Le donne di Raffaello. Imperia la Divina, cortigiana onesta

Imperia la Divina, un nome tra leggenda e storia. E leggendaria è stata questa donna, cortigiana onesta, vissuta nei primi anni del Cinquecento tra gli splendori e le miserie degli ambienti intellettuali e curiali romani. Le notizie sulla sua vita, come spesso succede alle donne, hanno un andamento “carsico”, talvolta chiare e certe, a volte più nascoste o perdute del tutto.  
Forse nata nel 1481, forse nel 1486, Imperia di sicuro ha visto la luce a Roma, nel rione di Borgo.  
Le sue origini familiari e il suo vero nome appaiono incerti. Alcune fonti la indicano come Lucrezia, scambiandola con sua figlia avuta a soli quattordici anni; il nome Imperia sarebbe stato assunto successivamente per il ruolo di cortigiana, «forse per suggerimento di qualche umanista, ed a causa della sua suprema bellezza e dei suoi trionfi» scriveva Domenico Gnoli. Altre fonti la individuano sempre e solo come Imperia Cognati, figlia di Diana di Pietro Cognati e probabilmente di un certo Paris o De Paris, si dice un personaggio non di primo piano legato alla corte papale. Il cognome, però, è quello materno, indizio di una paternità non certa o di un padre che preferì non riconoscere la figlia. Ed ecco che, in base a ipotesi tutte da confermare, nelle ricerche storiche la madre Diana è stata presentata come una cortigiana, meno famosa e di più basso livello rispetto alla figlia.  

Il nome Imperia è un nome importante, che richiama le grandiose vestigia dell’antica Roma alla quale, per parafrasare i versi del poeta cinquecentesco Giano Vitale, le divinità elargirono nei secoli due straordinari doni: i fasti dell’impero, da parte del dio guerriero Marte, e la splendida creatura di nome Imperia da parte della dea Venere. Sul suo aspetto si sa però ben poco, nonostante l’ammirazione indiscussa per il suo fascino da parte dei contemporanei. Versi poetici non molto suggestivi hanno decantato la fronte bianca e spaziosa «incoronata da capelli color dell’oro», il lungo collo e i seni «ampi e deliziosi», tratti adattabili a chissà quante donne del Cinquecento, più o meno onorate. E che si adatterebbero anche a Imperia se fosse lei, come vuole la tradizione, la protagonista del Trionfo di Galatea dipinto da Raffaello per la villa del ricco Agostino Chigi alla Lungara. 

Raffaello, Il Trionfo di Galatea,
Roma, Villa Farnesina

Realizzando l’opera, si legge nel 1° volume di Roma. Percorsi di genere femminile scritto e curato da Maria Pia Ercolini nel 2011, Raffello «sembra sentirsi poeta e autore lui stesso e gareggia, in fantasia e con i mezzi espressivi che gli sono propri, con gli esempi poetici e letterari precedenti» [Le Metamorfosi di Ovidio e la 118° stanza della Giostra di Poliziano, N.d.R.]. «L’affresco mostra la ninfa su un carro fatto a conchiglia circondata da centauri marini, tritoni, nereidi mentre nel cielo volano amorini con gli archi tesi a scoccare le frecce. Raffaello, pur riferendosi a fonti letterarie del passato, arricchisce la composizione con elementi di sua invenzione quali la conchiglia trainata dai delfini, gli amorini, i mostri marini, un putto a pelo d’acqua che indica un delfino intento a mangiare un polipo».

Raffaello, Il Trionfo di Galatea, particolare,
Roma, Villa Farnesina 

Galatea è posta al centro dello spazio pittorico da indiscussa “prima attrice”, figura naturale e idealizzata allo stesso tempo, dinamica nella torsione opposta di spalle e volto, avvolta in uno svolazzante manto rosso che, richiamando le qualità cromatiche della pittura romana antica, si fa nota squillante della scena. 

Raffaello, Il Trionfo di Galatea, particolare, Roma, Villa Farnesina

È la protagonista dell’affresco ma anche di tutta la loggia, in un intreccio di rimandi letterari e pittorici con il dipinto murale, realizzato poco tempo prima da Sebastiano del Piombo per lo stesso ambiente della villa, e raffigurante il ciclope Polifemo mentre spia, da un recesso ombroso e appartato, il multiforme e vivace corteo marino della ninfa Galatea.

Sebastiano del Piombo, Polifemo, Roma, Villa Farnesina 

Non sarebbe questa l’unica immagine del volto di Imperia. Raffaello l’avrebbe immortalata, secondo alcuni studi, anche nelle figure di Calliope e di Saffo nel Parnaso delle Stanze Vaticane , o ancora nella Sibilla Frigia negli affreschi in Santa Maria della Pace e in altre opere.  

Raffaello, particolare de Il Parnaso, Roma, Stanze Vaticane

Da molte studiose e molti studiosi il “divino” Raffaello e Imperia la Divina sono stati indicati come amanti felici e complici nella Roma del primo Cinquecento. Belli, giovani, nel pieno della loro vita, entrambi hanno abitato a Borgo, a poca distanza l’uno dall’altra; sicuramente si conoscevano e frequentavano gli ambienti curiali e intellettuali romani; entrambi erano vicini al banchiere e committente Agostino Chigi, raffinato committente dell’uno, ricco protettore e cliente dell’altra. Nella vita di Imperia Agostino Chigi ha avuto un ruolo importante, non solo come amante generoso e riconoscente. Quando la donna morì, sembra suicida, il giorno di Ferragosto del 1512, Agostino era al suo capezzale già da due giorni. Cercò di salvarla dal veleno ingerito chiamando, invano, illustri medici; le fu vicino fino alla morte e venne nominato da Imperia stessa suo esecutore testamentario. Nelle ultime volontà la donna indirizzò alla figlia Lucrezia gran parte dei suoi averi oltre a pensieri di amore profondo. La definì «virginem castam et pudicam» sottolineando in questo modo, lei che non era né vergine né casta né pudica, il suo orgoglio di madre. Imperia aveva forse perso l’ingenuità dell’infanzia a causa del patrigno Paolo Trotti, cantore della cappella papale. Molte congetture e un paio di indizi: il primo riguarda il cognome della figlia, indicata nel testamento come Lucrezia Trotti, notizia che induce lo studioso Moncallero a suggerire un gesto «che sa di delitto e di infamia» da parte dell’uomo nei confronti di Imperia, ragazzina tredicenne; il secondo indizio è il difficile rapporto con la madre Diana e l’astio fra loro, resistente al trascorrere del tempo.  

Raffaello, Saffo, particolare de Il Parnaso,
Roma, Stanze Vaticane 

L’attività di cortigiana onesta, secondo le ipotesi, potrebbe essere cominciata per Imperia dopo la nascita della piccola Lucrezia. Essere cortigiana onesta significava, nelle gerarchie del meretricio, trovarsi ai vertici dell’attività di prostituzione. Il termine onesta indicava non la purezza e la pudicizia, che sarebbero state una contraddizione in termini, ma i modi cortesi, il fare elegante, l’intelligenza vivace, le qualità oratorie sciolte e ricercate. Bellezza e seduzione non bastavano, il fascino doveva essere sostenuto da uno spirito pronto e da un’educazione appropriata, ingredienti insostituibili al pari delle tecniche d’amore. Amata da prelati e aristocratici, uomini potenti ricchi e colti, animatrice di salotti intellettuali e amorosi, Imperia sapeva suonare, aveva raggiunto una discreta educazione letteraria, sapeva comporre versi in volgare e madrigali (anche se nessun testo scritto, per quanto breve, è giunto fino a noi) e negli ambienti romani, anche vaticani, era apprezzata per le sue doti colte, oltre che per la bellezza e le arti amatorie. Come cortigiana onesta era desiderata e riverita ma, pur se di rango superiore rispetto alle cortigiane “da candela” o “da lume”, costrette a procacciarsi clienti anche nei bassifondi per poter sopravvivere, Imperia era sempre una prostituta. Per la sua amata figlia Lucrezia volle con tutte le forze una vita diversa, perbene, integra e sicura; la affidò, ancora piccolina, al convento di S. Maria in Campo Marzio nella speranza di un’educazione adeguata e di un futuro onesto, ben lontano da quello toccato in sorte a lei.  

Raffaello, Sibilla Frigia, Roma, S. Maria della Pace 

Un nome profetico quello di Imperia, che esercitò su sé stessa il proprio “imperio” e non subì l’autorità e il dominio di un padre o di un marito. Indipendente, benestante e ammirata sì, felice no, la sua tragica fine è lì a dimostrarlo. Che sia stata sopraffatta dal dolore per l’amore non più corrisposto di Angelo del Bufalo, o ferita per l’abbandono di Agostino Chigi, ormai preso da un’altra donna, o delusa dalla fine del suo rapporto amoroso con Raffaello, o per un altro misterioso motivo che nulla aveva a che fare con gli uomini, la morte per veleno di Imperia pone alcuni interrogativi. Quanto è stata davvero padrona della sua vita, del suo corpo e delle sue azioni, “imprenditrice” di sé stessa? La sicurezza economica, il lusso degli abiti, la raffinatezza dei gioielli potevano svanire in breve tempo, sarebbe bastata qualche ruga in più o l’insorgere di un malanno e l’adorazione degli uomini sarebbe sfumata. Per quanto circondata da fama e ammirazione, il mestiere di cortigiana era umiliante, l’indipendenza uno stato occasionale che, se valeva per un periodo e solo per le più fortunate, non costituiva una condizione duratura. Un’altra cortigiana famosa, la veneziana Veronica Franco, scrisse nella Lettera XXII amare parole sulla condizione delle cortigiane: «Troppo infelice cosa e troppo contraria al senso umano è l’obbligar il corpo e l’industria di una tal servitù che spaventa solamente a pensarne. Darsi in preda a tanti, col rischio d’esser dispogliata, d’esser rubbata, d’esser uccisa, ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti un molto tempo hai conquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose; mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio, correndo in manifesto naufragio sempre della facoltà e della vita: qual maggior miseria? Quai ricchezze, quai commodità, quai delizie posson acquistar un tanto peso? Credete a me: tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema […]».

Seguace di Tintoretto, presunto ritratto
di Veronica Franco 

Imperia avrebbe sottoscritto questi pensieri? Probabilmente sì, era donna arguta e intelligente, per sua figlia cercò e costruì un avvenire migliore del suo. 
Il mestiere di prostituta, anche se di alto bordo come si direbbe oggi, non sembra essere stato una scelta di vera libertà ed emancipazione per le donne del Rinascimento. Quanto potevano scegliere le donne dei secoli passati, di fronte a loro quali alternative di vita avevano al di fuori del matrimonio o della vita claustrale? Quali forme di sostentamento potevano raggiungere senza un’autorità maschile al loro fianco, paterna o maritale che fosse? Quel «mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio» era una condizione dolorosa, faticosa, comunque sottomessa al controllo maschile. Le ricchezze e l’agio erano raggiunti a prezzi molto alti. 

Roma, Chiesa di San Gregorio al Celio

Si narra che il giorno della morte improvvisa di Raffaello, il 6 aprile 1520, i cieli divennero cupi e i palazzi di Roma tremarono facendo aprire crepe sui muri. Anche nel momento in cui Imperia esalò l’ultimo respiro, il 15 agosto 1512, la natura apparve sconquassata come per un profondo dolore, lampi e tuoni squarciarono il cielo grigio e uno spaventoso temporale si abbatté sulla città. Il mondo si disperava per la perdita di una creatura di bellezza divina e fama suprema. Fu sepolta, secondo le sue volontà, nella chiesa di San Gregorio al Celio, con tutti gli onori e il perdono papale per quel suo gesto disperato. Agostino Chigi si impegnò per far realizzare un sepolcro degno di una donna superiore alle altre come una dea. Sulla lapide l’epitaffio in latino la ricordava cortigiana romana degna di un nome così altisonante, esempio di bellezza raro per il genere umano. La fama la accompagnò per tutta la sua breve esistenza, ma non le sopravvisse a lungo. Il secolo successivo la sua tomba fu occupata dalla salma di un canonico della chiesa di Santa Maria Maggiore, Lelio Guidiccioni, e il nome e il ricordo di Imperia la Divina furono cancellati. 

***

Articolo di Barbara Belotti

Già docente di Storia dell’arte, si occupa ora di toponomastica femminile, storia, cultura e didattica di genere e scrive per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Toponomastica del Comune di Roma.

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