Un’amicizia di Silvia Avallone e il tempo della lettura

È naturale che un romanzo venga assorbito e fatto proprio da lettori e  lettrici in maniera diversa e personale. Ognuno può offrire la propria interpretazione, senza alcuna pretesa di analisi formale, ognuno può perseguire la propria indagine personale tra le pagine, andare alla ricerca degli snodi fondamentali tracciati, e condurre a sua volta altri potenziali lettori e altre potenziali lettrici in quello che si potrebbe denominare un reportage letterario.

Un’amicizia (Rizzoli, 2020) è il titolo dell’ultimo romanzo di Silvia Avallone, autrice italiana ormai affermata da undici anni, quando uscì l’opera d’esordio Acciaio. La storia, ammetto, mi ha colpito molto. Perciò, vorrei cominciare proprio da questo punto: quanto tempo occorre per elaborare realmente la lettura di un romanzo? Perché per “metabolizzare” alcuni libri ci si impiega molto più di altri? Per quanto riguarda me, Un’amicizia è stata una di quelle letture che si sedimentano a poco a poco, ma che immediatamente colpiscono, lasciano sorpresi e scuotono. Come dire, al contempo questo romanzo unisce un po’ quella sensazione per cui si vuole concludere la lettura il prima possibile perché assaliti dalla curiosità e quell’altra sensazione per cui è necessario dare tempo alla lettura stessa, senza avere fretta, per assaporare tutte le pagine, le frasi più dense, la psicologia più sottile di un personaggio, lo sfondo che si fa protagonista degli avvenimenti. 

Attorno all’opera vi è stato un enorme apprezzamento e séguito — basti sfogliare le pagine social della scrittrice per accorgersene, e basti considerare che è già alla settima ristampa a pochi mesi dall’uscita. Silvia Avallone ha raccontato a più riprese la gestazione del romanzo, e non è un tratto indifferente: già da qui chi legge pian piano può pregustarsi il resto, comprendere dove l’autore o autrice vuole veramente arrivare con le sue parole. La scrittura dell’autrice è preziosa, molto appassionata. Chi ha letto i romanzi precedenti ne è consapevole. Le tematiche che si sarebbero susseguite in Un’amicizia parevano fili di un gomitolo, pronti ad ammorbidirsi e a distendersi a seconda delle pagine. È subito chiaro che le due protagoniste femminili della storia, Elisa e Beatrice, richiedevano le loro “esigenze”, e così le loro famiglie, le città di T., Biella e Bologna che come accade sempre nei romanzi di Avallone — sono molto più che semplici città e località di centro o di provincia. Sono luoghi e persone da cui si cerca di scappare il più delle volte, e gli stessi luoghi e le stesse persone cui, alla fine, si tende a ritornare.

Cercando di non guastare la sorpresa a chi non ha ancora letto il libro ma vorrebbe farlo, vorrei partire da una frase contenuta nel finale, che è l’assunto, in fondo, di tutto il testo: «La vita ha davvero bisogno di essere raccontata per esistere?»

È il nucleo più forte, è l’epilogo ma è anche l’incipit. È la domanda che esplicitamente e implicitamente insegue il/la lettore/lettrice pagina dopo pagina, mentre Elisa fa riemergere la sé stessa del passato e tutta la sua storia scrivendo. Credo che chiunque abbia letto il romanzo abbia la propria risposta alla domanda e abbia pensato a quale risposta darebbe invece l’autrice. Personalmente, non ho dubbi che la risposta sia affermativa, perché non può essere casuale un’altra chiave di lettura che Avallone ci regala di nuovo in ultima battuta. «L’unica cosa che ha il potere di restare e di durare alla fine sono le parole con dentro un significato, non c’è altro modo di trattenere la vita».

Due righe così profonde, eppure a leggerle basta un soffio. L’ha raccontato la stessa autrice, quanta consapevolezza serva per mettere nero su bianco queste parole, quanto fosse necessaria l’intera stesura del romanzo per arrivare ad ammetterlo. Si tratta di una presa di coscienza che unisce la vita alla letteratura. Non sappiamo se Elisa pubblicherà veramente il suo romanzo (anche se in realtà nemmeno lei sa quale forma abbia ciò che ha scritto). Ma la questione non è questa. Non è importante sapere se Elisa diffonderà la storia sua e di Beatrice oppure no. È importante sapere che finalmente l’ha scritta. Per lei contava solo questo. Scriverla e basta per liberarsi delle proprie paure e di ciò che aveva lasciato in sospeso — o, almeno, magari a chi legge piacerebbe pensarla così. 

Eppure, il cuore del romanzo che l’autrice vuole mostrarci, un’altra consapevolezza raggiunta che vuole condividere è la seguente: «Chi siamo è infinitamente più interessante, e commovente, di quel che vorremmo a tutti i costi sembrare». 

Anche in questo caso, una breve frase che porta con sé tutta la sua storia, che segna un cammino di crescita e cambiamento.

È a questo punto della vicenda che Elisa e Beatrice si ritrovano. Inevitabilmente, chiudono un cerchio. Quella che inizieranno a partire da questo momento è un’altra amicizia. Non pari a quella vissuta da adolescenti e giovani perché il passato non torna indietro, perché non possono permettersi di ricadere negli stessi errori commessi, negli stessi vizi e nelle stesse convinzioni che le hanno intrappolate. Ora sono chiamate ad andare avanti, nel nome di un’amicizia nuova. Elisa e Beatrice si abbracciano forte sul divano di quella vecchia casa abbandonata, che ha sempre simboleggiato il loro rifugio. Sono lì rannicchiate l’una nella spalla dell’altra, con i resti di una cena e di una colazione improbabili dell’ultimo dell’anno mentre tutti fuori festeggiano e gridano, loro sussurrano. In fondo, ciò che hanno intorno è la metafora della loro storia: sono passati molti anni, i cocci sono rimasti sul pavimento, alcune cose non sembrano essere cambiate per nulla, altre lo sono eccome. Le due amiche si abbracciano esattamente come si erano abbracciate durante il primissimo e casuale incontro sedici anni prima su quella spiaggia notturna di T., la luna a fare da custode. Non si conoscevano neppure, conducevano già esistenze opposte, i tavoli del ristorante a cui sedevano erano agli antipodi. Elisa non avrebbe mai dato confidenza a nessuno in quel modo, eppure si lascia avvicinare da quella ragazza così elegante e composta, dai capelli lisci, dai piedi scalzi. 

Hanno chiuso il cerchio in quell’abbraccio. Hanno capito che chi sono — con tutte le sfumature che le caratterizzano  è infinitamente più interessante, e sì, commovente, di come volevano a tutti i costi sembrare. Lo è agli occhi l’una dell’altra, agli occhi dei propri famigliari, dei compagni di scuola e degli insegnanti. Agli occhi delle costruzioni mentali che col tempo si erano sedimentate in loro. 

Un’amicizia racconta di quanto un’amicizia tra due persone abbia il potere di influenzare la vita dell’una tanto dell’altra, eppure come una delle parti possa rimanere condizionata per tutta l’esistenza da qualcosa, e l’altra diventare capace di dimenticarsene. Elisa e Beatrice sono due ragazze che formano un binomio irriducibile: la parola da un lato, l’immagine dall’altro. Elisa non può stare senza la letteratura come Beatrice non può fare a meno della propria figura di perfezione. Elisa punta alla complessità delle cose e all’abilità di saperle sviscerare, a Beatrice interessa semplificare. Nonostante questa complementarietà, le due amiche attraversano e miscelano un’infinità di sfumature, di colori, ed è per questo che alcune immagini restano comunque e alcune parole sembrano cancellate, alcune pagine sbiadite. È Elisa a trovare la forza, mettendo da parte orgoglio e rancore, di conferire un nuovo significato al suo essere stata amica con Beatrice, ed è sempre lei che prova a ricostruire quel nodo tra natura e cultura, tra parola e immagine. Ripercorre a ritroso tutti gli anni trascorsi con l’amica, fa i conti con i ricordi più tristi e dolorosi, con le ferite non ancora rimarginate. Fino all’estate in cui tutto è cambiato, in cui tutto si è interrotto. Grazie a questa immersione nel proprio passato Elisa ricomincia da capo, ridà vita a una nuova scrittura e anche un po’ a sé stessa.

Ma il romanzo di Silvia Avallone non parla soltanto di amicizie, del potere positivo oppure della dipendenza negativa che esse sanno creare. L’autrice ha scelto di fare i conti con il tema ormai dominante della nostra contemporaneità: la tecnologia. La vicenda attraversa i primi anni Duemila, dunque il periodo che ha portato con sé la rivoluzione inarrestabile della tecnologia che tutti conosciamo. La comunicazione da questo momento in poi è cambiata per sempre, così il mondo della stampa e dell’editoria, delle relazioni interpersonali. Non si poteva prevedere con esattezza tutto quello che sarebbe successo, ma era chiara la percezione del punto di non ritorno, la frattura irriducibile. Ed è a partire da questa novità e con questa sorpresa, che in Beatrice si insedia il germe della propria rivincita, il suo trampolino di lancio per il futuro, a seguito del suo dolore personale. Infatti, il padre dell’amica Elisa è un docente universitario tra i primi esperti della rete (quel mostro pronto a fagocitare l’essere umano, a sua insaputa), che con genuinità insegna alla ragazza i rudimenti del digitale.

Ovviamente, la letteratura fa da contraltare, e non casualmente l’autrice mette in dialogo la propria storia con la sua autrice novecentesca di assoluta ispirazione, Elsa Morante. Si potrebbe dire che faccia capolino il terzo personaggio protagonista del romanzo: Menzogna e sortilegio, appunto opera di Morante. Più volte Elisa finge di aver già letto questo classico della letteratura italiana contemporanea, ma lo leggerà soltanto quando arriva il momento giusto, cercando di assorbirne l’essenza. 

In ultimo, vorrei citare, per quest’ampia riflessione, un’altra fondamentale componente del romanzo: i legami famigliari. Già in Acciaio, in Da dove la vita è perfetta le famiglie non sono mai state convenzionali, e spesso l’assenza è stata dominante nel rapporto tra genitori e figli. In questo caso, sia Elisa sia Beatrice hanno vissuto “frammenti di famiglia” e di quotidianità. A tratti i cocci si riuniscono e sembrano portare un’aura di normalità mai avuta. È solo uno, se non sbaglio, il momento in cui condividono la scena tutti i membri delle due famiglie. Sono al ristorante La Sirena, a T., quella sera di Ferragosto in cui tutto è cambiato. La famiglia di Elisa è in procinto di separarsi, anche se tenta una riconciliazione tardiva, mentre la famiglia di Beatrice in tutto il suo splendore apparente vive la propria routine agiata. Entrambe le protagoniste si sarebbero dette in seguito che in quell’occasione avrebbero preferito fare uno scambio, l’una nella vita dell’altra. I genitori di Elisa sono due adulti che più lontani e diversi tra loro non avrebbero potuto essere. Ma si erano innamorati da giovani, lui un uomo pacato, colto e studioso, lei una ragazza stravagante con una ben celata passione per la musica rock, una ragazza solita non rispettare le regole. Il padre di Beatrice, invece, è un noto avvocato che ha condizionato la quotidianità della propria moglie, insoddisfatta per non aver potuto realizzare il sogno di fotografa, di viaggiatrice. Si è omologata a una vita più che agiata, invidiabile per certi versi. E soprattutto ha deciso di puntare su quella figlia così attraente, Beatrice, scelta dalla madre per coronare il progetto della sé stessa del passato, verso la strada della perfezione. L’una quanto l’altra, seppur per motivi diversi, sperimentano l’abbandono, l’incomprensione, le conseguenze di decisioni subìte, il dolore che alcune perdite sono in grado di infliggere. Eppure, sperimentano anche lo stupore di ritrovare una casa che sa di famiglia nonostante non sia casa propria, lo stupore di pezzi di puzzle che si congiungono quando sembrava fosse troppo tardi.

E concludo qui questo reportage personale tra le pagine. Quando si rimane profondamente colpiti/e da una voce autoriale si vorrebbe poter sviscerare nei minimi dettagli tutto quello che un romanzo contiene. E non che si debba essere d’accordo con ogni scelta di chi ha scritto, con ogni virtù e debolezza dei personaggi sulla carta, con ogni passaggio della trama. Anzi, è curioso pensare, quasi, che questi stessi personaggi per certi tratti non riusciamo a sopportarli. Ma non importa. Quello che conta, in fondo, è che l’autore o l’autrice abbia impiegato tutta la sua energia e la sua empatia per raccontarli così come sono, come se per il tempo della lettura non esistesse nient’altro. E conta che chi legge possa percepirlo.

Silvia Avallone
Un’amicizia
Rizzoli editore, Milano, 2020
pp. 464

***

Articolo di Francesca Bertuglia

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Classe 1996, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, cresciuta a stretto contatto con ambiti associativi, da sempre appassionata di letteratura, giornalismo e mondo editoriale. È dell’idea che scrivere di Cultura educhi alla bellezza e alla conoscenza in un’ampia prospettiva.

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