Cedimenti: fra utopia e fantascienza, un nuovo mondo possibile

Nell’epilogo dell’intrigante romanzo Cedimenti (2011) incontriamo tre utopie, almeno quelle principali, che voglio rivelare subito, senza togliere nulla alla suspense di vicende che si rincorrono e catturano l’attenzione di un genere noir, socio/fanta/politico, che quindi vanno scoperte godendo della lettura. La prima: «Come in una reazione a catena pochi giorni dopo venne annunciata la crisi del governo regionale, furono indette nuove elezioni e vinse una donna». La seconda: «Della proposta di ridurre i limiti di edificabilità sulle coste non si sente più parlare» e terza utopia «Furono abbattute tra gli applausi le prime case sulla collina del disonore». È su questi temi che si svolge la trama del romanzo: la capacità femminile di portare avanti, senza protagonismi, giuste battaglie radicate da un lato agli affetti familiari e dall’altro alla difesa della bellezza di un ambiente naturale, che non deve essere “snaturato” in nome del più bieco profitto. Chiamo utopie queste conclusioni perché nella realtà ben poche volte si verificano, ma come tutte le isole che non ci sono, possono essere cercate e la ricerca può essere guida e faro indicatore per il nostro operare: la meta è il cammino! In realtà tutto l’epilogo del romanzo, è un’unica, grande, bella, esaltante, gloriosa — è stato detto anche romantica — utopia: un piacere leggerla!

Il romanzo è opera di Francesca Vesco, pseudonimo che racchiude in una sola firma due autrici che provengono da due ambiti diversi, medicina e giornalismo, ed è il loro primo “italiano”, dopo articoli, racconti e libri di genere, pubblicati anche con pseudonimo straniero.
Fin dalle prime pagine la vicenda ci immerge in un’atmosfera fatta di ricordi familiari, di tensioni che emergono quando le famiglie si dividono essenzialmente per soldi ed eredità, e di intrighi di mafia con speculazioni e appalti oscuri. Di Giuliano Chimenti, uno dei protagonisti, giornalista presso una radio locale di una rubrica dal titolo molto significativo: Il dito nell’occhio, le autrici ci raccontano come ogni suo argomento avesse a che fare con lo scempio del territorio e come le sue iniziative per combatterlo costituissero la scintilla capace di innescare il fuoco delle sue invettive. Sarà la sua passione per la difesa delle bellissime coste siciliane, contro la speculazione edilizia, a catturare l’attenzione di Martina Berni — arrivata da Milano nel paesello vicino a Palermo dopo la morte del nonno — e a portarla, a poco a poco, a prendersi talmente a cuore la “causa” da compiere gesti per lei inimmaginabili, fino a pochi giorni prima! 
Man mano che la vicenda si dipana, Martina acquista sempre più lucidità e comprende la portata del problema della distruzione dell’ambiente; sente che l’illusione che la gente e tanto meno la politica possano prendere coscienza del pericolo e ci pongano rimedio è tramontata da tempo, che le risorse del pianeta stanno per esaurirsi, che i danni procurati all’ambiente negli ultimi decenni stanno superando la soglia della reversibilità, mentre l’umanità non sembra accorgersene e solo poche persone, come Cassandre, urlano che se non mettiamo in crisi questo modello di sviluppo sarà la fine.

La protagonista vive la sua avventura siciliana fra l’immagine del nonno, don Ignazio Scaduto, eccentrico marchese del paese, appena scomparso, che lei impara a conoscere e ad apprezzare a poco a poco, seguendo le sue orme: «Non sopportava la parola “rassegnazione”: si sarebbe ribellata sempre allo scempio che vedeva intorno a lei» e la presenza viva e concreta di Paolo Santamaria, ingegnere, arrivato da Parigi in vacanza al Sud e che avrà un ruolo centrale, soprattutto per le sue conoscenze scientifiche (implicate nei cedimenti, ma qui non è opportuno svelare nulla; neanche sulla storia d’amore che vi si intreccia e sui suoi sviluppi: «La sua ossessione per quella ragazza non poteva definirsi altrimenti che puro e semplice autolesionismo. Non solo gli aveva mandato in tilt il cervello ma stava riducendo in pezzi anche il suo corpo. Avrebbe dovuto fuggire milioni di anni luce lontano da lei e invece continuava a rimanerle attaccato come una patella allo scoglio. Se questo, poi, era amore…»). Incontra poi Giuliano, il giornalista freelance, talmente assorbito dalla necessità di salvare l’ambiente da guardare «con una smorfia la rivista che Greenpeace inviava ai suoi sostenitori. Ormai aveva maturato un’assoluta sfiducia nei metodi poco incisivi di questo come di altri movimenti ecologisti tradizionali. Si aspettava azioni più efficaci, più eclatanti, più aggressive» e l’ultima di quelle azioni, che riuscirà proprio lui a mettere in campo, gli costerà molto cara… «Era semplicemente un uomo coerente, con un gran senso della vita e dell’umorismo, il figlio sano di una società malata». Intono a lei si muove tutto un variegato popolo verghiano sullo sfondo: i custodi della villa di famiglia, l’avvocato, il notaio, la nobildonna, l’edicolante, il fattore del marchese, il prete, il professore, il sindaco, i notabili, il losco figuro colluso con la mafia… il giudice, che «vide che si tenevano per mano e non poté fare a meno di sorridere. Almeno la riconciliazione era riuscita. Ora però veniva la parte più difficile. Li guidò verso il soggiorno, li fece accomodare sul divano, si sedette sulla poltrona davanti a loro e afferrando la solita sigaretta chiese: “Allora come avete fatto?”».

Alla storia di Martina in Italia si alterna, nella narrazione, quella di Barbara McKenzie, scienziata di Dodgeville nel Vermont, collega di Paolo e artefice della rivoluzionaria scoperta batteriologica, nuova e devastante, che sarà al centro dell’epilogo della vicenda. Dall’America alla Sicilia, passando per Parigi e Milano e… il viaggio dei batteri voraci troverà la giusta e folgorante soluzione finale. Un metodo più silenzioso, come sarà poi chiamato in un libro, scritto da Martina (in carcere).

Quattro “penne” d’autore firmano i commenti finali al romanzo, ciascuna fotografia della personalità di chi scrive; queste le parti che mi hanno maggiormente catturata: Nanni Balestrini (poeta e saggista): «E se l’utilità sociale delle parole si riducesse a fingerle strumenti di comunicazione facendo credere che non si tratta invece che di un totale dialogo tra sordi?». Umberto Eco (semiologo e scrittore): «Una volta invece di fantascienza si diceva “letteratura di anticipazione” e cioè di anticipazione scientifica o sociologica. Anticipare non significa fantasticare, come avviene nelle fiabe. Significa in qualche modo attendere che la realtà verifichi le nostre ipotesi narrative». Libero Mancuso (magistrato e politico): «Franco Gueli, giudice. Ha più o meno la mia età. E la mia storia. […] Sente di essere un uomo sconfitto. Da una società profondamente malata da un’inguaribile subalternità a chi regge i falsi miti della carriera, del successo, del denaro. Si è tirato fuori da tutto ciò, che ha corrotto nella fondamenta parti decisive del nostro Paese». Corradino Mineo (giornalista e politico): «Dir: (A voce bassa) E Roma tornerebbe più bella, tutto un giardino fiorito tra i Fori e piazza Venezia. (Prendendo coraggio) … Terroristi o no, hanno svelato al mondo come potrà essere il futuro, prima che il brevetto diventasse proprietà privata di una multinazionale o segreto militare. E poi, terroristi romantici. Penso che un giorno leggeremo un romanzo su questa storia, magari ci faranno un film. Immagino il titolo: La guerra del nonno. In fondo è una storia di sentimenti, c’è il solito triangolo, va bene. Ma anche senso della famiglia».

Il commento ultimo è però lasciato a Luisa Bracci (direttrice del Laboratorio di Biotecnologie Molecolari dell’Università di Pisa): «È da notare che i batteri che riducono i solfati sono studiati da molti anni, perché possono essere usati per ripulire l’ambiente e il suolo da vari agenti contaminanti molto tossici. Non a caso, sono stati esaminati alcuni batteri capaci di degradare gli idrocarburi del petrolio e anche la plastica. Insomma, come si vede ce n’è per scrivere anche un altro libro».

Incomprensibile perché il nome di Luisa Bracci, unica donna a commentare il romanzo nelle edizioni correnti, sia scomparso dalla copertina e dagli interventi citati!

Francesca Vesco
Cedimenti
Edizioni Ambiente, Milano, 2011
pp. 267

***

Articolo di Danila Baldo

DANILA BALDO.400x400 NON TROVATA-1

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa Femminista Europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane sino al settembre 2020.

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