Giovanna Cirillo, una donna contro la mafia

Giovanna Cirillo Rampolla può essere considerata la prima “vedova di mafia” che denunciò, facendo nomi e cognomi e fornendo prove precise, le vicende mafiose che avevano portato il marito Stanislao Rampolla, un delegato di pubblica sicurezza, a suicidarsi «per lo sconforto e l’amarezza di non essere stato creduto da quello Stato e da quelle Istituzioni di cui era stato sempre un fedele e leale servitore». Così come scrive Ida Rampolla del Tindaro che racconta questa storia in Siciliane a cura di Marinella Fiume.

Per circa un secolo il ricorso di Giovanna Cirillo al Ministro dell’Interno era stato dimenticato. Lo studioso di storia siciliana Pasquale Marchese riportò alla luce il carteggio e la storia. Nel 1986 fu dato alle stampe Suicidio per mafia dalla casa editrice La Luna di Palermo, con un’introduzione della storica Giovanna Fiume.

Giovanna Cirillo era nata il 23 gennaio del 1823 a Polizzi Generosa, un piccolo paese delle Madonie in cui la sua famiglia, proveniente da Napoli, si era da tempo stabilita. Polizzi Generosa era stato un luogo di immigrazione: molte famiglie illustri vi erano giunte da ogni parte d’Italia e ciò aveva consentito una crescita economica, culturale e artistica del territorio. I Cirillo, da varie generazioni, erano una famiglia di “servitori dello Stato”.

Giovanna aveva sposato il cavalier Stanislao Rampolla del Tindaro, figlio del sindaco. Durante il suo incarico aveva ricevuto molti apprezzamenti: come delegato di pubblica sicurezza, si destreggiava in ambienti spesso omertosi con rigore e coraggio.

Nel periodo successivo all’Unità d’Italia, a Marineo dominava la cosca degli “Scagghiuni” composta da circa cinquecento uomini organizzati addirittura da un prete, don Ciro Romeo, e dal sindaco, il notaio Filippo Calderone. Quest’ultimo aveva al servizio ventisette guardie campestri e numerosi vigili urbani che pagava ovviamente con i soldi delle casse comunali. Il sindaco godeva fama di mafioso e compiva ogni genere di soprusi esercitando il proprio potere con prepotenza e arroganza, violando continuamente la legge, spalleggiato da malviventi e protetto dai potenti.

Quando Stanislao arrivò a Marineo, le cose iniziarono a cambiare. Negò il porto d’armi a numerosi pregiudicati, riportò ordine e disciplina nel carcere locale e, dopo accurate indagini, identificò e arrestò i responsabili di vari reati perpetrati nel territorio. Formulò, infine, pesantissime accuse contro il sindaco adottando una serie di provvedimenti per impedire questo strapotere. Il prefetto di Palermo, legato al sindaco da un rapporto di amicizia, ignorò la denuncia e anzi il notaio Calderone venne rieletto e festeggiò pubblicamente con banda musicale e fuochi d’artificio.

Per Stanislao arrivò il trasferimento da Marineo a Corleone. Non reggendo alla delusione e all’amarezza, il delegato di pubblica sicurezza decise di porre fine alla sua vita con un colpo di pistola: era il 5 marzo del 1889.

Giovanna, rimasta vedova, insieme al nipote Luciano, decise di far conoscere la verità e l’ingiustizia di cui era stato vittima il marito.

Raccolse tutti i documenti e, dopo averli studiati, li sintetizzò in un memoriale che venne inviato al Ministro dell’Interno: «Quando un funzionario pubblico, dopo 40 anni di intemerato servizio, pone termine in modo violento, malgrado i legami santi della famiglia, ai propri giorni, conviene ammettere che cause ben gravi, abbiano potuto spingerlo a siffatto eccesso. Tale è il caso miserando del cav. Stanislao Rampolla, delegato di P.S., che ha lasciato alla sua sventurata vedova l’unico retaggio di rivendicare la memoria di un animo generoso e nobile che fece olocausto di se stesso sull’altare della morale, dell’onestà e della giustizia».

Sicuramente il linguaggio utilizzato è molto “pomposo” ma l’esposto è circostanziato e preciso. La vedova non si lamenta, non chiede compassione, non grida vendetta ma, con grande dignità, reclama giustizia e invita il Ministro «a una rigorosissima inchiesta e a un severo processo».

Probabilmente la stesura definitiva fu elaborata dal nipote ma Giovanna, donna coraggiosa e decisa, lo ispirò, collaborò e se ne assunse la responsabilità. Il risultato, purtroppo, non fu quello sperato. Vi fu, sì, un processo ma la sentenza affermò che a Marineo la mafia non esisteva, «che il cavalier Rampolla era un alienato mentale e il nipote un esaltato». Quest’ultimo venne condannato per calunnia e diffamazione e fu costretto a pagare una consistente multa.

Per sminuire le accuse di Giovanna, la considerarono una donna ignorante ed anziana della cui ingenuità ci si era serviti. Tale affermazione stride con tutte le testimonianze che la descrivono come «una donna dal carattere di ferro, che aveva sempre appoggiato il pensiero e le azioni del marito e che aveva cercato strenuamente la sua memoria».

La conclusione del caso è tragica: Luciano, rovinato economicamente, accettò un posto di impiegato a Messina presso la Capitaneria di quella città, portando con sé nonna Giovanna. Ma il terribile e devastante terremoto del 1908 li seppellì insieme e i loro corpi non furono mai ritrovati.

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Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

 

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