l’italia al fronte del caos. Il marzo di limes

«Senza vedere la Sicilia non si può capire l’Italia. La Sicilia è la chiave di tutto»

Goethe

Il numero di marzo di Limes è un campanello d’allarme e una sveglia per la nostra classe politica. Dovrebbe essere letto attentamente dai consulenti del professor Draghi e si concentra sulla frontiera meridionale e sullo Stretto di Sicilia, quella area del nostro territorio che si confronta con la parte di mondo caratterizzata dalla maggioranza dei conflitti, dove si infiltrano formazioni terroristiche e dove c’è un’instabilità diffusa.

Nel presente numero le firme femminili sono sette, oltre a quella di Laura Canali, che questa volta si supera in provocazione, disegnando una Sicilia abitata dalla Pianura padana e dalle città che hanno la fortuna di trovarsi nel centro nevralgico dell’Europa, con l’intento di provare tutti e tutte quante a mettersi nei panni degli altri.

Il mare intorno a noi sta diventando terra e territorio conteso tra diverse potenze e l’Italia, con i suoi 8.300 km di coste, sembra non essersene accorta, schiacciata tra le contese altrui. Il caos che si è creato nel mare alla frontiera dell’Italia preme sul nostro Sud e soprattutto sulla Sicilia, rendendo più fragile il sistema Paese. Vicino a noi, alla nostra Sicilia, c’è Caoslandia, (Caoslandia versus Ordolandia) come la chiama la rivista di geopolitica e che forse, su suggerimento dell’ambasciatore Ferrara che si rifà a un neologismo di Elena Ferrante, sarebbe meglio chiamare smarginatura o frantumaglia [per una semplice analisi dei due termini si rinvia all’articolo https://vitaminevaganti.com/2020/11/07/11997/%5D.

A pochi passi da noi, nella Libia, o nelle Libie, come preferisce appellarle Caracciolo, si sono insediate due potenze globali: la Russia, nemico storico degli Usa, in Cirenaica, e la Turchia, formalmente nostra alleata nella Nato, ma che si muove ormai da tempo per conto suo, con mire espansionistiche, memore del suo passato da Impero, in Tripolitania. Da lì il Paese governato da Erdogan ha posto la sua base e riesce a controllare le zone in cui si è posizionato: non solo il Nordafrica, ma anche il Corno d’Africa, la Somalia, fino al Senegal. La Tunisia, di cui oggi purtroppo si parla poco e che ci era sembrata la promessa delle primavere arabe, è sull’orlo del collasso. Da lì e non dalla Libia si è mossa la maggior parte dei migranti sulle carrette del mare, in quella terra che ha il doppio degli abitanti della Libia e dove, verso metà Ottocento, si sono trasferite molte famiglie italiane, soprattutto siciliane. Ma anche altre potenze si stanno muovendo in quello che Limes chiama Medioceano: Francia, Regno Unito e, meno esposta, Germania. «Vi si affacciano nordafricani e arabi del Golfo, dall’Algeria all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti al Qatar. Più Israele e Iran (via avanzi di Libano e di Siria), che si scrutano a bordo ring.E l’Italia, come sempre, gioca di rimessa». L’editoriale di Lucio Caracciolo è un saggio mirabile sulla Sicilia, che ricorda come ben sa la popolazione siciliana: «Sicilia senza Italia picca cunta, Italia senza Sicilia si nni scanta». Tradotto: «La Sicilia senza Italia conta poco, l’Italia senza Sicilia ha paura di non farcela». Lo intuisce Garibaldi nel 1860. Lo stabiliscono inglesi e americani nel 1943.

L’excursus storico di Caracciolo, secondo cui «l’impero europeo dell’America nasce in Sicilia: nella notte quasi illune fra il 9 e il 10 luglio 1943 scatta l’Operazione Husky», ovvero lo sbarco in Sicilia, è come sempre interessante e ricco. Invitiamo chi legge ad approfondirlo, per la parte relativa all’indipendentismo siciliano che farebbe molto bene leggere ad alcuni sovranisti nostrani, un tempo secessionisti, che sembrano ignorare che il primo separatismo dopo la Seconda guerra mondiale fu proprio quello siciliano. Come ricorda il direttore di Limes: «le potenze d’ogni tempo e di mezzo mondo si sono contese la Sicilia, ambita chiave del Mediterraneo. L’Italia continua a trattarla da fastidiosa, ingovernabile appendice» sbagliando tutto ed anzi alimentando un indipendentismo mai sopito. Saprà la Sicilia rendersi conto della sua importanza strategica ma, soprattutto, gliela saprà riconoscere l’Italia? L’editoriale si chiude con un imprescindibile richiamo a Sciascia e al suo Occhio di capra: «nun mi futtinnu: dintra ci su’ li cavadri. Non mi fottono (non me la fanno): dentro ci sono i cavalli. Frase pronunciata da don Camillo Picataggi il 3 novembre del 1880, al passaggio del primo treno dalla stazione ferroviaria di Racalmuto. Il vecchio galantuomo, che mai era uscito dal paese, si era sempre rifiutato di credere che ‘una pentola che bolle’ potesse muovere altro che il coperchio, e figurarsi una teoria di carri grandi come case. Quel giorno, alla stazione, finalmente di fronte a una locomotiva, tutti si aspettavano si arrendesse; ma don Camillo, dopo un momento di perplessità, pronunciò quella frase, rimasta nel parlare popolare a significare gratuita e testarda diffidenza, in genere; oscurità di mente nei riguardi del progresso, in particolare».

Questo numero della rivista italiana di geopolitica è curato da Alberto De Sanctis e consta di due parti: la prima si intitola Tensione sullo Stretto ed è incentrata sulla posizione strategica della Sicilia; la seconda Nella mischia nordafricana e racchiude contributi interessanti. Non è un tema semplice, quello scelto dal Direttore di Limes e dai suoi collaboratori e collaboratrici, ma avvicinarvisi è necessario, per capire gli errori commessi dai Governi italiani e la loro miopia geopolitica, oltre che per cominciare ad intravvedere quale strada potrebbe intraprendere l’Italia se riuscisse a valorizzare il suo Sud e il suo mare in una fase storica in cui il mare diventa “terreno” di contesa.

Ma veniamo agli articoli di questo numero. L’ammiraglio Caffio ci parla dell’importanza, già messa in luce in uno dei nostri precedenti articoli sulla rivista [https://vitaminevaganti.com/2020/12/05/litalia-e-il-mare-modeste-proposte-per-ritrovare-le-onde-perdute-lultimo-numero-di-limes/ ] delle Zee, le zone economiche esclusive. La sua interessante proposta è tutta da leggere e speriamo possa essere considerata dai nostri decisori politici.

Sull’assenza di strategia italiana in materia marittima ci illumina, in un’intervista, Giuseppe De Giorgi, Ammiraglio di squadra (in ausiliaria), già Capo di stato maggiore della Marina militare italiana. Il consueto titolo provocatorio di Dario Fabbri, l’esperto in geopolitica da seguire anche nelle puntate interessantissime di Mappa Mundi e negli approfondimenti settimanali in video, sul canale YouTubedi Limes, Se solo la Sicilia fosse italiana, ci ricorda la posizione strategica dell’isola che controlla lo Stretto (o Canale) e come Roma ne ignori il potenziale, lasciandola alla sovranità statunitense. Eppure la Trinacria potrebbe essere «vettore del nostro rilancio, moltiplicatore della nostra (ignorata) solidità geografica». Il rilancio del Sud passa per la valorizzazione della Sicilia, ma l’Italia, «penisola senza mare», come con efficace espressione lo stesso Fabbri la descrisse in L’Italia è il mare, è tutta proiettata sul Nord, dimenticando, con le parole di Diodoro, che «la Sicilia è la più bella di quante isole si conoscano; indispensabile per primeggiare». La politica della Repubblica continua nel solco, tracciato dal Regno sabaudo, di considerarsi potenza terragna e di ignorare il mare. Eppure la nostra frontiera terrestre è di soli 1200km, mentre quella marittima di 8.300, in un rapporto di 7 a 1, del mare abbiamo bisogno perché siamo privi di materie prime e costretti a navigare il Mediterraneo per esportare i nostri prodotti.

Secondo Petroni l’Italia dovrebbe prendere esempio dalla Norvegia nei confronti della Russia e dismettere l’atteggiamento ancillare nei confronti degli Usa, cominciando a prendere iniziative proprie. Le strategie suggerite dall’autore meritano di essere conosciute. Da leggere con attenzione l’intervista a Calogero Mannino, uscito indenne dalle accuse di mafia dopo un lungo iter giudiziario, ex ministro che ci ricorda come sia strategico lo Stretto di Sicilia, che fa gola alle potenze straniere, in quanto crocevia tra Europa, Africa e Asia. A tale proposito Mannino cita una frase, di Sciascia, che scriveva: «Incredibile è l’Italia. E bisogna andare in Sicilia per capire quanto incredibile è l’Italia». «La Sicilia è la chiave del Mediterraneo centrale e meridionale. Dall’isola si controlla lo Stretto da cui passano, e sempre più passeranno, le rotte che legano l’Oceano Atlantico all’Indo-Pacifico. Come è sempre stato dall’apertura del Canale di Suez nel 1869» ricorda Mannino. Inaspettatamente, per noi che abbiamo letto di lui nei libri di Nando dalla Chiesa, l’ex Ministro sostiene che «Non è stata Tangentopoli a distruggere la Dc. Sono state le stragi di Capaci e Palermo». Per chi volesse saperne di più rinvio all’intervista, estremamente interessante, in cui si apprende anche in quali settori si dirigono gli appetiti di Cinesi e Francesi sull’isola. In La guerra del gambero di Pietro Messina apprendiamo quanto sia conteso “l’oro rosso” nelle acque vicine allo Stretto. Fabrizio Maronta scrive un articolo che è un vero e proprio allarme per il Sud, fondato sul Rapporto Svimez 2020. Vi si ricorda come «la batosta [per il Meridione n.d.r.] giunge al termine di un decennio che ha visto il mercato del lavoro meridionale – specie quello femminile – orientarsi verso i contratti a tempo determinato e il part time (sovente) involontario, dunque non motivato da esigenze di conciliazione casa-lavoro.» Inoltre sarà bene sapere che «Dal Duemila a oggi la popolazione residente al Sud è diminuita di oltre 33 mila abitanti, contro un aumento di 3,2 milioni nel Centro-Nord» e che le migliori menti se ne stanno andando da tempo.

Secondo Giorgio Cuscitto gli appetiti cinesi sulla Sicilia, che pure ci sono e sono tanti, non si realizzeranno perché nella Regione autonoma si trova la base aerea di Sigonella, con droni americani Reaper e Global Hawk e da cui è pronto il supporto logistico alla Sesta Flotta Usa. Nel dicembre 2019, gli Usa vi hanno localizzato anche il laboratorio medico-scientifico che nel 2012 aveva individuato la sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (Mers). Niscemi, poi, è la sede del Mobile User Objective System (Muos), responsabile delle comunicazioni satellitari militari gestite dalla Difesa americana e collegato con il centro d’intelligence di Napoli. La Sicilia è anche coinvolta nel settore dei cavi sottomarini, cui attiene il 99% dei traffici telefonici e Internet a livello mondiale. Un po’ di storia dell’isola durante la Seconda guerra mondiale, con protagonisti Churchill e Roosevelt, ci è ben raccontata da Marco Maria Aterrano nel suo scritto Sicily First.

Ma è la seconda parte che merita di essere approfondita per dilatare lo sguardo su quella che la rivista chiama Caoslandia. Di due Libie parla il bell’articolo di Gianandrea Gaiani, ovvero la spartizione russo-turca delle Libie, delle mire di Israele su Cipro e Grecia Orna Mizrahi, della presenza nel Mediterraneo delle petromonarchie Cinzia Bianco. Sulle mire dell’Egitto in Libia scrive Costanza Spocci nel suo bell’articolo Sirte è la linea purpurea del Cairo, con interessanti informazioni sulle importazioni di armi da parte del Paese che ancora non fa luce sul caso Regeni, che viola sistematicamente i diritti umani e che è il terzo importatore di armi al mondo, anche dall’Italia. Paese definito da un analista «economia capitalista militare 3.0». La scoperta del megagiacimento di Zohr nel Mediterraneo, di cui Eni detiene una quota del 50%, potrebbe essere una delle cause della vendita di armamenti italiani. «Ciò deriverebbe anche dalla necessità di proteggere il forziere marittimo di idrocarburi in un bacino oggetto delle crescenti mire di Turchia, Israele, Grecia ed Emirati, fra gli altri». Tiziana della Ragione affronta la posizione dell’Algeria, prossima allo Stretto di Gibilterra, che ha esteso la sua Zee fino ad Oristano e si pone oggi come la maggior potenza militare del Nordafrica, con pericolose mire espansionistiche e un’alleanza con Mosca e con la Cina da non sottovalutare. Agnes Levallois ci parla della Francia e dello scontro su più fronti con la Turchia. Chiara Lovotti con Arturo Varvelli scrivono di Mosca in Cirenaica e del gruppo Wagner, formazione paramilitare di mercenari che forse sotto mentite spoglie rappresenta proprio un braccio armato del Ministero della Difesa russa. Molto interessanti la conversazione di Caracciolo con Lapo Pistelli di Eni, l’articolo di Germano Dottori su Londra e il Mediterraneo, quello su Malta di Lorenzo Noto e infine quello dal taglio storico di Pietro Figuera sul fascino del mare nostrum per la Russia.

Tra i tanti scritti, tutti importanti, merita di essere approfondito quello di Pietro Messina, La Tunisia in caduta libera. Il Paese dei gelsomini è allo sbando. «Le rimesse dalla Libia erano una ventata d’ossigeno per l’economia tunisina.Quel flusso legale si è fortemente ridotto, mentre proliferano traffici illegali e mercato nero lungo il corridoio che collega le città di Madanīn e Bin Qardān con la frontiera libica. Il collasso economico si rispecchia sul piano sociale, perché il governo ha poche frecce al suo arco e da Bruxelles non arrivano soldi. È la tempesta perfetta. La Tunisia si reggeva sull’indotto turistico, ma l’epidemia ha cancellato oltre due milioni di posti di lavoro e molti giovani in assenza di scuola e lavoro si lasciano affascinare dalle formazioni jiadiste. Particolarmente esposta al fenomeno è la prima generazione post-rivoluzionaria, cresciuta con una concreta speranza di libertà e benessere. A tutti quei ragazzi i media, tunisini e non, mostrano un Occidente opulento. E a essi negato. La diffusa insofferenza che ne deriva si riflette nelle statistiche: solo nel 2020 si sono contate oltre mille proteste, molte violente: sabotaggi delle linee ferroviarie, danneggiamenti di condotte idriche e mezzi di trasporto, blocchi della produzione mineraria a Qafṣa, al-Kāmūr e Qābis, scioperi generali nelle cittadine dell’interno e il ritorno a una dimensione tribale che sembrava superata». A peggiorare i rapporti con l’Italia, dalla Campania sono state trasferite in Tunisia trecento tonnellate di rifiuti classificati come “civili”, in violazione di convenzioni internazionali e si sono aperte inchieste giudiziarie. Stupisce il silenzio dei media su questi avvenimenti, tanto vicini a noi. 

«L’Italia è immersa nel Mediterraneo. Vive se il mare è libero, muore se si chiude» scrive Caracciolo in apertura del suo editoriale. Saprà l’Italia permettersi di diventare una potenza marittima?

***

Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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