è per questo che fa carriera», se è brillante non può che essere «abilmente manovrata» (nelle storie raccontate nel libro); vi prendono parte quasi tutti: i padri costituenti e Beppe Grillo, il Pci e Silvio Berlusconi, la Dc e i partiti laici, i piccoli movimenti e le grandi coalizioni. Da questo punto di vista, la politica italiana si mostra singolarmente unanime. Nell’Italia repubblicana la crociata sessista arruola tutti: premier, segretari di partito, ministri, capi di Stato, fino all’ultimo portaborse sconosciuto. Dopo il suffragio universale, “concesso” nel ’45, il maschilismo italico si fa sentire già con la stesura della Costituzione, per proseguire fino ai giorni nostri, tra appelli, citazioni sofisticate e insulti da bettola. Dalla battaglia sul divorzio alle norme contro la violenza sessuale, dall’accesso alla magistratura al dibattito sulle quote rosa, questo libro è un succinto racconto storico incredibilmente attuale per capire come si è diffusa e perpetrata la misoginia politica in uno dei Paesi più maschilisti d’Europa».

Per questo ribadirei che è necessario, oltre che urgente, per raggiungere un rapporto paritario, passare prima per la strada del linguaggio che nomina e che, per questo rende, come ha scritto più volte Graziella Priulla, realtà (direi incarnazione) la parola detta. Sempre una questione di significante e significato, per dirla di nuovo con il grande Ferdinand de Saussurre.  L’ultimo dei titoli recenti che riguardano l’8 marzo è quello di Anarkikka, che si autodefinisce tout court illustrAutrice, vignettista, copywriter. Femminista, attivista. Il titolo, esplicitamente polemico, del libro è: Smettetela di farci la festa. Come spiega la stessa Anarkikka «una riflessione, in un momento in cui sembra essere sempre più determinata la resistenza maschile, perché non siano smantellati poteri e privilegi e i femminicidi non trovano una fine… Una sosta lungo un percorso di cui ognun* di voi in questi anni è stato spettatore e protagonista, riordinando un po’ le immagini e le parole che ho sempre utilizzato per mostrare quel mondo pieno di stereotipi e luoghi comuni e discriminazioni in genere in cui viviamo».

Nessuno e nessuna può dire che il discorso sia pesante, sia trito e ritrito perché ripetuto tante volte. Insomma non si può in un’epoca in cui può succedere, e succede, che una donna sia talmente sicura di morire per mano di un suo ex compagno che vada a pagarsi il suo funerale per non lasciare problemi finanziari al padre malato e a un figlio portatore di handicap, o che un’altra donna faccia testamento per escludere il suo futuro carnefice dalle proprietà conquistate con il proprio lavoro. Non si possono dimenticare, rendere ovvie queste sofferenze o, peggio ancora, giudicarle come emergenza, perché sono la quotidianità di un brutale ripetersi di atti violenti contro la persona-donna che viene, prima di essere uccisa realmente, offesa, ingiuriata, resa sconosciuta, nella società in cui vive, nei media che troppo volgono lo sguardo alla vittima, ma giustificano chi compie atto di violenza, anche verbale, sui social, che danno sfogo a parole prive di autori reali, nelle aule dei tribunali dove troppo spesso ancora una donna viene reputata come una provocatrice.

Di donne parliamo in questo numero di Vitaminevaganti. Di donne, come dark lady, ma anche di uomini perché una medicina di genere, disciplina molto recente, come dice l’articolo dedicato, è a vantaggio dei corpi femminili, ma anche di quelli maschili che vengono così esaminati e curati nella loro specificità. L’appuntamento settimanale con Calendaria 2021 ci porta in Svezia da Astrid Lingren, la creatrice di Pippicalzelunghe in compagnia della quale abbiamo vissuto tutta la nostra infanzia, toccando con lei l’ebbrezza della ribellione, che noi vogliamo pensare nel suo significato etimologico di ritornare al bello. Di diritti di parla in un articolo in cui ci si chiede se sono sufficienti per una migliore qualità della vita.
Di nuovo in Italia ritroviamo a Brescia Zoe Incrocci, attrice premiata di cinema che ha recitato con attori come Totò e Alberto Sordi. A Venezia si racconta delle Putte di Vivaldi, le trovatelle avviate alla musica e al canto nel secolo del grande compositore. Interessante da leggere il commento al libro di Christiane Ritter sul viaggio e l’amore per la conoscenza di nuovi luoghi. Le donne possono essere scrittrici di fantascienza, ce lo dice con forza Judith Merril nell’articolo a lei dedicato. Edith Stein, la filosofa di fede ebraica convertita al cristianesimo e diventata santa dopo la morte in un campo di concentramento, è protagonista della puntata del Teatro Filosofico. Per la Storia leggiamo la seconda parte dedicata a Mika Etchebéhère e un altro articolo è sul Mondo Nuovo. Completamente al femminile la Tesi di questo mese, sulla Toponomastica delle donne in una cittadina della Puglia. E al femminile, attraverso i racconti delle donne migranti è la recensione del volume annuale del Concorso Lingua Madre, nato a Torino nel 2005 con il contributo della regione Piemonte e del prestigioso Salone internazionale del libro.
La trasformazione dell’economia a causa del covid-19,  l’esame  della situazione americana dopo Trump e i fatti del 6 gennaio, le possibili trasformazioni dell’amministrazione attuale retta da Joe Biden sono il tema dell’articolo che analizza, come ogni mese, il numero corrente della rivista di geopolitica Limes. La rivista di Caracciolo, é utile dirlo, sta offrendo, seppure a un prezzo purtroppo non calmierato, un corso di formazione sulla  geopolitica che potrebbe essere davvero interessante.Di due uomini parlano gli articoli che riguardano Nelson Mandela e Bix Beiderbecke, il bravissimo musicista morto appena ventottenne, ma con un’immensa creatività. Tra una lettura e l’altra si può preparare, per pranzo o per cena, un caldo piatto miscelando il vigoroso sapore del gorgonzola al riso.

Ritorniamo alle donne, a una grande poeta (e così si voleva far chiamare) della Russia e dell’Europa del secolo scorso: Anna Achmatova. Con una sua poesia, forte e potente, concludiamo questo editoriale. La zarina, come è stata chiamata, alla quale Amedeo Modigliani, ormai poverissimo e malato, regalò quasi una cinquantina di ritratti dipinti per lei.

«Lascio la casa bianca e il muto giardino/ Deserta e luminosa mi sarà la vita. / Nessuna donna saprà cullarti / come io ti celebro nei miei versi: / non scordare la tua cara amica / nell’Eden che hai creato per i suoi occhi, / per me che spaccio una merce rarissima / e vendo il tuo tenerissimo amore». (1913)

Buona lettura a tutte e a tutti

***

Articolo di Giusi Sammartino

Foto per presentazione.200x200

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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