L’impero nella tempesta. L’assalto al Campidoglio squaderna la crisi americana

Il 6 gennaio 2021 è una data che resterà nella storia. L’assalto al Campidoglio da parte delle milizie armate statunitensi ha evidenziato una crisi profonda, sia domestica che dell’impero, che va attentamente studiata. Il nuovo numero della rivista Limes è il completamento di quello di dicembre, Tempesta sull’America, ed è ricco, come sempre, di approfondimenti e spunti, di cui l’editoriale rappresenta la sintesi. La classe media bianca, deprivata, deculturata e immiserita è alla base della contestazione del Governo federale, per noi europei sinonimo di Stato e quindi preoccupante, ma per gli americani molto meno. 

Al contrario di quanto accade in Europa, non sono gli immigrati a ghettizzarsi, ma suprematisti bianchi in cerca di spazi «puri» che recitano a memoria le famigerate 14 parole credo dell’omonima milizia: «We must secure the existence of our people and a future for white children». Che cosa accadrà all’America e ai Paesi satelliti che hanno sempre contato sul suo appoggio, particolare, all’Europa e all’Italia? 

La copertina dell’artista e cartografa Laura Canali ci guida nel percorso di approfondimento geopolitico. L’immagine di febbraio contiene una proiezione della Terra insolita e non più usata da metà del secolo scorso, ispirata al modo di rappresentare il mondo di un geometra e matematico svizzero, emigrato negli Stati Uniti nel 1806. La parte del pianeta che ruota intorno agli Usa è sfumata nei toni del viola e del giallo, due colori freddi che vorrebbero rappresentare l’inquietudine che caratterizza il mondo dopo l’Epifania del 2021.  

L’impero è nella tempesta, sia al suo interno che all’esterno e questo numero ghiottissimo ne affronta rischi, pericoli e opportunità, ospitando come sempre visioni del mondo e posizioni politiche differenti, provenienti da autori di diversi Paesi, analisi che meritano di essere lette, per capire dall’interno le questioni più importanti, i diversi punti di vista dei vari Stati e il posizionamento strategico nei confronti di quella che, nonostante la tempesta domestica, sociale e sanitaria, rimane la più grande potenza militare del mondo. In campagna elettorale Biden ha definito Mosca «avversaria» e Pechino «seria concorrente». Pechino sta studiando il nuovo Presidente degli Stati Uniti e teme un’alleanza americana anticinese, in nome dei diritti umani ed in particolare teme l’invadenza dei Five Eyes, Taiwan secondo gli statunitensi dovrebbe utilizzare la strategia del porcospino, cioè munirsi di «molteplici aculei per rendere il costo di un’invasione [cinese n.d.r.] talmente alto da scoraggiarla» mentre Singapore si trova tra l’incudine e il martello e l’articolo di Benjamin Tze Ern lo spiega molto bene. Altrove si ventila la possibilità che l’America di Biden, presa dalle sue crisi interne, usi la Cina e l’Europa in funzione antirussa e la recente posizione a difesa dei diritti umani a sostegno dell’oppositore politico Navalny parrebbe confermarlo. Intanto il Giappone, da sempre nemico della Cina e in pessimi rapporti con le due Coree, spera che gli Usa mantengano il loro impegno nell’Indopacifico, anche se con uno stile più dialogante di Trump verso la Cina. Eccentrica la posizione dell’India, che potrebbe agire in funzione anticinese e che nel 2020 ha attratto investimenti significativi di aziende statunitensi come AmazonFacebookApple e Google, impedite dalla Repubblica Popolare. In piena epidemia hanno investito massicciamente anche Netflix, TwitterPinterest e Quora. Quattromila chilometri di confine terrestre dividono l’India dalla Cina ma la patria di Gandhi ha firmato quattro accordi con gli Usa per condividere informazioni e intelligence. Ha intensificato l’impegno nel Quad (il dialogo quadrilaterale per la sicurezza), ma è rimasta fuori dal Rcep, che comprende dieci Stati dell’Asean, l’Australia, la Cina, il Giappone, la Nuova Zelanda e la Corea del Sud, con ciò segnalando di non essere in grado di contrastare la Cina sul fronte geoeconomico. 

Altri articoli esaminano la posizione della Germania e della Francia, con interessanti riflessioni e spunti per tattiche geopolitiche nei confronti della Presidenza Biden. Curiosa l’interpretazione in chiave geopolitica della crisi di governo scatenata da Matteo Renzi in Italia, interpretazione secondo cui questa sarebbe stata necessaria a causa della mancata condanna di Trump da parte del Presidente del Consiglio Conte, a dimostrazione che ciò che avviene negli States ripercuote i suoi effetti nella nostra storia di «Stato a sovranità limitata» (Caracciolo). Successivi articoli riflettono su quella che sarà la politica del nuovo Presidente degli Usa nel Medio Oriente, sulla posizione ambigua della Turchia con il “il paradigma selgiuchide”, tutto da leggere, sulla Romania “a stelle e strisce”, che si offre come avamposto della Nato in funzione antirussa, sull’Iran e la sua voglia di bomba atomica e sugli accordi di Abramo. Tra i tanti articoli segnalo quello di Jacob L. Shapiro, sul ruolo dell’Unione Europea nei rapporti con gli Usa di Biden. « Ogni volta che scrivo per Limes – precisa l’autore – mi sembra di tornare sempre a Winston Churchill, che vide ciò che l’Europa era e poteva diventare. Lo vedeva più chiaramente degli stessi europei continentali. Come disse nel 1946, “[Dobbiamo] ricreare il tessuto europeo quanto più possibile e dotarlo di una struttura sotto la quale si possa dimorare in pace, sicurezza e libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori potranno riguadagnare le semplici gioie e speranze che rendono la vita degna di essere vissuta. […] Che l’Europa sorga!”. Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero benissimo essere sul punto di emergere. Ora spetta agli Usa contribuire a questa ascesa. Non è solo un’opportunità unica. È la nostra ultima possibilità». 

Percezioni Incrociate

Ma la parte più interessante sta nella descrizione della tempesta interna degli Usa. Dario Fabbri, che cura questo numero, ci fa scoprire come il Deep State, l’insieme delle agenzie governative e dei milioni di funzionari che le abitano, si sia impegnato nell’impresa di far dimenticare Trump e la sua politica estera. In questi giorni i tanti processi a suo carico lo dimostrano. Tuttavia il Deep State si è fatto sfuggire di mano il malcontento. Primo fra tutti il fenomeno di QAnon, una teoria del complotto, imputabile a un ipotetico funzionario dello Stato profondo che si firma Q, in base alla quale la società americana sarebbe dominata da massoni pedofili e satanisti, identificati nelle agenzie federali fiancheggiate da Hillary Clinton, Barack Obama, Huma Abedin, John Kerry. Il Salvatore della Patria, secondo questa teoria, è Trump, «elevato a cavaliere coraggioso, pronto a scatenare la tempesta (the storm) che condurrà alla libertà». La setta di Q si è molto sviluppata e ne fanno parte anche numerosi esponenti del Partito repubblicano, come Marjorie Taylor Greene, rappresentante della Georgia alla Camera, che sostiene di avere individuato le prove che dimostrano la falsità dell’11 settembre o come Lauren Boebert, rappresentante del Colorado, che ha definito l’avvento di QAnon una benedizione. La Q si è diffusa tra le popolazioni del Midwest e del Sud che, per opposte ragioni culturali, si considerano minacciate dalle coste del Paese. Nello stesso periodo sono sorte nuove milizie fedeli a Trump. I Three Percenters (Quelli del 3%) pronti ad armarsi contro i vertici della burocrazia, «nel nome del tre per cento di creoli anglosassoni che avrebbe combattuto gli inglesi durante la rivoluzione – falso storico diffuso tra gli adepti». E poi gli Oath Keepers (Custodi del giuramento), che tra le proprie fila hanno anche poliziotti e militari, che si definiscono i protettori della nazione contro in nemici interni ed esterni. I Proud Boys (Ragazzi orgogliosi), occidentalisti e razzisti, incitati da Trump in piena campagna elettorale ad agire: «stand back and stand by». E il Movimento Boogaloo, di ispirazione germanica e militarista, che spera in una nuova guerra civile che porti alla redenzione della nazione. 

Up patriots to arms 

Gli apparati hanno sottovalutato la reazione di questi gruppi, di cui Trump aveva saputo intercettare la sofferenza e la rabbia, incitandoli alla ribellione. L’attacco al Campidoglio ha trovato peraltro un atteggiamento morbido da parte delle poche forze dell’ordine, molto diverso dall’ostilità tenuta nei confronti delle minoranze, e i rivoltosi non hanno avuto difficoltà ad assaltare il Congresso. Nessuno dimenticherà facilmente la fuga di Mike Pence, circondato e salvo per un pelo o lo sciamano di QAnon, Jacob Angeli Chansley, addobbato da vichingo, o il colonnello in pensione Larry Brock di origini tedesche, ripreso pancia a terra sul pavimento della Camera in tuta mimetica ed elmetto né il proud boy Richard Barnett simpatizzante ariano, con i piedi sulla scrivania della speaker Nancy Pelosi; e nemmeno la bandiera confederata che sventolava per la prima volta dentro il Campidoglio. 

GettyImages-Sostenitori di Trump al Campidoglio 

La damnatio memoriae di Trump è l’obiettivo del Deep State che, attraverso la Cia, l’Fbi e i Pentagono ha ordinato ai big Tech di silenziare gli account dell’oligarca newyorkese. E quelli, obbedienti, perché tanto devono al Pentagono, hanno provveduto. (Dell’uso dei social da parte di Trump parla Enrico Pedemonte, nel suo articolo Trump e i social asociali con osservazioni e dati notevoli.) Probabilmente non basterà tenere Trump sotto costante minaccia giudiziaria, occorrerà proiettare la collera domestica verso un nemico esterno, che potrebbe essere la Cina, col pretesto della protezione dei diritti umani violati degli Uguri o con la difesa di Taiwan e Hong Kong. Ma il malcontento interno non passerà tanto facilmente. Trump è da considerare un tiranno, un dittatore democratico o un tribuno della plebe? A lettori e lettrici scoprirlo e riflettere sulle somiglianze con i bella civilia della Repubblica romana, attraverso la lettura dell’interessante articolo di Virgilio Ilari. Del Quarto pilastro dell’Impero, Fbi e uffici di collegamento all’estero delle agenzie americane di sicurezza pubblica, scrive dettagliatamente anche Enrico Rossi. 

Fabrizio Maronta nel De Bello americano, excursus storico interessantissimo, ci ricorda ciò che spesso tendiamo a dimenticare e cioè che la violenza a sfondo politico è connaturata alla storia statunitense e che in periodo elettorale gli scontri fra gruppi armati sono stati una consuetudine fin dal Settecento. Marshall Auerback, nel suo articolo Precaria, diseguale, tradita: ritratto dell’America forcaiola, disegna un’America ancora potente, ma socialmente fragile e con istituzioni che hanno perso credibilità, dove le disuguaglianze sono aumentate e l’attacco al Campidoglio trova il consenso di un americano su cinque. Se economisti come Piketty e Stiglitz vedono nelle disuguaglianze la causa di questo malcontento, l’autore dell’articolo insiste maggiormente sull’insicurezza e sulla precarietà dei lavori malpagati della classe salariata, che la sinistra americana non è riuscita ad eliminare ma che anzi ha aumentato. La vittoria del neoliberismo coltivato a destra e a sinistra ha distrutto le forze sindacali, tagliato le spese sociali e privatizzato, lasciando campo libero al capitalismo predatorio. L’economia americana è definita dall’autore un nuovo feudalesimo, al cui vertice si trovano i tecnocrati della Silicon Valley e i miliardari di Wall Street e alla cui base sta la classe subalterna poco istruita, malpagata e abbandonata a sé stessa. Il Covid ha inasprito questo divario: i mercati azionari hanno fatto faville mentre le persone, non solo le più povere, ma anche avvocati e ingegneri informatici, hanno perso lavoro e paga. Secondo Ackerbauer «le scelte politiche degli ultimi quarant’anni hanno messo numerosi americani di fronte al dilemma se perdere il posto (e la possibilità di curarsi, subordinata all’onerosa assicurazione sanitaria fornita dall’azienda) o continuare a lavorare esponendosi al contagio. Il che concorre a spiegare perché nella ricca America il virus imperversi come e più che in molti Paesi meno avanzati». E mentre scrivo le vittime da Covid hanno superato quelle della Seconda guerra mondiale e della Guerra in Vietnam. 

Un altro articolo interessantissimo è quello di Lorenzo di Muro, Delle milizie il catalogo è questo, che ha il pregio di descriverne il percorso storico e l’avanzata scatenante dopo l’elezione di Obama. Il Midwest, “fibra tedesca della superpotenza” è uno dei primi focolai del movimento delle milizie, che prosperano a partire dagli anni Novanta, nel solco di organizzazioni paramilitari di destra che adottano vecchie teorie cospirative e sostengono che sarebbe in atto una macchinazione volta a creare un governo socialista mondiale, ad opera di Washington e delle Nazioni Unite. Le milizie prendono di mira «l’indebita ingerenza del governo e i complotti che sottende», invocando il ritorno a un passato idealizzato. Il malessere dell’estremismo è una reazione al movimento per i diritti civili, che avrebbe demolito ciò che rendeva l’America great, e il conseguente sogno americano. I cosiddetti patrioti sostenuti ed incitati da Trump «non riescono più a conciliare l’America che concepiscono con quella in cui vivono, l’America imperiale con il suo credo nazionale». La crisi dei settori agricolo e manifatturiero e la suburbanizzazione, l’intrusione dello Stato, le restrizioni in materia di porto d’armi imposte da Clinton prima e da Obama poi, l’attività dell’Onu e la firma di accordi come il Nafta, «ritenuti lesivi dei lavoratori americani, in nome della temuta globalizzazione e il doloroso riassorbimento dei veterani del Vietnam» fanno da sfondo a questi movimenti che non si riconoscono più nell’America, soprattutto dopo l’elezione del Presidente Obama, accusato di multiculturalismo, lotta al cambiamento climatico e sostegno all’ampliamento del Welfare. La crisi è anche una crisi di identità ed è alimentata da una forte ostilità alle ondate migratorie e dalle tendenze demografiche secondo cui ai ritmi attuali i bianchi non saranno più maggioranza dal 2045. L’articolo va letto con attenzione per capire la geografia di quello che Biden ha definito «terrorismo domestico» e che bisognerà saper affrontare in modo adeguato. 

Milizie Mainstream

Da ultimo si segnala l’editoriale di questo numero, America the Beautiful, che analizza la «crisi maniaco depressiva dell’America» e ne mette in luce le tante contraddizioni. Tutto da leggere e su cui meditare. Un numero impegnativo, quello di febbraio, ma come sempre succulento e interessante. 

***

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpg

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

Un commento

  1. L’interpretazione della crisi politica scatenata in Italia contro il governo di Conte, secondo la quale dietro a Matteo Renzi non ci sarebbero stati solo i poteri forti locali, ma l’Europa, non mi era nuova. A dire il vero mi aveva lasciata un po’ fredda, ora vedo però che è condivisa da un commentatore di rilievo.

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