Le donne di Raffaello. Giovanna da Montefeltro, sua mecenate

Proviamo a immaginare la scena: inizio autunno del 1504, Palazzo ducale di Urbino, interno, giorno. 

Dal mese di luglio Giovanna da Montefeltro si trova nel palazzo della sua famiglia d’origine, dove è nata e cresciuta accanto alla madre Battista Sforza, alle altre sorelle, alla sorellastra Gentile e alle dame di compagnia. Insieme a loro ha trascorso l’infanzia in una parte del Palazzo ducale lontana dagli ambienti maschili, una sorta di gineceo rinascimentale frequentato solo dal padre Federico da Montefeltro e da qualche dignitario; le occasioni di uscita erano soprattutto le cerimonie pubbliche e gli svaghi organizzati nella corte. La sua educazione e quella delle altre sorelle era affidata alla madre, donna di intelligenza politica e dotta umanista, almeno fino al 1472 quando si spense a poche settimane dalla nascita di Guidobaldo, il tanto sospirato erede maschio. 

Urbino, Palazzo ducale, interno

In quegli stessi ambienti ora Giovanna è ospite del fratello minore, divenuto duca di Urbino, e della moglie Elisabetta Gonzaga che, senza eredi, hanno adottato suo figlio Francesco Maria della Rovere destinato a reggere in futuro le sorti del ducato, un Montefeltro da parte di madre. Per questa importante occasione, Giovanna ha commissionato a Raffaello un piccolo dittico celebrativo decorato con le scene di San Michele e il drago e di San Giorgio e il drago. L’opera non è ancora terminata ma Giovanna, in cuor suo, sa già che l’amato artista non la deluderà.  Apprezza «sommamente» Raffaello, ne comprende il valore; sa però che per lui è necessario studiare ancora molto per conseguire il livello di «buona perfezione» che la sua giovane età ancora non gli consente di raggiungere. 

Raffaello, San Michele e il drago
Parigi, Museo del Louvre
Raffaello, San Giorgio e il drago
Parigi, Museo del Louvre

 

 

 

Giovanna da Montefeltro ha preparato una lettera di presentazione per il gonfaloniere Pier Soderini in modo che al suo pupillo si schiudano le porte della Repubblica di Firenze, cuore della nuova cultura rinascimentale. Raffaello ha in mente di trasferirsi lì e la nobildonna, che l’ha sempre stimato e protetto come aveva fatto con suo padre Giovanni Santi, sa che per un così promettente pittore il confronto con altri ambienti artistici e culturali è nutrimento prezioso. La raccomandazione per Pier Soderini, datata 1° ottobre 1504, è lì accanto a lei, pronta, elegante nella forma, autorevole nei toni: «[…] e perché il padre fu molto virtuoso e mio affezionato, e così il figliolo, discreto e gentile giovane […] lo raccomando alla Signoria Vostra strettamente, quanto più posso, pregandola per amor mio che in ogni sua occorrenza le piaccia prestargli ogni aiuto e favore, che tutti quelli piaceri e comodi che riceverà da V. S. li riputerò a me propria». La benevolenza di Giovanna da Montefeltro nei confronti di Raffaello, lo afferma lei stessa nella lettera, risale a molto tempo prima quando il padre Giovanni Santi era gradito ospite e apprezzato artista nella corte di Senigallia. Giovanna gli aveva commissionato la pala dell’Annunciazione, forse per celebrare l’arrivo dell’erede maschio Francesco Maria, figlio suo e di Giovanni della Rovere, duca di Sora, prefetto di Roma, signore di Senigallia e nipote di papa Sisto IV. Ora la città è governata da lei, la chiamano la prefettessa ricordando la carica dal marito scomparso nel 1501. Girano le ruote della vita e del potere: quei territori, appartenuti alla famiglia Montefeltro, avevano costituito parte della sua dote nuziale e, come tali, erano stati incamerati dal marito Giovanni; tornati nelle sue mani di reggente per conto del figlio Francesco Maria, a tempo debito glieli riconsegnerà, nuovamente uniti al Ducato di Urbino.

Giovanni Santi, Annunciazione, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Perugino, Lotta tra Amore e Castità
Parigi, Museo del Louvre

L’amore per l’arte ha reso caro a Giovanna un altro personaggio vicino a Raffaello, il pittore Pietro Vannucci, noto come il Perugino, «famigliare» nella corte di Senigallia. Isabella d’Este lo aveva a lungo corteggiato, desiderosa come era di assicurarsi una sua tela per lo Studiolo di Mantova. Quando aveva deciso di scrivere a Giovanna perché intercedesse in suo favore, i legami di parentela e la rete di relazioni erano tali che un interessamento era dato per scontato. Giovanna ne fu probabilmente lusingata, era la prova del suo potere e il riconoscimento del suo valore di donna colta. Nonostante «quello homo è difficile a indurlo», come rispose Giovanna alla richiesta di Isabella, la sua intercessione andò a buon fine: all’inizio del 1503 venne stipulato il contratto tra la marchesa di Mantova e Perugino per la realizzazione della Lotta fra Amore e Castità, opera tanto desiderata prima, quanto poco apprezzata dopo.

Senigallia, Rocca roveresca

Giovanna è ancora nei suoi appartamenti, tra poco darà udienza al giovane Raffaello. Forse si lascia andare ad altri ricordi, alle ultime drammatiche vicende vissute. Da poco tempo la sua famiglia è rientrata in possesso dei territori di Senigallia e di Urbino, dopo il forzato esilio a seguito delle conquiste militari di Cesare Borgia. La sua fuga dalla Rocca di Senigallia, assediata dalle truppe del duca Valentino, era stata rocambolesca. Chissà che momenti convulsi in quella fredda notte di dicembre del 1502, quanta angoscia nel suo cuore, quanta paura per la sua incolumità, quanto affanno per la vita del figlio dodicenne; ad aiutarla a mettersi in salvo il condottiero Andrea Doria, già al servizio di suo marito Giovanni della Rovere. Mentre si pianificavano in gran segreto i dettagli della partenza, Andrea Doria riuscì a guadagnare tempo rimandando l’incontro con un delegato di Cesare Borgia che insisteva per vedere la nobildonna. Giovanna si dileguò camuffata con abiti maschili, forse il saio di un frate, insieme a un paio di persone di sua fiducia travestite da contadini. Quando fu certo che non c’erano più pericoli, Andrea Doria fece entrare l’inviato negli appartamenti privati della signora di Senigallia e gli mostrò il letto su cui giaceva un corpo addormentato. Nonostante le insistenze, Doria rifiutò di svegliare colei che presentava come Giovanna Feltria e l’emissario di Cesare Borgia fu costretto ad allontanarsi. L’inganno venne scoperto il giorno successivo quando il delegato, tornato alla Rocca, seppe che né la donna né il condottiero ligure erano più lì. Entrambi al sicuro, lontani, sulla via per Firenze. 
Fuggendo nel cuore della notte, i pensieri di Giovanna da Montefeltro forse saranno andati a quando era giunta per la prima volta a Senigallia, nel 1479, insieme al marito Giovanni della Rovere. Il loro non era stato certo un matrimonio d’amore, piuttosto un vantaggioso contratto politico per saldare i legami tra due potenti famiglie. Per l’arrivo dei due sposi, scrisse un cronista del tempo, venne coperta «tutta la strada granda e fattj gran trionfi secondo la possibilità del Comune e fullj appresentato una dozina de tazze de argento de libre diece otto», un festeggiamento in grande ma non paragonabile alle nozze celebrate «con pompa persiana» l’anno precedente a Roma. Il fidanzamento tra Giovanna da Montefeltro e Giovanni della Rovere era stato pianificato dalle famiglie nel 1474, la ragazzina aveva undici anni, lui sei anni di più. Secondo alcuni studi sono loro a essere raffigurati nella coppia di angeli alla spalle della Vergine nella Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, Giovanni a sinistra, Giovanna a destra. 

Piero della Francesca, Madonna di Senigallia
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche 
Raffaello, Ritratto di gentildonna, detta La Muta
Urbino, Galleria Nazionale delle Marche

 

La datazione incerta del dipinto non consente di stabilire per quale occasione fu commissionata l’opera, se per celebrare il fidanzamento o, invece, le nozze qualche anno dopo. Della signora di Senigallia non si conoscono immagini certe e anche l’ipotesi che Raffaello l’abbia immortalata nel Ritratto di gentildonna detto La muta non trova conferme univoche. 

Facciamo un altro salto nel tempo, nel 1508. Raffaello giunge a Roma, chiamato da papa Giulio II per collaborare con altri artisti alla decorazione del suo studio privato e della sua biblioteca in Vaticano. L’arrivo del pittore nella città papale sembra sia dovuto all’interessamento di Bramante che, «essendo a’ servigi di Giulio II, […] gli scrisse che aveva operato col papa, il quale aveva fatto fare certe stanze, ch’egli potrebbe in quelle mostrare il valor suo». Questo secondo Vasari, la cui versione è comunemente accettata da oltre quattrocentocinquanta anni. 
E se provassimo a immaginare un altro scenario dei fatti? Se immaginassimo anche Giovanna da Montefeltro, donna «dignissima, doctissima nelle scienze, liberale, prudente et honesta», tra le persone vicine a papa Giulio II capaci di giocare un ruolo importante in favore di Raffaello? Al pari di Bramante e di altri personaggi influenti, forse anche di più. Giovanna da Montefeltro è pur sempre la cognata di Giulio II, fratello del suo defunto marito, sa farsi benvolere, frequenta gli ambienti romani, anche quelli curiali sfidando la riprovazione di molti che mal sopportano le presenze femminili in Vaticano. Il suo appoggio all’artista urbinate è di lunga data, anzi nell’aprile del 1508, qualche mese prima del suo arrivo a Roma, Raffaello ha scritto allo zio materno Simone Ciarla per sollecitare l’invio di un oggetto destinato proprio alla nobildonna in modo da «satisfare a madona, chè sapete adesso uno averà bisognio di loro». Ogni gesto di attenzione e cortesia può essergli utile per la carriera artistica.
Quindi, perché non Giovanna da Montefeltro? 

In copertina: Palazzo ducale di Urbino.

***

Articolo di Barbara Belotti

Già docente di Storia dell’arte, si occupa ora di toponomastica femminile, storia, cultura e didattica di genere e scrive per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Toponomastica del Comune di Roma.

 

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