Note stonate. Stereotipi e pregiudizi fra trombe, percussioni e fischi

In varie occasioni la nostra rivista si è occupata della musica in senso lato: dalla classica alla lirica, dal pop al jazz al blues, anche per evidenziare il ruolo a lungo misconosciuto di ottime compositrici ed esecutrici. Tradizionalmente alle donne sono stati riservati due campi: il canto e la danza, attività ritenute adatte per la loro gentilezza, armonia, lievità. Qualche strumento musicale è stato giudicato più femminile di altri, penso all’arpa (ancora oggi sono rarissimi gli uomini che la suonano, guardati con un certo sospetto), al violino, alla viola, al pianoforte, ma aggiungerei in tempi più vicini a noi anche il flauto, il violoncello, la chitarra e il clarinetto. Se entriamo poi nel dibattito sulla direzione d’orchestra non la finiremmo più; “direttrice” è l’equivalente femminile di direttore, del resto chi si sognerebbe mai di definire sarto, maestro, professore, operaio una donna? La discussione sul nome, quindi, è del tutto priva di senso; la grammatica italiana è il punto di riferimento, non il gusto personale. Ciò che conta è che molte valide direttrici si stanno imponendo nel panorama internazionale. 

Proprio oggi (16 marzo), mentre scrivo, ho appreso che per la prima volta nella storia del premio quattro diverse soliste si sono aggiudicate il Grammy nelle categorie principali e Beyoncé ha ottenuto quattro riconoscimenti, diventando l’artista (donna) con più premi in carriera; un bellissimo risultato, davvero, che rimane tuttavia nei limiti del genere e riguarda gli Usa. Infatti anche lì solo il 2% dei produttori è donna e il 12,9% degli autori (in tal caso autrici). E da noi? Va proprio male: nella classifica dei primi 100 album ufficiali, nel 2020, figuravano solo otto soliste, e tutte sotto la ventesima posizione; tre poi erano in duo con un uomo; non parliamo dei singoli in cui le donne piazzate erano 10 su 100. Lasciando il canto, mi vorrei invece soffermare sul sempre crescente numero di bambine e ragazze che, caparbiamente e magari contro il parere di docenti e familiari, si battono per imparare a suonare strumenti musicali giudicati, ecco lo stereotipo, tipicamente maschili. Sto pensando agli ottoni (ovvero: aerofoni a bocchino, come tromba, flicorno, trombone, corno…), al fagotto, al sassofono, alle percussioni, al contrabbasso. Ma qui entrano in campo anche i pre-giudizi: ti si gonfieranno le guance, ti si sformeranno le labbra, ti si noteranno le vene del collo, diventerai tutta rossa, dovrai stare in una postura poco elegante, non potrai metterti i tacchi alti, sarai circondata da uomini, ti sentirai un pesce fuor d’acqua, sarai criticata ed emarginata… Naturalmente sono tutte stupidaggini, come quelle che per secoli hanno impedito alle giovani di talento di dedicarsi alla meccanica, all’ingegneria, all’astrofisica… 

Lucienne Renaudin Vary

Nei giorni scorsi mi ha colpito un articolo sul Corriere della Sera (15 marzo) dedicato alla trombettista francese Lucienne Renaudin Vary, nata il 28 gennaio 1999; dopo gli studi al conservatorio di Le Mans, prima dei 15 anni iniziò a esibirsi in concorsi e festival e appena diciassettenne si fece notare come rivelazione dell’anno ai Victoires della musica classica. Ha già all’attivo diversi dischi, fra cui il recentissimo Piazzolla stories. Una curiosità che la riguarda è la sua abitudine di suonare scalza, quando è possibile, per avvertire meglio le vibrazioni del palco e della musica. Racconta che la sua fu una vera folgorazione, mentre studiava svogliatamente il pianoforte: ascoltare il suono della tromba le cambiò la vita. A proposito dei pregiudizi prima elencati, che ovviamente la riguardarono, risponde che la tromba, «come ogni strumento, richiede impegno e allenamento, devi imparare a respirare, a costruire una muscolatura facciale. Ciascuno ha la sua tecnica, a me è venuto tutto naturale». Andando su YouTube l’ho ascoltata in vari brani ed è senz’altro molto brava e dotata, ancora un po’ “acerba” ma si farà.

Alison Balsom

Chi invece sulla tromba ha già creato una carriera invidiabile è la precursora Alison Balsom (Royston,GB, 7 ottobre 1978): sono meravigliose le sue esecuzioni di Purcell e Haydn con una tromba barocca che accompagna le evoluzioni canore di un controtenore. Interessanti anche le sue “lezioni” per spiegare le differenze fra tre tipi di tromba con i rispettivi utilizzi nell’orchestra e nelle diverse epoche. Il fatto che sia una donna simpatica e molto bella continua a sfatare ogni pregiudizio: il suo volto solare e luminoso non si è per nulla guastato. Altra virtuosa è la norvegese Tine Thing Helseth (Oslo, 18 agosto 1987), che si esibisce con una sicurezza straordinaria nei generi più vari; se volete divertirvi cercate la sua esecuzione di una scelta di brani da West Side Story, dall’ Opera da tre soldi o dalla Carmen di Bizet in un gruppo di dieci ottoni tutto al femminile. 

Tine Thing Helseth

Grazie a un articolo sulla Gazzetta di Parma (10 novembre 2019) si può scoprire qualcosa sulla realtà italiana: se è vero che ancora nelle iscrizioni al conservatorio (quello di Parma, appunto) gli stereotipi permangono, è anche vero che sempre più orchestre accolgono corniste e fagottiste. Citiamo Simona Carrara, Federica Bazzini, Ilaria de Maximy, Francesca Davoli che spiegano come non sia facile inserirsi e superare i concorsi, quando chi giudica è quasi esclusivamente di sesso maschile; ma le donne sono brave e vanno avanti, grazie ai loro meriti e alla loro tenacia. 

Melba Liston

Passando al trombone, vorrei citare l’americana Melba Liston (1926-99), anche arrangiatrice e compositrice, una vera antesignana, che fu la prima e unica trombonista in una big band nel periodo fra gli anni Quaranta e i Sessanta; nel mondo del jazz si fece presto un nome, da autodidatta incoraggiata dalla famiglia, ma non nascondeva le difficoltà: una donna sola che viaggia, che viene pagata meno dei colleghi, che per di più è afro-americana non aveva la vita facile negli Usa del tempo. Ma già dagli anni Venti sui palcoscenici e nelle sale da ballo apparivano orchestre femminili, composte da ragazze di ogni etnia e dirette spesso da donne, attive soprattutto nello swing e nel jazz, a cui sono stati dedicati articoli, documentari (The girls in the band) e dischi. Ho scoperto così una incredibile musicista: Viola Smith, morta a 107 anni il 21 ottobre 2020, che ha suonato le percussioni fino ai 104 anni nella Forever Young Band. Era una batterista velocissima, graziosa e minuta, e il suo record personale sono stati 13 tamburi contemporaneamente, di cui due tom-tom sospesi all’altezza delle spalle. Su YouTube la potete vedere e ascoltare mentre si destreggia disinvolta su una enorme batteria in un’orchestra tutta di donne e mentre si racconta in una bella intervista, vivace e lucida ultracentenaria. 

Elena Somarè

A proposito di scoperte, anzi di vere e proprie rivelazioni mi sono imbattuta per caso in una “fischiatrice” di professione; io ero rimasta al grande Alessandroni che divenne celebre per il suo accompagnamento nelle colonne sonore per molti film western composte fra l’altro da Morricone, ignoravo che fosse un mestiere femminile anche questo, forse l’ultimo baluardo abbattuto in campo musicale. Sto parlando di Elena Somarè, ormai una stella internazionale, apprezzata fotografa e oggi soprattutto concertista di fischio melodico. Il fischio è stato per secoli considerato diabolico, appartenente a creature demoniache e alle streghe; addirittura nell’opera Mefistofele di Arrigo Boito il diavolo in persona si esprime attraverso il fischio, dialogando con il protagonista. Ma il poeta Valentino Zeichen, citato da Somarè, ebbe a dire che il fischio «è la verosimile imitazione del soffio divino». 

Alle bambine spesso lo si proibisce perché non è fine, è “da maschi”, alle adulte è sempre stato precluso perché ritenuto volgare se non indecente, per la forma assunta dalla bocca; in molti Paesi è ancora vietato. Elena invece dichiara: «Il fischio è la mia voce. È la nostra seconda voce. Possiamo cantare o fischiare […] è un formidabile canto senza parole. Un suono antico come l’umanità, ma nuovo» (L’Espresso, 7 marzo): un suono che lei ha portato in concerti in tutto il mondo, anche all’auditorium dell’università di Abu Dhabi, un luogo in cui il fischio femminile continua ad essere tabù. Fischiare è difficile, perché la linea sonora è esile e le stonature sono un rischio frequente, 

 ma non deve trasformarsi in gioco o divertimento come pura prova di abilità. Elena ha ripreso una tradizione che arriva da lontano, dall’americana Alice Shaw che fu una suffragetta e riuscì a mantenere i propri figli con la sua arte, e dall’italiana Desy (Daisy) Lumini, che ci lasciò tragicamente nel 1993 (Vitamine Vaganti, n.23). «Milanese d’origine, romana d’adozione, ha sublimato questo genere […] non esistono artisti che hanno eseguito arrangiamenti musicali per solo fischio», solo lei, dobbiamo aggiungere, e per musica si intende una ampia gamma di esecuzioni. Da sola o accompagnata dalla sua band, la potete ascoltare in tarantelle, brani classici, canzoni celebri, nel nostro inno nazionale come in ninne-nanne o pezzi popolari; ha eseguito anche colonne sonore di film italiani: Loro 2EuforiaLei mi parla ancora. Altro che fischio di critica e disapprovazione (in Europa) o di approvazione gioiosa ed entusiasta (negli Usa): Elena ci dona vera musica, vera armonia, vera bellezza. 

Quindi, care bambine e care ragazze, seguite il vostro istinto e la vostra vocazione: queste donne esemplari vi faranno da guida. 

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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