Fantascienza, un genere (femminile). Italia, anni Sessanta (e oltre). parte prima

Gli anni Sessanta in Italia si aprono nel segno della trasformazione: il Concilio Vaticano II, l’alleanza governativa tra il blocco egemone democristiano e il Partito socialista, la politica di riforme cauta ma irreversibile, il clima culturale fortemente critico nei confronti della società capitalistica (non senza tensioni utopiche), fino alla frattura del Sessantotto.

È questo il milieu in cui si pone la ricerca di «una via nazionale alla fantascienza – scrive Mimmo Cammarota nel saggio Storia delle riviste di fantascienza italiane, del 1983 – di una narrativa cioè non suddita all’aridità tecnologica di tanta SF americana, ma ricca di fermenti umanistici e interiori, e valida sul piano letterario pur restando altrettanto valida sul piano più strettamente avventuroso del sense of wonder». Nell’Italia degli anni Sessanta la narrativa fantascientifica, diffusa nel decennio precedente da Urania, incontra interesse e curiosità ma prende vie diverse, generando anche «incredibili rivalità, bassi rancori e avventure editoriali».

Da una parte, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che assumono la direzione della celebre rivista mondadoriana dopo l’abbandono di Giorgio Monicelli nel 1961, rifiutano testi di autori e autrici italiani, operando scelte discutibili dettate da ragioni commerciali, a scapito della qualità; sulla stessa linea Roberta Rambelli, curatrice di Galassia (rivista che esordisce nel 1961), pubblica quasi esclusivamente testi anglosassoni da lei stessa tradotti. Sul versante opposto, operazioni editoriali effimere come Interplanet (ideata da Sandro Sandrelli nel 1962, sette numeri) e Futuro (fondata da Lino Aldani nel 1963, otto numeri): la prima, di carattere antologico, dimostra interesse e apertura nei confronti della science fiction italiana ed è «sensibile alle trasformazioni in atto nella grande letteratura» (Mimmo Cammarota); la seconda, rivista nell’accezione classica del termine, presenta testi e materiali prodotti quasi esclusivamente nel nostro Paese e –  come afferma orgogliosamente l’editoriale a firma di Lino Aldani sul primo numero – rivendica la maturità raggiunta dal genere anche in Italia: «Il nostro fondamentale proposito è quello di presentare una science fiction valida sotto tutti gli aspetti: offrire una narrativa apprezzabile di per sé, prima ancora che per la suspence del suo modulo fantascientifico. Perché sia chiaro una volta per tutte, la science fiction non è un genere, non è un sottoprodotto della letteratura, ma è letteratura tout court».

Copertine di riviste italiane di fantascienza degli anni Sessanta. Da sinistra: «Galassia» n. 11 del 15 novembre – 15 dicembre 1961 (con un romanzo di Roberta Rambelli); «Interplanet» n. 4 del gennaio 1964 (che presenta tra gli altri anche autori mainstream); «Futuro» n. 1 del maggio – giugno 1963. Si notino le diverse scelte grafiche delle copertine e il tentativo di «Interplanet» e «Futuro» di assumere una veste editoriale di maggiore rispettabilità rispetto alle riviste pulp

La fantascienza, dunque, suscita interesse, non soltanto nel pubblico, ma anche nell’editoria e nella critica, tanto che in questo genere danno prova di sé esponenti della cosiddetta letteratura alta, che non disdegnano di scrivere romanzi e racconti avveniristici: a prescindere dai due grandissimi Italo Calvino (Le cosmicomiche del 1965 e Ti con Zero del 1967) e Primo Levi (Storie naturali del 1966 e Vizio di forma del 1971), che pubblicano le proprie bellissime storie fantascientifiche per Einaudi, scrittori mainstream quali Giovanni Arpino, Dino Buzzati, Ennio Flaiano, Tommaso Landolfi, Elémire Zolla sono accolti (o esibiti), per esempio, sul quarto numero di Interplanet, ciascuno con un racconto; e altri ancora sono presenti in interviste su Futuro: Giovanni Comisso, Elio Vittorini, Libero Bigiaretti, Ennio Flaiano, Mario Soldati.

Le autrici qui presentate appartengono anch’esse alla letteratura alta (o aspirano a esservi ascritte) e si dedicano, occasionalmente o durevolmente, alla fantascienza.

Anna Banti in un ritratto fotografico di Ghitta Carell, Roma 1934

La prima è Anna Banti: studiosa attenta, storica dell’arte, narratrice raffinatissima, non necessita di presentazione, se non essenziale. Lucia Lopresti nasce a Firenze il 27 giugno 1895, riceve un’educazione illuminata, compie studi classici e si laurea in lettere, sposa Roberto Longhi, compagno di una vita per amore e cultura, con lui fonda la rivista Paragone, sceglie di dedicarsi alla scrittura anche per distinguersi dal marito, celebre e inarrivabile, rinominandosi Anna Banti: «il mio vero nome, quello che non m’è stato dato dalla famiglia né dal marito» (da un’intervista a Grazia Livi, in Il Corriere della Sera del 15 aprile 1971). Con questo nom de plume, che inizialmente ne cela l’identità, firma i propri capolavori (su tutti Artemisia, pubblicato nel 1947), nei quali dà voce a memorabili protagoniste femminili, a lungo nascoste da una lingua e da una storia declinate al maschile; nella scia di Virginia Woolf, Anna si propone di reiventare una narrativa capace di rappresentare le donne a partire da sé stesse, non dalle raffigurazioni delle donne prodotte dagli uomini.

Esemplare a riguardo Le donne muoiono, che dà il titolo alla «sequenza di quattro racconti» pubblicata da Mondadori nella prestigiosa collana “La Medusa degli Italiani”, nel 1951; il libro sarà vincitore del Premio Viareggio l’anno successivo.

Le donne muoiono, scritto nel 1948, è il terzo testo della silloge: è un racconto bellissimo, ma, nonostante indicazioni contrarie a riguardo, non è un racconto di science fiction. Certo, la fantascienza è un genere (femminile) che sfugge alle definizioni, attraversa molteplici territori e oltrepassa barriere insormontabili, ma in questo caso mancano i requisiti minimi per ascriverlo a tale ambito. «Il 16 luglio 2617, a Valloria, città lacustre presso le rovine dell’antica Venezia…»: l’incipit proiettato in un futuro lontano (ma non diverso dal presente di metà Novecento) concentra in sé ogni elemento fantascientifico. A Valloria, ma progressivamente nei paesi vicini, poi nella nazione, infine sul pianeta, gli uomini sono soggetti a un fenomeno inizialmente inspiegabile: ricordano frammenti e sequenze di vite precedenti, giungendo a disinteressarsi dell’esistenza in corso, poiché, ormai, «il fantasma della morte è sgominato». Non così le donne: alle donne, assenti dalla storia, non è dato rinascere, è negata la memoria; chiuse «nella breve vita d’oggi», una vita che pare «disprezzabile e da gettarsi» perché è «la prima e l’ultima» che tocca loro in sorte, «le donne muoiono». La natura e il destino dei due generi prendono dunque vie antitetiche, in un presente senza significato nel quale, consapevoli del proprio “essere per la morte”, le figlie diventano artiste, letterate, musiciste, fondano comunità femminili alternative, imparano a fare a meno dei maschi, scontando però una condizione di sofferenza che, a ben guardare, ha sempre connotato e connota la loro presenza nel mondo.

Anna Banti in una fotografia di autore non noto, scattata presumibilmente nei primi anni Sessanta

Je vous écris d’un pays lointain (1971) è pure una silloge di quattro racconti lunghi che hanno per tema il tempo, «che accumulando detriti, cancellando vicende scorre continuo come un fiume e col suo ritmo incalzante consuma le vicende dei singoli e delle generazioni» (dal risvolto di copertina dell’edizione mondadoriana); il libro sarà vincitore del Premio Bagutta ― per la prima volta assegnato a un’autrice ― nel 1972. Il racconto che dà il titolo alla sequenza, scritto nel 1969, è posto per ultimo: è pressoché l’unico testo di Anna Banti in qualche modo ascrivibile alla science fiction, alla dimensione dello “spazio interno”, l’interiorità che apre all’anima collettiva sperimentata anche da Doris Lessing nel coevo Briefing for a Descent into Hell. La cifra della narrazione, in prima persona e per voce di un uomo senza qualità, è la desolazione: in un futuro lontano millenni, seguito a un’oscura catastrofe che ha reso inabitabile buona parte del pianeta, dopo essere letteralmente sfuggito alla propria comunità umana, il protagonista sceglie di vivere quelli che saranno gli ultimi giorni della propria vita in solitudine, nella natura, recuperando un rapporto di contiguità con vegetali e animali, mettendo alla prova il proprio corpo deprivato nell’attraversamento di foreste e nella discesa di dirupi, eliminando sistematicamente ogni possibilità di ritorno, in continua oscillazione tra istinto di sopravvivenza e desiderio di morte. L’andamento è lento, il finale irrisolto: non una delle migliori prove di Anna Banti, che nel triennio tra il 1967 e il 1970 vive il dolore della malattia e della morte dell’amatissimo Roberto Longhi e che di fantascienza (peraltro molto sui generis) non scriverà altro. Je vous écris d’un pays lointain è il penultimo libro dell’autrice, che dedica gli ultimi suoi anni alla Fondazione intitolata al marito, fino alla morte, a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985.

«Intorno alla rivista [Futuro] lavoravamo in parecchi: a parte me c’erano Massimo Lo Jacono, Giulio Raiola, Sandro Sandrelli e Inìsero Cremaschi; con Lo Jacono non mi ci prendevo, lui era per una rivista commerciale, io per la qualità. Poi arrivò Cremaschi e allora… che vuoi fare più? Lui aveva il pallino della moglie, Gilda Musa, ce la infilava dappertutto». Così Lino Aldani, in un’intervista raccolta da Giuseppe Lippi il 18 settembre 2004. In effetti, l’autrice è presente sugli otto numeri di Futuro con due soli racconti, Memoria totale (n. 3 del settembre / ottobre 1963) e Trenta colonne di zeri (n. 5 dell’aprile 1964), entrambi comunque compresi nell’antologia del 1978 che annuncia Il meglio di una mitica rivista di fantascienza a cura dello stesso Cremaschi.

Gilda Musa, nata a Forlimpopoli nel 1926 ma milanese di adozione (a Milano morirà nel 1999), esordisce come poeta negli anni Cinquanta: tra il 1953 e il 1972 pubblica sette raccolte di liriche (due di queste per la prestigiosa casa editrice Schwarz), per aprirsi poi nel decennio successivo alla narrazione fantascientifica, cui si dedica in modo progressivamente più intenso probabilmente per influsso del marito Inìsero Cremaschi, anch’egli ben rappresentato in Futuro. Memoria totale è certamente il testo più interessante, per quanto (ancora una volta) abbia ben poco a che vedere con la science fiction, se non per l’eco dello spazio interno e dell’inconscio collettivo di ascendenza ballardiana. Il racconto ha per protagonista Anna, in una domenica di solitari lavori domestici, e le «immagini primordiali» che emergono prepotenti nella sua psiche, turbandola fino alle estreme conseguenze; rappresenta un azzardo stilistico, non privo di ambizione, per il continuo sconfinamento tra lingua della poesia e flusso debordante e devastante di pensiero; per il lessico ricercato, con neologismi compiaciuti di stampo dannunziano; per l’alternanza di prima e terza persona in un continuum narrativo in cui le immagini rampollano l’una sull’altra, evocate da figure retoriche di suono (allitterazioni, assonanze, onomatopee…). Peccato che Gilda Musa non abbia proseguito in questa direzione, quanto meno più originale rispetto alle prove successive: la ricerca formale è ancora ben evidente nel «gorgogliante fluire di parole» (Inìsero Cremaschi) che dà corpo a Trenta colonne di zeri, stralunata cronaca di un’autodistruzione che è il prezzo di un amore cieco e capriccioso. «Il totem fondamentale – scrive ancora il marito della scrittrice, commentando il racconto – è la culla biologica del pianeta d’origine, con la somma delle normative alle quali ogni creatura vivente si affida ombelicalmente ancora prima di nascere. In senso stretto, il racconto è un’avventura spaziale, ma contiene un grappolo di significati che inglobano anche l’alienazione, il distacco dalla propria identità, il frantumarsi improvviso di un ordine generale di idee». Che altro dire di fronte a una interpretazione tanto fantascientificamente colta? Non c’è che il silenzio.

Gilda Musa in una fotografia di autore non noto, scattata presumibilmente negli anni Cinquanta

Negli anni Settanta Gilda Musa pubblica a ritmo costante e incontra un positivo successo di critica: vince il Premio Italia, massimo riconoscimento per la fantascienza sul territorio nazionale, per due volte, con Giungla domestica (miglior romanzo o antologia personale) nel 1976 e con Gli ex bambini (miglior racconto) nel 1978. A dire il vero, la vulgata consegna all’autrice cinque Premi Italia dal 1976 al 1983, ma sull’Albo d’oro del Premio (agilmente consultabile all’indirizzo https://www.premioitalia.org/albo) non vi è traccia di ulteriori assegnazioni oltre a quelle qui menzionate. Gli ex bambini (pubblicato sulla pregevole rivista Robot, n. 23 del febbraio 1978), è una vicenda riconducibile alla cosiddetta “fantascienza umanistica”, intessuta con mutazioni da bombardamenti atomici, discriminazione ed emarginazione dei diversi «indesiderabili», alieni (nella fattispecie uraniani) dai molteplici arti nella più classica tradizione pulp; è percorsa da una vena umoristica apprezzabile e si risolve in un finale che è pari pari un calco leopardiano da una delle più celebri Operette morali. Punto. Non si segnalano, del resto, neppure i romanzi o le raccolte più celebri: Giungla domestica del 1975 (presenta l’idea in voga in quegli anni della sensibilità silente del mondo vegetale, che gli umani possono comunque interpretare risolvendo casi complessi), Fondazione ID del 1976 («romanzo impostato su un doppio binario narrativo, – scrive l’autrice, presentandolo – cioè contemporaneamente in un luogo vicino, una convulsa ma iper-programmata megalopoli terrestre, e in un luogo remoto dello spazio galattico, nell’ambito del gruppo stellare Sfinge d’Avorio, per l’esattezza attorno al prezioso e conteso pianeta Héteros»), Esperimento donna del 1979 (al quale è dedicato un breve approfondimento) e non pochi altri.

Foto di gruppo scattata in occasione di Italcon 5 (quinta edizione del Convegno Italiano del Fantastico e della Fantascienza) tenutosi a Ferrara nel 1978. Da sinistra: un non meglio identificato Babini, Adalberto Cersosimo, Gilda Musa (vincitrice del Premio Italia per il miglior racconto), Inìsero Cremaschi, Ernesto Vegetti, Massimo Pandolfi (Archivio Ernesto Vegetti, in Fantascienza.com, https://www.fantascienza.com/18868/con-inisero-cremaschi-se-ne-va-uno-dei-padri-della-sf-italiana)

Esperimento donna è scelto in questa sede perché la tematica centrale del romanzo breve che dà il titolo alla raccolta e dei sette racconti che lo completano è quello della millenaria opera di manipolazione del maschile nei confronti del femminile, del mito di Pigmalione che modella la donna perfetta per sé (e gli dei benevoli le danno vita). I temi sono quelli cari a Musa, più volte replicati: androidi e intelligenze artificiali, ambiguità e Rovesciamento di ruoli, esperimenti genetici e amori tragici o impossibili (con esiti di involontaria comicità, come nel leopardiano Davanti a una siepe di more). Al di là delle buone intenzioni, gli esiti sono modesti: le narrazioni si articolano a partire da intrecci scontati, con ingenuità e incongruenze, risolti in modo sbrigativo; i villains, cattivissimi loro, sono improbabili; il riscatto delle donne non avviene grazie alla consapevolezza maturata, ma alla meccanicità di un “clic” miracoloso e risolutivo (come in Proprietà privata, significativamente ma infelicemente «dedicato all’otto marzo»). Per introdurre Luce D’Eramo, personalità complessa ascrivile senza dubbi alla letteratura alta, giova riportare per intero un aneddoto narrato da Vittorio Catani, autore e saggista di science fiction (in Delos n. 63 del Febbraio 2001). Eccolo. «E che ci fosse (e continuasse) una prevenzione nei confronti della nostra narrativa “bassa”, ebbi personalmente testimonianza ulteriore nell’anno 1986, a Montepulciano, durante le premiazioni della XII Italcon. Vale la pena aprire una parentesi per narrare un episodio, che coinvolse anche la d’Eramo. Alla convention era abbinata la prima edizione del premio letterario Città di Montepulciano, nella cui giuria ― ci era stato comunicato ― figuravano i nomi di Alberto Moravia, Dario Bellezza, Alain Elkann, e altri luminari. Non annunciata per tempo dal programma, giunse anche Luce d’Eramo, invitata dal comitato organizzatore a presentare il suo romanzo Partiranno, che era appena uscito. Orbene, il pomeriggio della premiazione accaddero due eventi inattesi. Anzitutto, i numerosi convenuti in sala scoprirono che vi sarebbero state due ben distinte premiazioni: una concernente la fantascienza, un’altra riguardante opere mainstream. Nel corso della cerimonia concernente il mainstream, assistemmo a un vero e proprio assalto inquisitorio di Alberto Moravia nei confronti di Luce d’Eramo (“Come mai, dopo aver scritto di lager e di terrorismo, questo scivolamento verso la fantascienza?”), assalto che la scrittrice fronteggiò in modo gentile e mite, ma determinato. Il Secondo fatto è che, immediatamente dopo, si diede luogo alle premiazioni riguardanti il concorso letterario Città di Montepulciano: e a questo punto la giuria “alta” ― Moravia in testa ― si dissociò rumorosamente dall’evento, dichiarando in modo secco la propria estraneità e scendendo a sedere in platea con gli altri luminari (al che il sottoscritto, che era tra i finalisti, uscì schifato dalla sala rifiutando di ritirare il premio; e non fu il solo a uscirsene). Al tavolo rimasero gli spiazzati organizzatori della convention, e Luce d’Eramo, che comunque non faceva parte della giuria».

Foto della giuria scattata in occasione di Italcon 12, tenutosi a Montepulciano nel 1986. Da sinistra: Alberto Moravia, presidente della giuria; Gino Serafini, Assessore alla Cultura del Comune di Montepulciano; Francesco Mei, Alain Elkann, Luce d’Eramo (in «Delos» 63, per gentile concessione di Silvio Sosio)
Luce D’Eramo in una fotografia di autore non noto scattata nel 1946 (Archivio Marco D’Eramo)

Lucette Mangione (nata a Reims il 17 giugno 1925, morta a Roma il 6 marzo 2001) diviene Luce D’Eramo in seguito al breve matrimonio con Pacifico D’Eramo nel 1946. Anche la sua vicenda biografica, straordinaria, è nota ed è qui ripercorsa nelle linee essenziali: di genitori fascisti emigrati in Francia negli anni Dieci, rimpatriata in Italia nel 1938, sperimenta l’estraneità in entrambi i Paesi (è prima la «petite italienne oppure la petite macaroni», poi «la francesina»); dopo l’8 settembre 1943 si trasferisce con la famiglia a Padova, nel territorio della Repubblica Sociale Italiana, e pochi mesi più tardi decide di verificare di persona le voci ormai diffuse sui campi di concentramento e sterminio nazisti: abbandona la propria casa e si presenta come lavoratrice volontaria in Germania, ove vive per un anno, dal 7 febbraio 1944 al 27 febbraio 1945, fino all’incidente che le provoca la paralisi permanente agli arti inferiori. In Germania avviene «la svolta decisiva della mia esistenza terrena», afferma nel saggio L’alieno e il diverso a partire dalla mia vita, del 1994, poi confluito nella raccolta di scritti autobiografici Io sono un’aliena, del 1999, illuminante ai fini della comprensione della sua opera. «Milioni di stranieri, delle più svariate nazionalità europee, erano stipati in baracche come se appartenessero a un’altra specie. Avevo diciotto anni. Ero perpetuamente sbalordita» scrive l’autrice, annotando acutamente come per il “salvato” Primo Levi l’incontro con la fantascienza sia stato ineludibile: «Spinto dalle lacerazioni subite a cercare di capire come la disumanizzazione nazista fosse stata possibile, non poté fare a meno d’applicarsi a trapassare l’apparenza addomesticata della quotidianità, per snidare le minuscole sviste, le infinitesime deformazioni che, sottotraccia, compiono impercettibilmente la degradazione del reale, fino a generare a un tratto la tragedia».

Partiranno, pubblicato da Mondadori nel 1986, viene da lontano: l’interesse per lo spazio è respirato nell’ambiente familiare (il padre Publio fu pilota di aerei e con Armando Silvestri promotore della rivista Oltre il cielo, peraltro citata all’interno del romanzo), quello per la diversità è innato nella bimba Lucette (che osservando le formiche si chiede: «E se io fossi una di loro?»), ma la spinta determinante è il lancio nello spazio della cagnolina sovietica nota in Occidente con il nome di “Laika”, il 3 novembre 1957: «Mentre ascoltavo l’abbandonata cagnetta guaire morente lassù per lanciare all’umanità un ponte verso lo spazio, per emanciparci, noi umani, dalla nostra chiusa ostinazione terragna, mi sorpresi a sperare sin nei visceri che un extraterrestre l’avvistasse e la salvasse. Da allora il pensiero dell’extraterrestre non m’ha più lasciata. Ho cominciato a chiedermi come avrei reagito io se ne avessi incontrato uno. Fantasticavo sulle varie possibilità di questo incontro, in prima persona». Luce D’Eramo si incarna dunque in Paola Rodi, protagonista del romanzo: le pagine del diario della cinquantaduenne zoologa – solitaria, ecologista, «infima» – sono le pagine delle ipotesi e riflessioni della scrittrice, che nella vita reale immagina un proprio possibile approccio a creature aliene e nella finzione letteraria descrive l’incontro tra queste creature – né mostri né umanoidi, efficacemente “altre” – e uomini e donne della Terra (in vario modo legati alla famiglia Rodi), la cui esistenza diviene in qualche misura subordinata alle istanze delle «personcine» venute in incognito dal remoto pianeta Nnoberavez. Anche la geografia romana e l’arco temporale in cui si articola la vicenda, dal 1963 al 1985, corrispondono alle coordinate in cui D’Eramo ha affinato le proprie competenze nell’astronomia e nella fantascienza, grazie alla lettura di maestri del genere (tra questi Henry Beam Piper, Ray Bradbury, Clifford Simak), ha maturato una visione disincantata della società occidentale e della geopolitica planetaria (entrambe riflesse nell’opera) e, al contempo, ha trovato senso e pacificazione nell’«osservare le faccende terrene» da un «altro dove», un «altro quando». Partiranno non è tuttavia un romanzo riuscito: grandioso nelle intenzioni, profondo nei contenuti, risulta non sempre ben armonizzato nelle sue componenti, nell’intarsio tra intimità autobiografica (la vicenda di Paola Rodi) e spy story (le operazioni oscure e maldestre dei Servizi Segreti), nell’antitesi tra il ritmo lento dell’analisi e quello violento dell’azione, nelle sue 458 pagine. È come seLuce D’Eramo avesse voluto trasferire tutta sé stessa nel proprio testo, che finisce per traboccarne. Ma il messaggio che trasmette illumina di senso tutta la fantascienza: «Sì, il sentimento dell’alienità è un arricchimento, sulla Terra – scrive la stessa Luce D’Eramo – Così percepisco l’innesto della prospettiva fantascientifica nelle cose umane. Questa è a parer mio la ragion d’essere e la funzione deterrente di questa corrente letteraria, cioè un approfondimento del rapporto con l’Altro da sé».

In copertina: le copertine dei tre libri principalmente trattati in questa sede: Je vous écris d’un pays lointain di Anna Banti (1971), Esperimento donna di Gilda Musa (1979), Partiranno di Luce D’Eramo (1986).

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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