Io maschio: stereotipi e pregiudizi sugli uomini

È vero, essere donne non è facile, non lo è mai stato. Per secoli siamo state imbrigliate in ruoli (la madre, la serva, la concubina, l’angelo del focolare e ancora la strega, la matta, l’isterica…) e abiti che ad un certo punto hanno incominciato a starci stretti. Così, abbiamo iniziato a ribellarci, prima silenziosamente e poi a gran voce. Ed eccoci qui, nel 2021. Certo, c’è ancora molto da fare, ma qualcosa è stato fatto. 

Invece… cosa è successo agli uomini? Loro, quelli che portavano il pane a casa, i duri, i forti, i grandi, i “più”. Stereotipi e pregiudizi hanno colpito anche loro. Però se ne parla poco. Pochi si domandano cosa è costretto a sentire o sentirsi dire un bambino in fase di crescita: Fai l’uomo, non piangere!, Non fare la femminuccia, dimostra di essere un maschio! I maschi non piangono, combattono! I maschi non possono avere paura, non parlano di sentimenti, non si lasciano andare alle smancerie, non leggono poesia… A dire queste frasi, spesso, sono padri, zii, figure guida per il bambino. Ma a volte anche le madri, le nonne. Perché così è stato insegnato loro, così è stato tramandato. Ed ecco che i piccoli uomini, i “maschi”, obbediscono, soffocando lacrime, paure, insicurezze e, ancora, desideri e reali aspirazioni.
J.J. Bola, scrittore e poeta inglese nato in Congo, ne parla in un suo testo, Giù la maschera-Essere maschi oggi, pubblicato da Einaudi nel 2020. 

Oggi vorrei riflettere insieme a voi sulla maschera che ad ogni bambino viene chiesto di indossare fin da piccolo: dietro di essa viene celato ciò che egli prova realmente, ciò che ogni piccolo ha il diritto di esprimere, a prescindere dal proprio sesso biologico. In un sistema patriarcale come il nostro, agli uomini viene detto che se non sono forti, tenaci; se non mostrano “gli attributi”, la società non darà loro un posto rilevante. Se volessimo fare un paragone con gli archetipi di cui parla lo psichiatra e psicoanalista Jung, l’immagine universale dell’uomo nel mondo è questa: un essere forte, duro, fisicamente e psicologicamente, che fa tutto da solo, che non deve mai piangere e non deve chiedere mai. Questo è l’archetipo (ovvero un’immagine sociale condivisa e diffusa) dell’uomo, oggi. Potremmo però chiamarli più facilmente stereotipi e pregiudizi, che a lungo andare creano l’illusione che gli uomini non abbiano nessun motivo per soffrire o non abbiano il diritto di sentirsi fragili. È una specie di arma a doppio taglio: il sistema, che avvantaggia gli uomini nella società, è essenzialmente lo stesso che pone loro dei limiti, blocca la loro crescita e finisce per condurli all’esasperazione. Diventa necessario quindi scardinare l’illusione di questa mascolinità, che rende i ragazzi e gli uomini incapaci di affrontare le proprie emozioni e li trasforma in aggressori e prevaricatori, intenzionali o no. Possibile però riformulare l’identità maschile partendo dall’educazione di bambini e ragazzi. È possibile mettere in atto “strategie” di educazione e formazione più autentiche e orientate alla libera espressione di sé, svincolata dai modelli di mascolinità, fatti di forza, competizione, controllo.

È chiaro come tale processo debba nascere in primis all’interno della famiglia. Questo è il luogo sociale dove il bambino inizia a muovere i suoi primi passi. Successivamente, è all’interno di spazi educativi come la scuola che si rende necessario proseguire il lavoro ben impostato in precedenza. Ciò permetterebbe ad ogni bambino, uomo, “maschio”, di avere gli strumenti necessari per cominciare a disimparare quanto è sempre stato spacciato come verità assoluta, rendendoli vittime inconsapevoli. Aiutarli in questo porterebbe a due importanti e positive conseguenze: la prima è quella di mettere in atto cambiamenti che permettano alla prossima generazione di avere una comprensione piena, chiara e profonda, di ciò che significa essere uomini. La seconda sarebbe quella di migliorare nettamente il rapporto uomo/società e uomo/donna. Incentivando il senso di eguaglianza, sarà possibile insegnare ai più piccoli che le fragilità, le emozioni, non sono una colpa ma una componente naturale di ogni essere umano, a prescindere dalla propria caratterizzazione sessuale.

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Articolo di Elisa Mariella

Giornalista professionista dal luglio 2016, appassionata e cultrice della lettura e della letteratura in ogni sua sfumatura. Moderatrice presso l’Aurelia Books.

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