Vis grata puellae

«L’uomo ha il diritto di chiedere, la donna ha il dovere di rifiutare»

Sceneggiatura del film Sedotta e abbandonata, 1964

Per fare sesso bisogna essere certi che la persona con cui si desidera farlo voglia la stessa cosa. Sembra ovvio, eppure esistono molti equivoci sul significato della parola ‘consenso’.
Per dare l’idea dell’arretratezza in materia che caratterizzò la giurisprudenza italiana anche nel secondo dopoguerra basta riportare una sentenza della Cassazione datata 20 febbraio 1967: «Non può raffigurarsi violenza in quella necessaria a vincere la naturale ritrosia femminile, destinata a crollare al primo squillo di tromba come le mura di Gerico».
Concordava ancor più di recente (1982) il Tribunale di Bolzano, coniugando sessismo e classismo: «Qualche iniziale atto di forza o di violenza da parte dell’uomo non costituisce violenza vera e propria, dato che la donna soprattutto fra la popolazione di bassa estrazione sociale e scarso livello culturale vuole essere conquistata anche con le maniere rudi, magari per crearsi una sorta di alibi al cedimento ai desideri dell’uomo».
Correva l’anno 1999 quando uscì un’altra sentenza della Cassazione: ribaltando la sentenza d’Appello che lo aveva condannato a due anni e mezzo di carcere, i giudici assolsero un 40enne istruttore di guida dall’accusa di stupro ai danni di un’allieva 18enne. La ragazza indossava un paio di jeans, indumento che per la Suprema Corte risulta — per «dato di comune esperienza — quasi impossibile sfilare anche in parte dalle gambe di una persona senza la sua fattiva collaborazione, poiché trattasi di una operazione che è già assai difficoltosa per chi li indossa».
Leggiamo identica sostanza nell’articolo di Massimo Fini pubblicato sul Fatto Quotidiano del 17 ottobre 2017 col titolo elegante “Fica Power colpisce ancora”: «A complicare le cose c’è l’eterna ambiguità della donna. Perché i suoi primi no possono essere di pura parata e nascondere un sostanziale sì».
Non hai colpa se la tua vittima non si oppone abbastanza allo stupro: questo quanto stabilito nello stesso anno dai giudici torinesi, che hanno assolto «perché il fatto non sussiste» un dipendente della Croce Rossa accusato nel 2011 da una giovane collega precaria poiché la donna non ha gridato, non ha chiesto aiuto e non ha «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona».

Risuonano implacabili le antiche parole dell’Ars amandi di Ovidio:

«Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! Ciò che piace a loro è dar per forza ciò che vogliono dare. Colei che assali in impeto d’amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; [poiché] il pudore vieta alla fanciulla di agir per prima. Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che resistendo, essere vinta insieme».

Per secoli il procedimento classico è stato che lui dovesse chiedere e lei dovesse dire no. Sembra un gioco, quel mercanteggiare; ma ha avuto conseguenze tragiche.
Alla base c’è la tradizione della passività femminile nel campo della seduzione: anche se innamorata la donna non poteva prendere l’iniziativa ma doveva presentarsi come pudica e ritrosa, predisponendosi, in virtù delle sue passività, a “sottostare” al desiderio del maschio in modo da non sembrare sfacciata. Il presupposto che lei non avesse desideri (“non lo fo per piacer mio …”) reggeva tutto il copione, l’ignoranza in campo sessuale completava il quadro.
Alla base ci sono i comodi equivoci maschili sul tema del consenso: vocabolo che in ogni rapporto umano — pensiamo ad esempio, per quanto sia triste il paragone, ai contratti commerciali — non significa “non dire di no”, bensì “dire esplicitamente di sì”.

Lo spiega bene Tea Consent (un documento un po’ ironico un po’ serio stilato dalla Polizia inglese per chiarire i termini della questione): «Se ancora fai fatica a capire cosa vuol dire consenso, immagina soltanto che invece di prepararti a fare del sesso, stai per preparare una tazza di tè. Se dici “Hey, ti andrebbe una tazza di tè?” e l’altra ti risponde “Oddio, assolutamente sì, ho una voglia matta di una tazza di tè! Grazie!”, allora sai che vuole una tazza di tè. Se dici “Hey, ti andrebbe una tazza di tè?” e l’altra fa “uhm” e “ahh” e dice “Non sono proprio sicura…”, allora puoi preparargliela o meno ma sii consapevole che potrebbe non berla e che se non la beve — questa è la parte importante — non gliela farai bere (per forza). Il fatto che tu abbia preparato il tè non vuol dire che hai il diritto di farglielo bere per forza. Se dicono “no, grazie” allora vedi di non prepararle il tè. Non farle il tè, non farle bere il tè, non prendertela con lei perché non vuole il tè.
Potrà anche dire “si grazie, è molto carino da parte tua” e poi quando il tè è pronto non lo vuole più. Certo è un po’ fastidioso perché tu hai fatto tutto lo sforzo di prepararlo, il tè, ma rimarrà libera dall’obbligo di bere il tuo tè. Voleva il tè, ora non lo vuole più. A volte le persone cambiano idea nel tempo che occorre per far bollire l’acqua nella teiera, fare l’infusione e aggiungere il latte in tazza. E va bene così, le persone cambiano idea, e tu nonostante tutto non hai il diritto di guardarle bere il tè anche se hai fatto tutto lo sforzo di prepararlo.
Se sono prive di sensi, non preparare loro il tè. Le persone svenute non vogliono il tè e non possono rispondere alla domanda “vuoi del te?” perché sono svenute. Ok, forse erano vigili, sveglie, quando hai chiesto se volevano del tè e hanno detto di si, ma nel tempo trascorso mentre l’acqua bolliva, hai fatto l’infusione e hai messo il latte in tazza, hanno perso conoscenza. Dovresti solo appoggiare la tazza di tè, assicurarsi che la persona che ha perso i sensi stia bene e — questa è la parte importante — non devi far bere loro del tè. Avevano detto di sì prima, sicuro, ma le persone in stato di incoscienza non vogliono del tè.
Se qualcuna aveva detto di sì a una tazza di tè, ha cominciato a berlo, e poi ha perso i sensi, si è addormentata, è svenuta prima di finirlo, non devi continuare a versarglielo giù per la gola. Togli la tazza di tè e assicurati che stia bene. Perché le persone che hanno perso conoscenza non vogliono del tè.
Se una persona avesse detto di “sì” a bere un tè a casa sua sabato scorso, questo non significa che voglia che tu faccia il tè per lei ogni volta. Non significa che voglia che tu vada a casa a trovarla per farle il tè e obbligarla a berlo dicendo qualcosa tipo “ma la settimana scorsa il tè lo volevi” e non significa che abbia voglia di svegliarsi con te che le stai versando il tè giù per la gola dicendo “ma il tè la notte scorsa lo volevi”.
Se puoi capire come sia completamente assurdo forzare le persone a bere un tè quando non lo vogliono, e se sei in grado di capire quando le persone non vogliono il tè, allora perché è così difficile capire la stessa cosa quando si tratta di sesso?»

***

Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

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