Fantascienza, un genere (femminile). Kate Wilhelm

«Kate Wilhelm was a prolific and award-winning author best known for her science fiction, fantasy, and speculative fiction and her mystery and suspense writing»: il primo aggettivo che connota Kate ― in questa voce della Oregon Encyclopedia a lei intitolata, redatta da Maureen Flanagan Battistella ― è «prolifica». La bibliografia di Kate è, in effetti, articolata e ricchissima, pur in relazione alla sua lunga vita (muore a ottantanove anni nel 2018): senza distinguere tra i generi nei quali si è espressa (fantascienza, fantasy, narrativa speculativa, mistery e suspense), si contano ventisei romanzi, cui se ne aggiungono quattordici della serie Barbara Holloway mysteries e sei della serie Constance Leidl and Charlie Meiklejohn mysteries; poi tre raccolte, tre romanzi brevi, e ancora quattro volumi di liriche, undici raccolte di racconti, otto racconti sparsi, un volume di saggistica; nell’ambito di questa monumentale produzione, i testi ascrivibili alla science fiction sono, o dovrebbero essere, trentaquattro: il condizionale è d’obbligo, perché – come noto – la fantascienza è genere ibrido per antonomasia.

Il secondo aggettivo è «pluripremiata»: Wilhelm riceve per prima il Solstice Award, conferitole nel 2009 dagli Science Fiction Writers of America, ed è inserita nella Science Fiction Hall of Fame nel 2003; in precedenza, aveva vinto il Nebula Award per il miglior racconto breve con The Planners (1968); con Where Late the Sweet Birds Sang (1977) l’Hugo Award per il miglior romanzo, il Locus Award per il miglior romanzo e il Jupiter Award, si era inoltre classificata terza per il John W. Campbell Memorial Award e aveva ricevuto una nomination per il Nebula Award; con The Girl Who Fell into the Sky (1986) il Nebula Award per il miglior romanzo; con Forever Yours, Anna (1987) il Nebula Award per il miglior racconto; infine, nel 2006 con il saggio Storyteller: Writing Lessons & More from 27 Years of the Clarion Writers’ Workshop l’Hugo Award per il miglior libro correlato e il Locus Award (si ricorda che i premi sono assegnati l’anno seguente rispetto alla pubblicazione dei testi).

Kate Wilhelm fotografata da William Tienkien alla Campbell Conference presso l’Università del Kansas, Lawrence, nei giorni 11-13 luglio 2003: in quell’anno la scrittrice è infatti inserita nella Science Fiction and Fantasy Hall of Fame

Quanto, di tutta questa prolificità, è stato tradotto in Italia? Poco: cinque romanzi (di cui due scritti a quattro mani con Theodore L. Thomas), tre romanzi brevi (o racconti lunghi), dieci racconti; le edizioni più recenti dei due romanzi più significativi, Where Late the Sweet Birds Sang (titolo italiano Gli eredi della terra) e Juniper Time (titolo italiano Il tempo del ginepro) non vanno oltre il 1992, ormai quasi trent’anni fa. Una seria valutazione dell’autrice risulta ardua anche per un altro motivo: la qualità della sua produzione ha infatti un che di misterioso, poiché l’eccellenza si concentra nei due romanzi or ora menzionati (in particolare nel primo), che sono preceduti e seguiti da racconti (almeno quelli apparsi in Italia) con qualche eccezione non convincenti, o comunque non all’altezza delle prove migliori, per quanto costruiti con coerenza, centrati su personaggi credibili e non stereotipati, animati da tensione etica e psicologica. A partire da The Planners (I pianificatori, pubblicato dalla bella rivista Robot n. 22 del gennaio 1978, dieci anni dopo il Nebula), che lo stesso Vittorio Catani definisce «strano e inconsueto […] a tratti indecifrabile»: il tema centrale è quello della sperimentazione su grandi scimmie, mediante innesti di geni umani, in un futuro prossimo venturo di desolante inautenticità: realtà e immaginazione, sogno e veglia, spazio interiore e laboratorio scientifico sfumano l’uno dell’altro senza soluzione di continuità, come i discorsi tra gli studiosi e i pensieri dei protagonisti si riversano gli uni negli altri, rendendo ardua l’intelligibilità.

Più riuscito Baby, You Were Great (Bambola, sei stata grande), del 1967, un racconto che consuona singolarmente con Trattamento di quiescenza di Primo Levi (l’ultima delle Storie naturali del 1966) e del quale certo si ricorderà James Tiptree jr, alias Alice Sheldon, in uno dei suoi capolavori, The Girl Who Was Plugged In (1973). L’invenzione dello scienziato John Lewisohn, collaudata in società con l’imprenditore Herb Janits, porta alle estreme conseguenze il popolare genere del reality: «Il congegno era molto semplice. Una volta inseriti alcuni elettrodi nel cervello, la persona era in grado di trasmettere le proprie emozioni, che a loro volta venivano messe in onda e captate dal pubblico attraverso i caschi. Non c’era trasmissione di parole o di pensieri, soltanto emozioni primarie… paura, amore, rabbia, odio… Inoltre, grazie a una macchina da presa che mostrava ciò che vedeva la persona e a una voce doppiata, si diventava la persona che provava quell’esperienza, con una sola differenza importante: si poteva spegnere l’aggeggio se la cosa si faceva insopportabile. L’attrice non poteva farlo» (la bella traduzione del racconto è di Oriana Palusci). Già, l’attrice. Una donna, naturalmente: Anna, nella spirale di un gioco al rialzo che la porta fatalmente a perdere la libertà, la vita privata, sé stessa, a diventare pedina senza sapere di esserlo perfino negli incontri in apparenza casuali, negli affetti, nei sogni. Schiava per sempre, senza nessuna possibilità di fuga o riscatto, con qualche dubbio da parte di John, con smisurato cinismo da parte di Herb, perché il business è ormai troppo grande: «I caschi non erano in vendita, venivano dati in affitto solo dopo un’unica breve seduta di prova. Ogni primo del mese veniva riscosso un dollaro quale rata del noleggio. Gli abbonati superavano ormai i trentasette milioni. Herb aveva acquistato una rete televisiva dopo il secondo mese di trasmissioni, quando la richiesta di altre ore gli impediva di occuparsi dei programmi normali. Da uno spettacolo settimanale di un’ora si era passati a un’ora ogni sera, e adesso la diretta durava per otto ore al giorno, e altre otto ore la differita». The show must go on: «Trentasette milioni di persone idiote, Anna, che non hanno mai provato altro che noia e frustrazione finché tu hai dato loro la vita. In fondo, che cos’hanno? Lavoro, figli, conti da pagare. Tu hai dato loro il mondo, bellezza!».

Quando nel 1968 vince il Nebula con The Planners, Kate ha quarant’anni: nata a Toledo, Ohio, l’8 giugno 1928, Katie Gertrude Meredith ha trascorso l’adolescenza a Louisville, Kentucky, ove si è diplomata alla Girls’ High School cittadina, ha svolto diverse attività lavorative (da centralinista a modella), ha sposato Joseph Wilhelm e ha avuto due figli, Douglas nel 1949 e Richard nel 1953.

Kate Wilhelm in una foto giovanile di autore non noto,
tratta dal suo profilo Facebook

A Louisville ha frequentato con regolarità e passione l’osservatorio astronomico universitario e la biblioteca pubblica: il primo le apre lo sguardo alla vastità dell’universo («wide universe»), la seconda, attraverso la lettura, le permette di scoprire la propria inclinazione a narrare storie: «Ero una casalinga con due bimbi piccoli – racconta in una tarda intervista – stavo leggendo un’antologia, l’ho posata e mi sono detta “Posso farlo”». Ecco: nel 1956 Kate Wilhelm («a housewife with two young children») pubblica il suo primo racconto, The Pint-Sized Genie, sul numero di ottobre di Fantastic, rivista di successo in quegli anni. Dopo il divorzio dal primo marito, di cui mantiene il cognome nelle pubblicazioni, nel 1963 sposa lo scrittore di fantascienza Damon Knight (1922-2002), con il quale vive a Eugene, Oregon (di qui il senso di appartenenza a questo Stato), fino alla morte di lui e alla propria, avvenuta l’8 marzo 2018

Kate e Damon danno vita non solo a una felice unione quarantennale, ma anche a un sodalizio proficuo sotto il profilo della promozione della science fiction: entrambi, nel 1968, contribuiscono a fondare l’annuale Milford Writers’ Conference (al Clarion State College di Milford, Pennsylvania) e formano generazioni di scrittori e scrittrici attraverso il loro Clarion Science Fiction and Fantasy Writers’ Workshop (dapprima a Eugene, Oregon, ora all’Università della California, San Diego).

Damon Knight e Kate Wilhelm – Writers / Husband and Wife (Robert Miller, 1981)

La consacrazione e la notorietà arrivano per Kate con Where Late the Sweet Birds Sang, del 1976, molto apprezzato sia dalla critica sia dal pubblico, opera della piena maturità: su questa, e sulla successiva Juniper time, del 1979, sarà centrata l’analisi, non sui racconti, come si è detto indubbiamente meno convincenti.

Copertine dei due romanzi di Kate Wilhelm, in traduzione italiana, qui principalmente trattati: Gli eredi della terra
(Armenia, 1978) e Il tempo del ginepro (Nord, 1987)

Gli eredi della terra (così nella traduzione italiana) è un romanzo bellissimo. Consta di tre parti, in una continuità correlata al susseguirsi delle generazioni: Where Late the Sweet Birds Sang (da un emistichio del sonetto 73 di William Shakespeare, sul malinconico scorrere del tempo, che dà il titolo alla trilogia nell’edizione in lingua originale, letteralmente Dove dolci cantavano gli uccelli), Shenandoah (dal nome della valle della Virginia ove principalmente si svolge la vicenda) e At the Still Point (pure da un emistichio del primo dei Four Quartets di T.S. Eliot, che prosegue of the turning world, ovvero Al punto fermo del mondo in rotazione, sulla possibilità di cogliere l’essenza delle cose e sottrarle all’insignificanza e alla caducità). Queste citazioni colte forniscono la chiave di lettura del romanzo e della migliore produzione di Kate, il cui approccio alla science fiction non è rivolto al progresso scientifico e tecnologico tra presente e futuro prossimo, ma agli effetti e alle ricadute di questo sulle persone, sulla loro psiche e sulla loro vita e, ancora, sull’organizzazione sociale che esse si danno. Non è un caso, dunque, che la scrittrice sia stata definita «a master of psychological fiction».

La vicenda si svolge nella parte orientale degli States, nel cuore della Virginia, per toccare in un viaggio iniziatico gli stati di Washington D.C., Maryland, Pennsylvania, New Jersey, fino quasi a New York, inavvicinabile perché «circondata da un anello di morte»; il tempo è soltanto appena un poco spostato oltre la contemporaneità, ancora memore della crisi petrolifera ed economica del 1973. «Io so riconoscere i segni, David – dice nonno Sumner al nipote – L’inquinamento ci sta sommergendo più velocemente di quanto chiunque si possa render conto. […] Ora, mentre ti parlo, la carestia sta infuriando su un quarto del globo. Anche qui, da noi, da tre o quattro anni, ci sono periodi di carestia, e vanno peggiorando. […] Ci sono più siccità e inondazioni di quante ce ne siano mai state in passato». La conclusione del vecchio saggio è un durissimo attacco ai governanti delle nazioni più industrializzate: «Quei dannati imbecilli sono sempre pronti a dare la colpa di ogni catastrofe alle condizioni climatiche locali, e voltano la schiena al fatto che questo è qualcosa di globale, e quando finalmente si degneranno di occuparsene sarà troppo tardi!». Sono gli anziani delle famiglie Sumner e Wiston, agricoltori «custodi del suolo», non proprietari, a percepire i prodromi dell’apocalisse che non tarderà, non nella forma di una catastrofe improvvisa ma nell’inesorabile esaurirsi delle risorse della terra, e a trasmetterne la consapevolezza ai nipoti, David per la prima famiglia, Celia per la seconda, bimbi cresciuti insieme, poi separati sul finire dell’adolescenza, quindi di nuovo insieme a costruire una possibilità di futuro per il genere umano, in una comunità piccola ma autosufficiente nella Shenandoah Valley, mentre dall’esterno giungono notizie «di epidemie di peste, di carestie, di aborti spontanei, di bimbi nati morti, di sterilità e di sempre nuove malattie».

La Shenandoah Valley, Virginia, ove il fiume omonimo confluisce nel Potomac:
è il luogo ove si svolge la vicenda del romanzo Where Late the Sweet Birds Sang
(www.su.edu/education/special-programs/shenandoah-valley-writing-project/)

Ecologia e sviluppo sostenibile, inquinamento e risorse non rinnovabili: a questi temi, attuali più che mai anche a oltre quarant’anni di distanza, Kate Wilhelm unisce la riflessione su maternità e sterilità, centrale in tutta da fantascienza (e non solo) delle donne, da Charlotte Perkins Gilman ad Alice Sheldon, da Katharine Burdekin a Margaret Atwood, prospettando l’estinzione della razza umana, come già Mary Shelley in L’ultimo uomo e Jack London in Il morbo rosso (e che dire del leopardiano Dialogo di un folletto e di uno gnomo? «Voi gli aspettate invan: son tutti morti»). Se l’umanità non si estingue, è grazie alla clonazione: ma il divario tra chi è stato concepito dall’incontro di un uomo e una donna e chi è nato dalla duplicazione programmata di cromosomi si dilata in questa presunta «prima, vera società senza classi sociali» fino a divenire gelida incomprensione, sopraffazione del nuovo sul vecchio, emarginazione o eliminazione dei «sacrificabili», anziani malati e non produttivi, irrimediabilmente diversi (qualche similitudine con la distopia contemporanea? Sì). E si prospetta così una nuova condanna all’estinzione, determinata questa volta dall’incapacità di «fratelli» e «sorelle» (tali sono i cloni, che non sanno vivere individualmente) di affrontare e risolvere difficoltà e problemi imprevisti, ma anche di partecipare alla dimensione della natura selvaggia e di godere della sua bellezza: il che, invece, riesce a Mark, giovane ribelle («O lo domeremo, o ci sbarazzeremo di lui» dicono i cloni a capo della comunità). Figlio naturale di Molly, che ha sperimentato solitudine e inclinazione all’espressività dell’arte, marcandosi come diversa, e di Ben, che ha avuto il torto di rispettarla e proteggerla, Mark è «alieno sotto ogni aspetto»: grazie all’amore per la libertà della madre, dalla quale è separato ancora poco più che bambino, e alla lettura dei libri trovati nella «vecchia casa» abbandonata dei Sumner, grazie al viaggio compiuto in solitaria in canoa (sul fiume Potomac, nella baia del Delaware, sul fiume Schuylkill) e all’empatia con la foresta e con gli alberi che la popolano come presenze amiche, il giovane è in grado di affermare la propria unicità irripetibile: «Io sono uno. Io sono un individuo! Io sono uno!».

«Vorrei spendere una parola in favore della Natura, dell’assoluta libertà e dello stato selvaggio, contrapposti a una libertà e a una cultura puramente civili; vorrei considerare l’uomo come abitatore della Natura, come sua parte integrante e non come membro della società»: questo il profetico inizio di Walking (Camminare), opera ultima di Henry David Thoreau, pacifista ed ecologista ante litteram, vissuto negli Stati Uniti del XIX secolo e, per due anni, nella foresta di Walden Pond. La capacità di condurre, almeno in parte, la propria esistenza into the wild è per Kate la capacità di sopravvivere con i mezzi che la Natura spontaneamente offre, non sfidandola nella posizione del dominatore che si pone al centro del mondo, ma assecondandola come docile parte del tutto, pur nella propria individualità.

Celebre fotografia di Kate Wilhelm, di autore non noto, presumibilmente scattata tra la fine degli anni Ottanta
e l’inizio degli anni Novanta (archivio Richard Wilhelm)

Juniper time è complementare rispetto a Where Late the Sweet Birds Sang: il romanzo scritto per primo è ambientato nella parte orientale degli Stati Uniti e ha per protagonisti due personaggi maschili, David e Mark, pur essendo questi affiancati da comprimarie femminili fuori dal comune, l’amata Celia e la madre Molly, destinate a lasciare un segno forte ma a passare troppo presto; quello scritto per secondo si svolge nella parte occidentale degli States, tra Oregon e Idaho, quel Far West ridiventato «grande nulla» in seguito a una feroce, eccezionale siccità planetaria; vede come protagonista memorabile una giovane donna bionda e minuta, Jean, probabile proiezione dell’autrice, nel suo percorso di consapevolezza e comprensione della vita, pur affiancata a distanza dall’amico d’infanzia Arthur, che tutti chiamano per cognome, Cluny.

La vicenda parte da lontano: dalla narrazione in soggettiva di Jean, figlia adolescente dell’astronauta Daniel Brighton, impegnato nella stazione orbitante Alfa, così come il padre di Cluny, colonnello della Nasa. Le vite dei due giovani si snodano parallele, senza incontrarsi per diversi anni, mentre la situazione mondiale peggiora e peggiora sempre più gravemente, per la siccità, la carestia, la disoccupazione, la crisi sociale e l’assenza di futuro: Kate Wilhelm le segue entrambe, in attesa ― è evidente ― che tornino a incontrarsi. A Jean, rimasta orfana di padre, sembra toccare il peggio: il suo talento di linguista non le consente di trovare un’occupazione degna, anzi, finisce per nuocerle nel momento in cui l’esercito inizia a interessarsi del filone di ricerca da lei seguito; il convivente Walter ha con lei una relazione non priva di affetto ma strumentale; la mancanza di lavoro la costringe a vivere a spese del governo come profuga in una repellente «Città Nuova» (alla periferia degradata di Chicago), ove ogni giorno si consumano «zuffe e assassini e stupri»; fino a quando, ripiegata su sé stessa, parte in autobus per la costa occidentale, e, superate Seattle e Portland, arriva a Bend, Oregon, per prendere dimora nella casa che la ha lasciato in eredità il nonno paterno, altra grande figura di vecchio saggio. A Cluny, pure rimasto orfano di padre, sembra invece toccare il meglio: una splendida moglie, figlia di un ricchissimo magnate conservatore, amici stimolanti e sinceri, un progetto di lavoro in continuità con quello paterno che riceve approvazione e finanziamenti, una vita brillante.

Apparenze: Jean ritrova l’autenticità di una esistenza per sé e per gli altri grazie all’accoglienza di una comunità di nativi americani, ai quali si unisce con spirito pionieristico, imparando a riutilizzare pompa per l’acqua e lampada a olio, ma soprattutto, con rispetto e umiltà, senza alcun pregiudizio e arroganza, scoprendo che dio dorme nella pietra, nel fiume, nel vento, e che montagne, foreste, deserti respirano all’unisono con l’universo. Con l’aiuto della madre simbolica Serena, sposa di Robert, capo della comunità nativa, Jean/Olahuene impara a non negare il proprio passato, a elaborarlo, a farlo parte di sé con tutto il suo portato di dolore e violenza, senza tuttavia cedere all’autocommiserazione, perché il passato «puoi accettarlo ed esaminarlo, usare quello che serve; oppure puoi tornare a soffrire più e più volte con la stessa infelicità che hai già avuto. – le dice Serena – Oppure puoi dimenticarlo ed essere governata da esso secondo modi che non capirai mai».

Panorama della riserva indiana di Warm Springs, a circa settanta miglia da Bend, Oregon: due tra i luoghi più significativi ove si svolge la vicenda del romanzo Juniper Time. In primo piano piante di ginepro (de.wikipedia.org/wiki/Warm_Springs_Indian_Reservation)

Sono queste le pagine più belle del romanzo: straordinarie descrizioni naturalistiche e paesaggistiche (efficaci quanto lo sono, in negativo, quelle urbane); contatto fisico e spirituale con un ambiente nel quale è possibile ritrovare sé stessi attraverso il cammino che apre spazio al pensiero, un passo dietro l’altro, certi di non perdere la via, perché sarà questa a ritrovare chi procede con la guida del sole, con il suo levarsi e tramontare, e delle stelle più vicine all’asse del cielo; senso di appartenenza a una comunità autentica, che sa dare valore alla dignità della vita (che non è mera sopravvivenza) e rispettare l’altro senza prevaricarlo o assimilarlo, pur rivendicando la propria libertà di scelta.

Jean diviene una giovane donna forte e sicura, capace di vivere il presente, «semplicemente come la parte mobile di un tutto»: e come tale accoglie Cluny, che l’ha cercata e trovata per risolvere un enigma spaziale redatto in un codice sconosciuto; il giovane, invece, ha smarrito le proprie certezze, si sente frustrato e impotente, ancor più disorientato nello scoprire che l’amica di un tempo non ha affatto bisogno della sua protezione: «aveva passato un anno con i selvaggi ed era diventata una selvaggia anche lei». Eppure, Cluny avrà un ruolo determinante per Jean, a riprova che il genere umano non può salvarsi da solo, che la salvezza è nel rapporto con la Terra, alla quale tutti apparteniamo e ritorneremo, nella capacità di decidere di sé e di trovare in sé l’immaginazione e la forza per guardare al futuro.

Montagne e foreste nei pressi di Eugene, Oregon, ove Kate Wilhelm e Damon Knight hanno vissuto insieme per quasi quarant’anni (www.eugenecascadescoast.org/blog/post/above-the-fog/)

Kate Wilhelm e Damon Knight hanno vissuto insieme per quasi quarant’anni a Eugene, Oregon, tra montagne e foreste, eppure non lontani dal deserto e dall’oceano, e dalla riserva indiana di Warm Spring: entrambi al secondo matrimonio, hanno cresciuto i figli di lei (Douglas e Richard), le figlie e il figlio di lui (Valerie, Christopher e Leslie) e hanno generato insieme un sesto figlio (Jonathan). Nella parte terza di Where Late the Sweet Birds Sang, il clone Barry – che ha costantemente rinviato la punizione invocata dai fratelli per Mark – riflette «sull’individualità di ogni fiocco di neve», chiedendosi «se qualcuno dei bambini più piccoli sapesse che ogni fiocco di neve era diverso. E se gli fosse stato detto che era così, se gli fosse stato detto di esaminare i fiocchi di neve, come esercizio di ricerca, avrebbero trovato le differenze? Avrebbero pensato che era meraviglioso?».

I figli e le figlie di Kate Wilhelm certamente sì.

In copertina: Kate Wilhelm in una fotografia di autore non noto, presumibilmente scattata negli ultimi anni della sua vita, apparsa sul quotidiano newyorkese «Newsday» in occasione della sua morte.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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