Quelle lezioni che, forse sì, avremmo voluto ascoltare a scuola

«Fulsere quondam candidi tibi soles».
Più o meno così, con un verso del poeta latino Catullo si conclude l’ultimo libro del celebre cantautore milanese Roberto Vecchioni, dal titolo Lezioni di volo e di atterraggio (Einaudi, 2020).
Parole talmente dense di significato e di sfumature che, a detta del professore, difficilmente sono state tradotte nel modo corretto — forse ritorna quella sensazione per cui nella materia classica ci sia sempre qualcosa che sfugge alla comprensione, al dialogo odierno. A ogni modo, gli/le studenti di Vecchioni modificarono questo verso alla fine del loro percorso scolastico in questo modo: «Fulsere quondam insani nobis soles».

«Splendide giornate di follia». Così il cantautore chiamava giornate particolari di lezione insieme alle/ai suoi studenti del liceo classico, lezioni ampiamente fuori dai canoni tradizionali e dall’edificio stesso della scuola. La classe passeggiava fino a Parco Sempione, e lì si sdraiava sul prato a discorrere per ore insieme al professore delle tematiche più complesse, partendo dalle radici classiche e spaziando il più possibile (lasciando che intervenisse tranquillamente anche il venditore del chiosco di panini e birre di fiducia).
Ognuna di quelle lezioni di follia, ovviamente, era molto di più che seguire un programma (che, anzi, non c’era): era andare alla ricerca del significato della stessa ricerca — si passi l’espressione.

Vecchioni parla di una Milano degli anni Ottanta, ne svela i colori, gli angoli che legano la città alle/ai suoi studenti. Racconta del Naviglio e di Alda Merini, che ebbe il piacere di incontrare e di essere testimone della sua fervida quanto improvvisa creatività poetica. Racconta di un bar dove era solito prendere il caffé nei pressi del liceo durante le ore buche e dell’incontro con uno strambo professore di francese ormai anziano e in pensione. Racconta del Cimitero Monumentale e di una lezione che fecero persino lì, per andare a indagare sul legame tra la musica di Fabrizio De André, la letteratura americana e le sue tombe di Spoon River e l’antica letteratura provenzale. Racconta di un’osteria in cui si mangiava il risotto alle rane mentre si tentava la ricostruzione del perché l’essere umano abbia incominciato a parlare, e soprattutto come. Per inciso, in quell’occasione Vecchioni si mise a scarabocchiare schemi per tenere le fila, e i proprietari del locale a sua insaputa li conservarono e li appesero alle pareti come ricordo di quella lezione assolutamente imprevedebile e imprevista.

«Questo era il gioco, questa la sfida delle giornate di follia: aggirare l’ovvio, non ripetere il risaputo, bucare il tempo, aprire strade, sondare il possibile, il parallelo, l’alternativo. Poteva durare anche a lungo questo aggrovigliarsi di nuvole e mondi, ma si atterrava, prima o poi si atterrava sempre». In questo passaggio è sintetizzato il senso di tutti i racconti di Vecchioni, che cerca di insegnare ai suoi ragazzi e ragazze, innanzitutto, a essere appassionate di ciò di cui discutono, di ciò che hanno intorno. Permette che quelle che si trova davanti non siano semplicemente studenti ma persone, insieme a tutti i loro dubbi, le loro domande, le loro caratteristiche, i loro difetti (e anche il loro linguaggio colorito).
La storia di Socrate, della giustizia, del diritto di parola e dell’educazione dei giovani. Il viaggio di Ulisse. La battaglia di Gettysburg durante la guerra di Secessione (questa giornata di follia, tra l’altro, presenta come scenario un letto d’ospedale, mentre un allievo era ricoverato). L’origine del mito e il perché l’umanità continui a servirsene, anche a sua insaputa.

C’è un po’ di tutto nelle giornate non ordinarie di Vecchioni: dalla storia della filosofia greca alla mitologia classica, dalla storia americana alla poesia contemporanea. E non si può fare a meno di notare come ogni studente sia artefice di curiosità, acutezza nelle osservazioni, originalità nelle risposte, senza timidezza nel dibattere. La classe di Vecchioni è colta, raffinata e furba e sregolata allo stesso tempo. Come è riportato nel titolo, ogni volta vola e ogni volta sa atterrare. Fa arrivare il proprio discorso, i propri pensieri molto lontano rispetto al punto di partenza, eppure è in grado di raggiungere il nocciolo della questione, di non perdersi in meri virtuosismi di pensiero o del linguaggio.

Mi piacerebbe pensare che queste lezioni di volo e di atterraggio siano così ribattezzabili proprio perché capaci di spingere la propria intelligenza, il proprio acume e il proprio senso critico (e perché no, la propria sensibilità) anche fin dove sembra non ci si possa arrivare.
Giornate di follia che mettono alla prova, che probabilmente moltiplicano le domande oltre che le risposte. Giornate che creano legami, approfondimento, interconnessioni che all’improvviso ci sembrano possibili.
Forse sì, tutti avremmo voluto vivere qualche volo e qualche atteraggio tra i banchi di scuola a riprova del fatto che la scuola è realmente capace di andare oltre la scuola, se solo qualcuno si impegna, se solo qualcuno si mette in gioco con creatività e voglia di fare, se solo a qualcuno interessa veramente. Il professore negli anni Ottanta ha fatto così. E non è questa la sede per commentare che quegli anni non sono più i nostri anni, che le/i professori capaci di determinate scelte non solo molti, che ogni classe con cui si ha a che fare è diversa dalle altre. Ognuna di queste variabili presenta la propria dose di verità e di discussione. Ma è vero che la materia da cui si può attingere — che sia più classica o più contemporanea poco importa — è pressochè infinita, ed è per questo che lo stimolo al volo e all’atteraggio non dovrebbe esaurirsi nemmeno oggi.

Perché in un’ideale Parco Sempione, in fondo, c’è posto per tutti e per tutte.


Roberto Vecchioni
Lezioni di volo e di atterraggio
Einaudi, 2020, Segrate
pp. 201

***

Articolo di Francesca Bertuglia

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Classe 1996, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, cresciuta a stretto contatto con ambiti associativi, da sempre appassionata di letteratura, giornalismo e mondo editoriale. È dell’idea che scrivere di Cultura educhi alla bellezza e alla conoscenza in un’ampia prospettiva.

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