IL MONDO NUOVO. Il Messico sorprende il mondo: la Rivoluzione Zapatista

La Rivoluzione del 1910 non ha risolto i problemi e le ingiustizie della società messicana. La Costituzione liberale, redatta durante la Convenzione di Aguascalientes, non ha dato alle famiglie contadine i diritti e le terre sperate, e il sistema latifondista non è mai stato realmente superato. Da allora, il governo è sempre stato nelle mani dello stesso partito, il moderato Partido Revolucionario Institucional (Pri), che ha ininterrottamente conservato la maggioranza assoluta in Parlamento grazie ai numerosi brogli e alla diffusissima corruzione. La popolazione contadina povera, soprattutto nel Sud del Paese, è continuamente minacciata da bande paramilitari, dette “guardie bianche” per il loro carattere informale, al servizio dei proprietari terrieri. In questo contesto sono ancora vive nell’immaginario collettivo la memoria e la leggenda legate alla figura di Emiliano Zapata, ucciso nel 1919 dopo aver lottato per distribuire la terra ai contadini e abolire il latifondo: la sua faccia da indio con i baffoni il sombrero e il fucile è sempre rimasta il simbolo dei contadini messicani depredati delle terre e dei diritti. 

L’altra questione fondamentale per il Messico, comune a tutta l’America Latina, è quella delle popolazioni indigene. Sterminate, allontanate e derubate fin dai tempi della conquista europea del XVI secolo, le tribù di origini Maya che popolano le montagne del Sud-Est messicano non hanno mai ottenuto un riconoscimento e sono anzi state trattate come straniere nelle zone che abitano da millenni. Non si è mai parlato di loro se non come di barbari non civilizzati (nonostante la ricchissima cultura di cui sono sempre state portatrici). 

Marcia del Movimento indigenista del Chiapas

Il 12 ottobre 1992, cinquecentenario dello sbarco che segnò l’inizio della conquista europea sul continente, decine di migliaia di indios invadono simbolicamente San Cristóbal de las Casas, capitale del Chiapas. Da qui sfilano per millecentosei chilometri fino a Città del Messico. Mostrano l’altra faccia del paese e del mondo, quello dei dimenticati e degli invisibili, dei contadini espropriati della loro terra, degli indigeni trattati da stranieri in casa propria solo perché non parlano spagnolo, la lingua dei conquistatori, e non capiscono il sistema che li deruba e li schiaccia. Questa marcia sintetizza secoli di lotte indigene e contadine, per la dignità di tutti e tutte e per i diritti umani, contro razzismo, imperialismo e neoliberismo. I dimostranti vengono ascoltati e riempiti di promesse. Pochi giorni dopo arriva la vera risposta del governo centrale: ai latifondisti, ai capi delle guardie bianche e al governo del Chiapas vengono aumentati i finanziamenti, mentre l’esercito federale occupa i comuni dei ribelli aggredendone gli abitanti. Poi torna il silenzio.

La firma del Nafta (North American Free Trade Agreement

Verso la fine del 1993, il Messico, messe a tacere la proteste, accentua la propria subordinazione all’economia statunitense firmando il North American Free Trade Agreement (Nafta), che mette in concorrenza le grandi aziende multinazionali nordamericane e i piccoli produttori messicani, impedendo di fatto a questi ultimi di ottenere agevolazioni e prestiti. Con il Nafta, al Messico viene imposto anche lo sfruttamento delle sue risorse naturali (acqua, elettricità, gas, petrolio, legname e prodotti agricoli). E le risorse in questione si trovano prevalentemente nello Stato del Chiapas. Il Chiapas è la terra più ricca con la popolazione più povera: produce più di metà dell’energia idroelettrica totale messicana. I governanti locali sono ricchissimi, ma la gente muore di diarrea e di banali infezioni, mancano scuole, case e ospedali, meno di metà della popolazione dispone di acqua potabile, la fame è diffusissima e l’analfabetismo raggiunge livelli inimmaginabili per un paese del “Primo mondo”, per non parlare dei danni ambientali, a cominciare dal disboscamento della Selva Lacandona, altopiano che ospita l’unica foresta tropicale del paese. Con questo trattato, le tribù che popolano la Selva Lacandona vivendo di agricoltura sono schiacciate tre volte: dagli Usa in quanto messicani, dal mercato in quanto piccoli contadini e dal razzismo in quanto indigeni.

Il simbolo dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (Ezln)

Il 1° gennaio 1994, giorno dell’entrata in vigore del Nafta, arriva una notizia che sorprende il mondo intero: donne e uomini indigeni, armati e con il volto coperto, hanno occupato sedici province del Chiapas. Vengono occupate anche stazioni radiofoniche: per la prima volta nella storia, viene trasmessa la voce degli indigeni e mostrate genti Prima sempre cancellate. Si tratta dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (Ezln), in guerra contro il governo federale messicano, come dichiarato dal balcone del palazzo comunale occupato di San Cristóbal. Il nome della formazione ribelle deriva ovviamente da Emiliano Zapata, simbolo del riscatto di indios e campesinos. L’Ezln non ha divisa, eccetto il passamontagna che simboleggia l’invisibilità degli indigeni.

Il vescovo Samule Ruiz

L’Ezln esisteva già negli anni Ottanta, ma solo dopo la firma del Nafta compare come forza politica di rilievo. All’insurrezione del gennaio 1994 il governo risponde con le armi. Dopo dodici giorni di guerra civile e altrettanti morti tra i ribelli, molte componenti sociali, tra cui la Chiesa cattolica – in particolare la diocesi di San Cristóbal de las Casas – fanno da mediatrici per un dialogo. La figura più importante è quella di don Samuel Ruiz, vescovo della cattedrale di quella città e seguace della Teologia della Liberazione, scelto come mediatore dagli zapatisti. La presenza dei ribelli viene tollerata, anche perché il governo di Salinas de Gortari è convinto che in pochi giorni le “organizzazioni armate sovversive” si sfalderanno da sole. E invece si sbaglia.

Il subcomandante Marcos

A mantenere le relazioni con la stampa è un misterioso uomo, armato e a cavallo, con il volto coperto dal passamontagna, tre stelle sul berretto militare e fazzoletto rosso al collo: non è indigeno e parla spagnolo, usa Marcos come nome di battaglia e ha il grado di subcomandante di quest’esercito. Chi è Marcos? L’identità dell’uomo sotto il passamontagna non si sa di preciso, e in effetti non è così importante definirla. Di sicuro è colto, parla e scrive da poeta, ma il suo nome e la sua storia personale si perdono nel mistero. Il subcomandante dell’Ezln è uno specchio, una figura in cui chiunque si può riconoscere. La risposta più celebre che circola in Chiapas è emblematica di come lo zapatismo rappresenti in realtà il mondo intero: «Marcos è gay a San Francisco, nero in Sudafrica, asiatico in Europa, chicano a San Isidoro, anarchico in Spagna, palestinese in Israele, indigeno a San Cristóbal, ebreo in Germania, femminista nei partiti politici, pacifista in Bosnia, Mapuche nelle Ande, artista senza galleria né catalogo […], donna sola nella metropolitana alle dieci di sera, contadino senza terra, operaio disoccupato […] e, sicuramente, zapatista nel Sud-Est messicano». Quando lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez gli ha chiesto quanti anni avesse, Marcos, ridendo, ha risposto di averne più di cinquecento, come la conquista dell’America.

Donne zapatiste

Nelle zone occupate gli zapatisti si organizzano in caracoles, piccole comuni in collaborazione tra di loro che puntano all’autosufficienza. Qui si pratica la politica del mandar obedeciendo (comandare obbedendo): non c’è la struttura gerarchica di un esercito, di un partito o di uno Stato, sostituita con la consultazione di tutti gli individui in ogni minima decisione e con il controllo diretto dei rappresentanti da parte delle basi. L’immagine più famosa dei caracoles è il cartello con su scritto «Aquí manda el Pueblo y el Gobierno obedece» (Qui comanda il popolo e il governo obbedisce). Comandare obbedendo non è solo uno slogan, bensì il Principio di azione con cui lo zapatismo intende risolvere la storica contraddizione tra vertici e base, tra rappresentanti e rappresentati: chi comanda non decide, bensì obbedisce e fa rispettare le decisioni prese dall’intera comunità. Lo Zapatismo costituisce dunque un elemento di rottura con le dottrine rivoluzionarie del passato, dal momento che l’Ezln non si pone come soggetto rivoluzionario unico o come elemento guida delle forze di opposizione, ma solo come una di queste, in una prospettiva antiavanguardista in contrasto con l’ortodossia di partito marxista-leninista che ha accompagnato le lotte del Novecento. Questo modello democratico è detto Junta de Buengobierno, in contrapposizione al Malgobierno, quello federale, corrotto e autoritario. I cambiamenti più significativi apportati nelle Juntas de Buengobierno del Chiapas sono le vaccinazioni e la campagne di alfabetizzazione. La marcia indigena, ripetuta nel 1997 e nel 2001, vede la partecipazione di oltre un milione di persone e segna uno dei più grandi successi mediatici della campagna zapatista. Un elemento fondamentale della Rivoluzione zapatista è la totale parità dei sessi, parità non solo formale ma anche sostanziale: numerose donne ricoprono incarichi importanti nelle Juntas de Buengobierno e varie sono comandanti militari dell’Ezln. Ancora Prima dell’insurrezione del 1994, l’Ezln ha varato la Ley revolucionaria de las mujeres zapatistas (Legge rivoluzionaria delle donne zapatiste): questa legge, in vigore soltanto all’interno dei caracoles, stabilisce non solo la parità politica e il valore dell’istruzione indipendentemente dal genere e dall’etnia di provenienza, ma impone il rispetto della salute della donna e delle sue scelte, impedendo i matrimoni forzati e la prolificazione massiccia, ponendo così fine allo sfruttamento a cui le donne messicane sono state sottoposte nei secoli successivi alla conquista spagnola.

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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