Editoriale. Salviamoci dalle reazioni tossiche

Carissime lettrici e carissimi lettori,

due tristi anniversari ci portano a pensare alla situazione che viviamo e alla ormai nota gestione della vita di questo nostro pianeta. Trentacinque anni fa (precisamente il 26 aprile del 1986) scoppiava il nocciolo del reattore numero 4 dell’impianto nella centrale ucraina (allora Unione Sovietica) situata a pochi chilometri da Ĉernobil, che ne divenne la città simbolo, e dal confine con la Bielorussia, regione più colpita a causa della vicinanza e della direzione dei venti. Sono passati anche due lustri dall’ultimo, ma non meno grave, incidente di Fukushima Dai-ichi (11 marzo del 2011), in Giappone, causato da un terremoto, maremoto e dal successivo tsunami che la coinvolse, così vicina alla costa. A Ĉernobyl (in ucraino il suo nome significa erba nera) furono, per un errore umano, le tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore a rompersi. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria innescò un’esplosione molto potente che scoperchiò il reattore, incendiandolo. Il materiale radioattivo contaminò ampie aree intorno alla centrale e la nube raggiunse anche l’Europa fino a spingersi verso la costa orientale dell’America settentrionale. Purtroppo all’inizio tutto venne minimizzato e praticamente taciuto, come è successo di fronte a tanti grandi disastri che hanno coinvolto il pianeta e l’umanità. Abbiamo visto una replica amara, purtroppo, anche per i primi avvisi di questa terribile pandemia che è risultata ben lontana dall’essere un’influenza! Allora vennero evacuate dalla zona interessata circa 336 mila persone. Secondo i numeri ufficiali dati dal controverso rapporto redatto dalle agenzie dell’Onu, le vittime risultano essere 65, mentre 4 mila sono quelli indirettamente associabili, secondo una stima scientifica, al disastro nell’arco di 80 anni. Greenpeace ha sempre contestato questi dati e ha, invece, ipotizzato 6 milioni di decessi, a livello mondiale, nell’arco dei settanta anni successivi a quell’incidente.

Ultima tra le tante, solo in ordine cronologico, la catastrofe di Fukushima. Non è stata provocata da un errore umano, come successe a Ĉernobil, ma dal terremoto del Tōhoku. Anche in questo caso in un primo momento la portata dell’incidente è stata sottovalutata, classificandola al livello 4 della scala Ines (l’International Nuclear and radiological Event Scale), poi salì al 5, per andare, infine, tenendo conto dell’insieme dell’evento, addirittura al grado 7! «Gli impianti coinvolti sono stati quelli di Fukushima Dai-ichi, Fukushima Dai-ni, Onagawa, Tokai e il Centro di riprocessamento di Rokkasho, ma a destare maggiore preoccupazione è stato il primo, in particolare il reattore 4. L’edificio di quest’ultimo, infatti, è stato quello maggiormente danneggiato dalle esplosioni di idrogeno e qui il rischio di fusione non delle barre di combustibile all’interno del Vessel, bensì di quelle stoccate nelle vasche del combustibile esausto, dunque collocate al di fuori della struttura di contenimento primaria del reattore. La concomitanza dei danni comportati dal sisma e dallo tsunami e dell’incidente nucleare ha reso difficile determinare l’entità della catastrofe e le conseguenze non solo in Giappone, ma anche a livello planetario». (Frontierenews.it). Questi due incidenti, dei quali ricordiamo gli anniversari, non sono certo gli unici. Ciò non ci porta a condannare o essere a favore di questa modalità di approvvigionamento dell’energia, ma alla necessità di affrontare al più presto il problema che si sta dimostrando sempre più importante. Che chiama in causa la questione del nostro rapporto con il creato che ci circonda: un rapporto che ci restituisce immancabilmente il nostro modo di comportarci, anche riguardo alla pandemia in corso.

Oggi vorrei dedicare questo editoriale a una donna che ha appena compiuto cento anni! Il filo di questo augurio ci viene dal numero passato della nostra rivista. Abbiamo parlato di donne a capo di industrie e in particolar modo di quelle che ereditano l’azienda da altre donne o dal padre e sanno mantenere la sua floridezza, aggiungendo altro vigore e un taglio diverso, dettato da una visione economica e gestionale aperta.
Questa potrebbe essere la storia di Alessandrina Tamburini, classe 1921, veneziana a ancora vivace e attiva, a capo del gruppo della sua azienda di colori, tra le più prestigiose in Italia e non solo. Il padre deve aver intuito il suo valore e forse per questo aveva aggiunto al cognome di famiglia che reggeva l’azienda un &A in cui la A è la lettera iniziale del nome della signora ora centenaria. Possiamo dire che un augurio per la sua vita ancora così attiva, porti bene, intendendo questo come un incoraggiamento per tutte le ragazze: «Ragazze, siate curiose ha raccomandato Alessandrina, laurea in Economia alla Ca’ Foscari negli anni quaranta, traguardo non facile per una giovane di allora dovete leggere tanto e avere fame di conoscenza. E vi auguro di poter tornare a viaggiare, appena sarà possibile: studiate all’estero, se potete, e poi tornate qui con le vostre esperienze e le conoscenze nuove». Se oggi qualcuno le chiede un’opinione su donne e lavoro, lei risponde così: «Ho sempre voluto che le mie figlie e le mie nipoti trovassero la propria strada nel lavoro, qualunque esso fosse. Credo che le donne debbano aiutarsi tra loro, e sono convinta che chiedere un aiuto in casa non sia un segno di debolezza, anzi: dedicare tempo alla famiglia è importante, ma non per questo è giusto sacrificare il lavoro. Alle giovani imprenditrici di oggi forse invidio le opportunità a disposizione, sicuramente maggiori rispetto ai miei tempi». Perle di saggezza che si aggiungono a tanti esempi di donne di oggi e di ieri.

Viaggiando idealmente nelle vite di donne che hanno trovato in sé stesse il coraggio del confronto, ho incontrato due nomi dettati da una breve e chiara lezione di una giornalista di divulgazione scientifica, Agnese Codignolo. Me le ha fatte amare e le ha rese uniche seppure nella moltitudine delle tante donne alle quali troppo spesso non è riconosciuto il giusto diritto alla notorietà. Ho per questo il desiderio di condividere con voi quello che ho ascoltato, in un momento di relax casalingo. Le due donne si chiamano June Hart e Katalin Karikò, sono parte di quel 37 per cento (contro il 55% delle iscritte complessivamente all’università) che hanno frequentato le facoltà riguardanti le cosiddette Stem (scienze, tecnologia, economia e matematica), a torto giudicate, con la mentalità patriarcale, inadatte alle donne. Queste due scienziate hanno annunciato con il loro lavoro, non sempre riconosciuto e con una verità faticosamente conquistata, i vaccini che oggi ci salveranno da questo virus. June Hart (1930-2007) è una virologa che ha contribuito alla storia della scienza, tanto da meritare il premio Nobel che, però, mai ottenne. La sua conquista? Aver fotografato il primo Coronavirus, quello del raffreddore, e averlo chiamato così, mentre i colleghi la denigrarono, affermando che le fotografie erano sfocate, ma lei, imperterrita, immortalò anche il virus dell’epatite e della rosolia e aprì la strada per quello dell’Aids. Anche Katalin Karikò, polacca, classe 1955, di famiglia umile come la Hart, è stata ostacolata nella sua brillante ricerca sull’Rna di cui il Dna è il “progenitore nobile”. Karikò capì, non creduta, che l’Rna potesse essere terapeutico e riuscì a trovare il modo di evitare l’infiammazione che ne seguiva alla somministrazione. Forse, e noi ce lo auguriamo insieme ad Agnese Codignolo, riuscirà a prendere la medaglia del Nobel che affiancherà ai due ori olimpionici conquistati dalla figlia Susan per il canottaggio statunitense.

Un’altra bella notizia viene da lontano, da quell’Asia che conosce anche nomi di premier al femminile (ci riusciremo noi ad avere una Presidente della repubblica o una Prima Ministra?!). Si è concluso domenica 28 marzo con successo (anche se da remoto a causa del virus) il Women International Film Festival di Islamabad che si svolge ogni anno in Pakistan. La manifestazione è nata nel 2017 a opera del movimento di donne pakistane Women Through Film (Le donne attraverso il film) «mirante a incoraggiarle all’uso dell’espressione di sé, della narrativa e del giornalismo anche attraverso il cinema per produrre l’auspicato cambiamento sociale».

Il WIFF 2021 ha presentato alcuni dei film più stimolanti realizzati da registe donne indipendenti di tutto il mondo senza preclusioni di argomenti. Unica regista italiana Paola Sorrentino che ha fatto vedere al mondo il cortometraggio Girls Talk About Football (Le ragazze parlano di calcio) che racconta cosa significhi essere una ragazza in un mondo dominato dai ragazzi, attraverso le storie di sei giovani che condividono le proprie esperienze giocando a calcio femminile. Le storie sono raccontate con diverse tecniche di animazione, proprio «per esplorare varie possibilità narrative».

Invece ci rendono tristi notizie come quelle riguardanti lo Street harassment, più famoso con il termine catcalling, insomma l’insulto, la molestia, spesso a sfondo sessuale, il vecchio, meschino pappagallismo di strada che subiscono, spessissimo fin dalla più giovane età, l’80% delle donne e in tutti i paesi del mondo. Un virus letale e fastidioso che deve essere considerato un reato (in Francia lo è) e denunciato forse come hanno fatto alcune ragazze due anni fa a Torino scrivendo le frasi subite con il gessetto sul marciapiede della strada dove lo avevano ricevuto. Ricordate i 108 insulti ricevuti da Shoshana in 10 ore per le strade di Manhattan? Per non parlare di fischi e strizzatine d’occhio non meno fastidiose e per nulla innocue.

Brutta, ma davvero, l’esperienza offerta dalla Rai, la televisione di Stato, che in ben tre serie televisive, di quelle pensate per la visione anche di un pubblico di giovanissime e giovanissimi, ha mostrato tre donne che sono risultate bugiarde nella loro denuncia di stupro.

«Si potrebbe proporre  scriveva già a febbraio Elisabetta Moro su Metropolitan un bel corso di formazione perché, mentre all’estero, nel post #MeToo, nascono serie tv come The Morning ShowUnbelievable I may destroy you che approfondiscono la tematica degli abusi sessuali dandone una narrazione sempre più autentica e sfaccettata, in Italia continuiamo ad alimentare la rape culture, instillando nei telespettatori, puntata dopo puntata, il dubbio che una donna che denuncia possa farlo per suo mero vantaggio». Infatti alla serie Mina Settembre con le false accuse di una donna al suo ginecologo, è seguita Lolita Lobosco che ha avviato la sua carriera da vicequestora (una donna!) sulla Rai con un’indagine che trattava un’accusa di stupro, risultata poi falsa, di una donna che vuole incastrare il suo ricco amante. Infine Che Dio ci aiuti «che, nel giro di meno di un mese, osserva Moro cade esattamente sullo stesso argomento tanto che viene da chiedersi se davvero si tratti di una coincidenza o se non faccia parte di uno schema più ampio». Sarebbe davvero increscioso e altamente diseducativo, che questo pensiero continuasse a circolare!

Per ritornare all’attualità più immediata sempre nel filone della meschina dimostrazione di incredibile (nel suo vero senso di non poterci credere… ma è vero!) superiorità umana e, in questo caso apertamente sessista, non possiamo qui tralasciare il comportamento di Recep Tayyp Erdoğan, il presidente della Turchia che ha volutamente umiliato la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Noi ringraziamo il nostro Presidente Mario Draghi per il suo ulteriore duro intervento contro il governo di Ankara (lo aveva già fatto a proposito dell’uscita della Turchia dagli Accordi di Istanbul) che, attraverso il suo Ministro degli esteri ne ha espresso la rabbia convocando l’ambasciatore italiano (non potevamo aspettarci diversamente e diverse motivazioni, davvero inopportune e non veritiere!) Un vero esempio di “machismo protocollare” (Corriere della Sera).

Passiamo al numero odierno di Vitaminevaganti che, come avete notato, oggi veste di blu. Lo facciamo sempre con l’aiuto preziosissimo e amicale della nostra redattrice Sara Marsico. La donna presentata questo sabato da Calendaria è Inge Lehman, studiosa danese di Scienze, dalla lunga vita, cui si deve la scoperta che da lei ha preso il nome, la discontinuità di Lehmann. Approfondendo il soggiorno Urbinate del pittore incontriamo Giovanna da Montefeltro, mecenate di Raffaello, donna «dignissima, doctissima nelle scienze, liberale, prudente et honesta». Inizia questa settimana la sezione Itinerari museali di genere, con Ritratti femminili alla Galleria Borghese, parte I: il Cinquecento, alla scoperta di capolavori dedicati ai volti femminili. Per la sezione delle donne nella musica approfondiamo la commovente storia di Bessie Smith, l’imperatrice del blues tanto amata da Janis Joplin. La recensione che vi proponiamo è dedicata alla storia di un gioiello, La spilla di Isabella, che non può essere venduto, ma solo regalato e che sembra abbia il potere di cambiare la vita delle donne.

Concludiamo con una poesia sulle donne, sul rispetto umano, necessario. In merito alla sua attribuzione al “Bardo” c’è qualche perplessità, ma a noi piace pensare che sia opera di quel grande poeta che dimostra di essere un grande uomo.

In piedi, Signori, davanti a una Donna
(William Shakespeare)
Per tutte le violenze consumate su di lei
per tutte le umiliazioni che ha subito
per il suo corpo che avete sfruttato
per la sua intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata
per la libertà che le avete negato
per la bocca che le avete tappato
per le ali che le avete tagliato
per tutto questo
in piedi, Signori, davanti a una Donna.
E non bastasse questo
inchinatevi ogni volta
che vi guarda l’anima
perché Lei la sa vedere
perché Lei sa farla cantare.
In piedi, Signori,
ogni volta che vi accarezza una mano
ogni volta che vi asciuga le lacrime
come foste i suoi figli
e quando vi aspetta
anche se Lei vorrebbe correre.
In piedi, sempre in piedi, miei Signori
quando entra nella stanza
e suona l’amore
e quando vi nasconde il dolore
e la solitudine
e il bisogno terribile di essere amata.
Non provate ad allungare la vostra mano
per aiutarla
quando Lei crolla
sotto il peso del mondo.
Non ha bisogno
della vostra compassione.
Ha bisogno che voi
vi sediate in terra vicino a Lei
e che aspettiate
che il cuore calmi il battito,
che la paura scompaia,
che tutto il mondo riprenda a girare
tranquillo
e sarà sempre Lei ad alzarsi per prima
e a darvi la mano per tirarvi su
in modo da avvicinarvi al cielo
in quel cielo alto dove la sua anima vive
e da dove, Signori,
non la strapperete mai.

Buona lettura a tutte e a tutti con un saluto e un augurio forte di ritorno in Italia, che è anche la sua casa, a Patrick George Zaky, studente egiziano a Bologna ora in carcere. Che l’Italia gli riconosca la cittadinanza e non diventi la sua storia una seconda storia uguale a quella di Giulio Regeni. Noi non lo vogliamo!

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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