Editoriale. Dai fatti alle parole

Il leitmotiv che sentiamo continuamente ripetere, soprattutto in campo politico, ma non solo, è: “Dobbiamo passare dalle parole ai fatti! Non bastano le parole, ora ci vogliono i fatti!”
Desidero, invece, andare controcorrente e dimostrare come in quell’ambito specificamente culturale, che però arriva a toccare temi di civiltà e cittadinanza, ambito anche squisitamente politico, qual è quello del rapporto tra i generi sessuati, occorre proprio andare dai fatti alle parole. Fatti che, pur se concretamente esistenti e sempre più importanti in società, non hanno “parole per dirli” (parafrasando uno stupendo libro Le parole per dirlo di Marie Cardinal, che ho sempre fatto leggere e commentare alle mie classi), non sono nominati e spesso, anzi, considerati innominabili, seppur già presenti con i loro termini adeguati nei vocabolari. E qui acquista importantissima rilevanza la scuola e quello che vi si insegna in proposito.

In politica: è un dato di fatto che ci siano sempre più donne a ricoprire posizioni apicali nelle diverse amministrazioni di paesi, provincie e regioni, oltre che a sedere in Parlamento. Da ormai 75 anni (ormai? Ma che cosa sono 75 anni rispetto ai 2500 della storia del pensiero occidentale, dal mondo greco a oggi? Sarà questo il motivo di un immaginario che fa così tanta fatica a cambiare?) le donne in Italia possono votare, sono cittadine detentrici del diritto di elettorato attivo e passivo. L’elettorato attivo viene esercitato dalla stragrande maggioranza di esse, mentre l’elettorato passivo le vede candidate nelle consultazioni nazionali o locali ancora in percentuale ridotta rispetto alla totalità delle candidature: difficilmente superano il 20% in media delle presenze nelle liste elettorali, per quanto siano stati fatti tanti tentativi, per la verità più regionali e locali che nazionali, di superare questo gap con specifiche disposizioni. Nonostante questo, è un fatto che le donne possano, finalmente, e siano presenti nei diversi ambiti politici. E allora: perché le parole non corrispondono ai fatti? E ancora: perché, soprattutto gli organi di stampa, fanno così fatica a declinare al femminile termini già presenti nei vocabolario? Mi riferisco a termini come sindaca, governatrice, segretaria generale, sottosegretaria, ministra, deputata, senatrice, ambasciatrice (e non inteso come la moglie dell’ambasciatore, ma come colei che ricopre quell’incarico!). Perché devo leggere troppo spesso “il primo cittadino donna” e non il corretto “la prima cittadina”? Perché il maschile è considerato universale e inclusivo di tutto il genere umano e il femminile no? Ovvio che la risposta è più storico-filosofica che linguistica, e anche di questo si devono occupare le discipline della storia e della filosofia a partire dagli ordini di scuola medi, mentre la pratica di declinare al femminile deve essere usata a partire dall’asilo nido! Anche la linguistica, però, ha tutta la sua importanza nell’affermare con autorevolezza l’esigenza che si usino o si innovino parole che designino fatti già esistenti. E operazioni in tal senso esistono, a partire dall’Accademia della Crusca, con collaborazioni come quelle della linguista Cecilia Robustelli, tanto per fare un nome; passando per l’università, con gli interessanti e innovativi corsi di Ca’ Foscari, organizzati dalla docente Giuliana Giusti; o con il GeS “Grammatica e sessismo”, Università di Roma Tor Vergata della docente Francesca Dragotto (Cittadinanza attiva e paritaria); per arrivare alla stampa, con l’attività dell’associazione GiULiA Giornaliste Unite Libere Autonome, che spesso invitano accademiche ai loro corsi professionali, per dare fondamento scientifico al cambiamento della lingua verso il riconoscimento di genere e verso un linguaggio non sessista.

Nelle professioni: è un dato di fatto che non ci siano più limiti legislativi all’ingresso delle donne in ogni ambito lavorativo (proprio nel 2020 si sono celebrati i sessant’anni della sentenza della Corte costituzionale n. 33 del 13 maggio 1960, che eliminò le discriminazioni contro le donne nelle principali carriere pubbliche). Anche a questo fatto non corrispondono adeguate parole nella pratica quotidiana. Termini come prefetta, notaia, avvocata, magistrata, architetta, medica, rettrice… non vengono utilizzati, come se alle donne convenissero i mestieri più pratici e dediti alla cura — maestra, infermiera, cameriera… — e non gli incarichi più prestigiosi, come se questi fossero sviliti dalla presenza femminile. Le donne sono di fatto e per legge ammesse a quegli incarichi, ma non riconosciute nella simbologia della parola! Gli esempi sono moltissimi: uno per tutti, la donna eccellente nei campi artistici e musicali deve diventare il Maestro, con la emme maiuscola! Proprio di questi giorni è la polemica scatenata dalla direttrice d’orchestra Beatrice Venezi che ha affermato di voler essere chiamata Direttore. Direttrice richiama troppo gli educandati femminili ottocenteschi e non un incarico prestigioso? Può essere, le parole si portano dietro tutta una storia che forse è anche bene lasciare alle spalle. Allora innoviamo! Bella la scelta di Tiziana Bartolini della rivista Noi donne e di chi dirige questa rivista online Vitamine vaganti di essere chiamate Direttora. Direttrice o direttora non importa, la lingua ogni anno registra decine di neologismi, importante è declinare al femminile una professione intellettuale autorevole per dare un esempio concreto di possibilità alle giovani donne!

La scuola in tutto questo ha un’importanza basilare, sia come insegnamento sia come esempio: quanto poche ancora sono le dirigenti scolastiche che hanno il coraggio di cambiare timbri e firme in calce ai documenti ufficiali e non presentarsi come Il Dirigente scolastico anche se si chiamano Maria Rossi? Il coraggio di non sentirsi svilite nel presentarsi ed essere nominate come donne? Oppure, al contrario, di non sentirsi più autorevoli camuffandosi da uomini?
Sembra secondaria questa esigenza di usare e trovare parole — che sappiano nominare anche il femminile in tutti gli ambiti in cui di fatto le donne ci sono — rispetto a un cammino che di diritto ha permesso l’ingresso delle donne ovunque, ma in realtà secondaria non lo è per nulla: che educazione diamo alle nostre ragazze (e che messaggio malsano ai ragazzi) se chiamiamo operaie, contadine e commesse le donne che lavorano in fabbrica, nei campi e nelle botteghe, e invece notai, avvocati e prefetti le donne che ricoprono quegli incarichi? Come si chiede la filosofa Luisa Muraro «Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università?»
Ecco perché una linea guida del Concorso “Sulle vie della parità”, indetto dall’associazione Toponomastica femminile e rivolto alle scuole di ogni ordine e grado e agli atenei, riguarda fondamentalmente l’uso di un linguaggio rispettoso del genere, sia nell’evidenziare e valorizzare la presenza e l’azione in società anche delle donne sia nel non utilizzare e, anzi, denunciare quell’hate speech sessista purtroppo così diffuso sia sulla carta stampata che sui social.

In società: tanto per fare un solo esempio, è un dato di fatto che ci siano state tantissime donne che nella storia hanno messo a repentaglio o sacrificato la loro vita per difendere non solo i propri interessi, ma quelli di tante altre persone, perché chiamare il Giardino di Gerusalemme e i tanti che sono fioriti nel dopoguerra in tutto il mondo, per ricordare chi ha salvato tante persone durante l’olocausto, solo Giardini dei Giusti? E le Giuste? Per questo è nato nelle scuole il bellissimo progetto il Viale delle Giuste che ha portato tanti e tante studenti a conoscere figure eccellenti di donne coraggiose, molte delle quali ricordate e raccontate sulla nostra rivista. In questo numero si potranno leggere le biografie e le azioni di Harriet Tubman, attivista per i diritti umani, che nell’America dello schiavismo del XIX sec. contribuì alla liberazione non solo di sé stessa, ma di centinaia di schiavi e schiave come lei; e di Giuditta Mori, staffetta partigiana a soli 22 anni, catturata, imprigionata, sopravvissuta e divenuta attiva componente politica e testimone della Resistenza nella sua cittadina natale, Codogno, nel Lodigiano.

Salvaguardare l’umanità significa anche occuparsi della natura e difendere la bellezza e la ricchezza degli ecosistemi e della biodiversità, sempre più in pericolo. Fare il punto della situazione un anno dopo l’inizio della pandemia significa preoccuparsi della vita degli animali e dell’ambiente, la cui salute è anche la nostra salute, e di questo a scuola si parla sempre di più, educando alla «vecchia regola delle 5 R: riduci, riusa, raccogli, ricicla e recupera».
La scuola è anche sempre più attenta ai disturbi evolutivi specifici di alunni e alunne, che vengono però denominati e differenziati da sigle spesso incomprensibili per chi non è esperto/a del settore, mentre è opportuno averne una buona conoscenza.

Perché possa essere sradicata quella violenza che porta a un femminicidio ogni tre giorni è necessario che cambi la cultura che non solo accetta, ma esalta l’aggressività maschile in un mito di virilità forte e dura, lontana da ogni fragilità. Questo modello di “mascolinità” diventa spesso una gabbia soffocante per gli stessi uomini, come denuncia J.J. Bola, scrittore e poeta inglese nato in Congo, nel suo libro, Giù la maschera-Essere maschi oggi. E anche molti progetti didattici vanno in questa direzione, cercando di decostruire stereotipi e pregiudizi alla base di comportamenti distorti, che giustificano la violenza maschile colpevolizzando le donne per il loro modo di essere, di vestire o di muoversi. Fra questi troviamo il progetto Danza con Carla, sviluppato nell’ambito della disciplina chiamata di nuovo, come una volta, Educazione Civica, ma che, pensando all’insegnamento della Costituzione per una cittadinanza attiva, non può certo mancare nell’insegnamento scolastico.
Un desiderio di libertà aveva portato Lia Pipitone a ribellarsi alla mafia, da cui venne uccisa a soli 25 anni: sono storie che non devono essere dimenticate, ma diventare monito per una vita migliore, per ragazze e ragazzi che non devono rimanere invischiati nella criminalità, come leggiamo nella recensione del libro di Clelia Lombardo La ragazza che sognava la libertà.
Una giovanissima autrice, non lontana dai ricordi liceali, ci parla delle lezioni che avremmo voluto ascoltare a scuola, recensendo l’ultimo libro del cantautore Roberto Vecchioni Lezioni di volo e di atterraggio.
Un romanzo pluripremiato, sia negli Stati uniti sia in Italia, One for the Murphy, getta una luce di speranza sulla possibilità che anche una ragazzina senza una famiglia accogliente, e con tante esperienze di violenze e sopraffazioni alle spalle, possa alla fine trovare serenità e sicurezza, riconciliandosi col mondo intorno a lei.
Segni di certezza che la scuola reagisca con coraggio e capacità di coinvolgere i/le giovani in momenti di crescita importanti ed emozionanti sono i progetti che qui vengono raccontati, uno di Asti e l’altro della provincia di Ascoli Piceno, su temi fondamentali quali le Madri Costituenti e la parità di genere.

In ultimo ma non ultimo: dall’attualità dei fatti della pandemia alle parole. È un dato di fatto che l’emergenza sanitaria non è finita, che sono stati superati in Italia i centomila morti, che ogni volta che c’è stata l’illusione di poter tornare (per salvare l’economia) a diminuire le chiusure, è ritornata in breve tempo la crescita dei contagi con un secondo e un terzo lockdown, portando a chiudere di nuovo in primis le scuole e i luoghi della cultura. Allora le parole devono essere: chiudiamo tutto per il periodo necessario (e non solo le scuole, lasciando aperti troppi altri luoghi e costringendo soprattutto le madri a fare i salti mortali fra dad di figli e figlie e la necessità di recarsi al lavoro), troviamo la pazienza di aspettare una vaccinazione di massa (con vaccini efficaci e sicuri, e non di comodo), di modo che non ci sia ciò che davvero rende questa primavera ancora più difficile da sopportare di quella scorsa: incertezza, confusione, stanchezza emotiva.

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Articolo di Danila Baldo

Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFEIniziativa Femminista Europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane sino al settembre 2020.

 

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