A TEATRO

Caro figlio o figlia, guarda quanto puoi dire con un gesto, impara.
Impara la scelta delle parole giuste, ascolta cos’è la sintesi, senti come la voce attraversa l’aria e giunge alle tue orecchie.
Sono studi sapienti sai, anche se nessuno te lo dice. Studi di anni, di decenni, di secoli che arrivano dai nostri antenati e antenate, sono esercizi di respirazione, di bellezza, di canto, di intenzioni, di sudore, di ripetizioni e soprattutto, alla fine, di scelta delle parole. Esercizi di movimento, prove di colore di chi ha imparato a vivere e a trasformare le sue emozioni. Chi ha imparato cos’è il ritmo lo usa. È la fatica di chi sa usare il suo corpo per raccontarti una storia. 

Una storia, la storia di tutti e tutte, la tua storia. La storia dei tuoi nonni e nonne, quella di tua madre, o quella di una persona molto lontana che ti somiglia, perché così a volte accade nella vita: qualcuno, qualcuna, spesso lontano, ti somiglia.
Osserva come si usa il corpo, la voce, le mani, come ti guarda chi sa quello che dice. Attento all’effetto che fa. Attento all’effetto che ti fa. Alla bellezza ci si abitua sai, e poi la ricerchi. Non solo: poi non puoi più farne a meno. Ricercherai ciò che cattura la tua attenzione.

Dovrai farlo tu perché la scuola non lo fa. La scuola è piena di persone come noi: quelle che non hanno studiato il teatro a scuola. Dunque può succedere che chi parla usa male la voce e non lo sa. Potrebbero non avere ritmo, ma ti vorranno attento. Tu avrai voglia di distrarti come capitava a me alla tua età. Ti diranno che, insomma, cosa ti serve per stare attento? I contenuti non bastano?

No, i contenuti non bastano. C’è bisogno del corpo. Tu che vai spesso a teatro lo sai bene. Chi comunica male non sarà ascoltato facilmente da chi ha bisogno di armonia. Qui c’è la magia di persone che ti insegnano l’attenzione. Qui c’è chi sa come guardarti, cosa dirti, come muoversi. Qui c’è chi ti sa raccontare storie vere, apposta per te.

Tu, guardando imparavi.

«Mamma, vieni in camera mia che faccio uno spettacolo!»
Luce, armonica, voce narrante, azione. E poi armonica, buio. Voce narrante, ancora luce e azione. Nessuno ti aveva mai spiegato nulla. È la magia dell’esposizione all’arte. Avevi sei anni: non sapevi perché, eppure facevi tutto l’essenziale. L’essenziale per essere guardato.

Poi è passato un anno.

2021. È un anno che non vedi uno spettacolo teatrale.
«Mamma vieni in camera mia che faccio uno spettacolo!»
Mi canti una canzone, ti vedo distratto, c’è poca luce, non badi al silenzio, non c’è ritmo. Ti stai dimenticando come funzionano quelle regole. Sono regole anche quelle, sai: come dire cosa e quando.

Non mi basta la riapertura delle scuole, io voglio che riaprano i teatri. Un paese che tiene aperte le chiese e chiude i teatri è un paese che fa una scelta precisa. Non sostiene la cultura.
La cultura serve ai piccoli nella misura in cui è fruibile dagli adulti. Il teatro è uno dei luoghi del pensiero. Curare i luoghi in cui si produce pensiero, arte, cultura significa curare il benessere degli individui. Un paese che non sostiene la cultura crea generazioni fragili, deboli, che necessitano cure. Forse lo siamo anche noi. Avere le parole per leggere il mondo intorno a sé, in modo personale e originale, è invece una fonte di gioia necessaria al benessere. L’arte crea proprio questo: crea senso, appartenenza, memoria, consapevolezza. L’arte è un veicolo per l’emancipazione, la formazione, il benessere delle persone.

Le persone deboli sono facili prede delle emergenze. Si arrabbiano in fretta quando qualcosa non va secondo i loro piani. Con chi si arrabbiano? Sempre con altri/e. E allora “riaprite le scuole”, perché i bambini e le bambine hanno diritto alla socializzazione. Le madri notoriamente guadagnano meno dei padri e quindi si trovano più spesso a casa, perché, in situazioni di emergenza, il loro stipendio è più sacrificabile o perché per esigenze di conciliazione (esigenze pressoché sconosciute agli uomini) scelgono un part time. Le madri soprattutto, dunque, sono esauste, perché la famiglia non basta a crescere un figlio, una figlia, perché per farlo serve una comunità intera.

Ecco, allora, se lo stato volesse tutelare il mio benessere psicologico dovrebbe pagare di più i lavoratori dello spettacolo e non solo: attori, attrici, cantastorie, teatranti, musicisti e musiciste, acrobati, poeti, intellettuali, scrittori e scrittrici, ricercatori, ricercatrici. La scuola, fino ad ora non ha trovato spazio per voi, ma io so che il teatro è pedagogia. L’arte è pedagogica per natura.

«Quello che si cerca è la relazione. Occorre che ci siano dei vuoti. Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono dei vuoti, delle ferite, delle differenze. In questa società il teatro ha la funzione di creare l’ambiente in cui gli individui riconoscano di avere dei bisogni ai cui gli spettacoli possono dare delle risposte. Quindi, ogni teatro è pedagogia». (Jaques Copeau)

I nostri figli e le nostre figlie non hanno bisogno solo di scuola, ma in ogni caso sappiamo che essa tornerà. Mi lascia senza fiato, mi spaventa ancora di più pensare alle scelte del mio paese. La chiusura dei teatri e la precarietà lavorativa di chi si occupa di arte, questo mi spaventa di più. Perché se è vero che la famiglia non basta, non illudiamoci che la scuola, che attualmente non possiede specialisti/e di musica, di arte, di lingua, di teatro, sia sufficiente a formare persone libere dotate di pensiero critico.

***

Articolo di Patrizia Danieli

Nata nel 1980, Patrizia Danieli è educatrice alla teatralità e insegnante. Laureata in scienze dell’educazione e della formazione primaria, da diversi anni si occupa di pedagogia di genere, attraverso percorsi di formazione per adulti e adulte, ma anche attraverso laboratori di narrazione per bambini e bambine. Nel mese di marzo 2020 ha pubblicato Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola. Per una cultura della parità, Ledizioni. Scrive sul blog http://www.questionidigenere.com

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