And the winner is…

Premi Oscar 2021, edizione numero 93. Anche quest’anno è arrivato il momento del premio cinematografico più famoso al mondo e fra i più prestigiosi; sarà un’edizione anomala e in ritardo rispetto ai tempi consueti, di circa due mesi, a causa della pandemia e in attesa che la maggioranza della popolazione americana risulti vaccinata. La cerimonia si terrà a Los Angeles, nel Dolby Theatre, nella notte fra 25 e 26 aprile, ma per lo più gli interventi saranno on line. Dal 15 marzo sono state rese note le candidature per le 23 categorie ammesse e balzano agli occhi le 10 nomination per il film Mank, presente sulla piattaforma Netflix. E si tratta di categorie importanti: miglior film, migliore regia (David Fincher), attore protagonista (il bravissimo Gary Oldman), attrice non protagonista (Amanda Seyfried), fotografia, scenografia, costumi, trucco, colonna sonora e, infine, sonoro. D’altra parte questo è un film ambientato in due precisi momenti del passato (1930 e 1940) e una accurata ricostruzione era indispensabile, e qui lo è davvero, in un bel bianco e nero d’epoca. Sicuramente è una pellicola ben costruita e molto ben recitata che si rifà a una vicenda poco nota da chi segue il cinema solo in occasioni sporadiche e ne ignora la storia. Allora parliamone.

Intanto il titolo: non è altro che l’abbreviazione del cognome Mankiewicz, ma si tratta di Herman, lo sceneggiatore, fratello del regista Joseph, assai celebre a Hollywood. La parte centrale del film vede Mank in una casa appartata, sorvegliato a vista da una infermiera perché allettato a causa di un incidente e tentato continuamente dall’alcol di cui è schiavo. Ha un compito preciso per contratto: entro i due mesi di convalescenza deve ultimare la sceneggiatura di un nuovo film, quello che si intitolerà Quarto potere e sarà diretto da Orson Welles, appena venticinquenne. L’anniversario da segnalare è l’uscita nelle sale americane avvenuta il 1° maggio 1941, proprio ottanta anni fa. Per Herman è una lotta contro il tempo perché è indisciplinato, spesso ubriaco, svogliato, distratto, ma riesce a farcela, grazie all’ispirazione fornita da un personaggio assai noto e reale: il magnate dell’editoria Hearst, divenuto citizen Kane nella sceneggiatura. Il film, realizzato e interpretato da Welles, ritenuto unanimemente uno dei capolavori della cinematografia mondiale, ottenne nel 1942 l’Oscar proprio per la sceneggiatura, secondo una parte della critica talmente perfetta da essere il vero pilastro dell’opera. Da quel momento Mankiewicz non realizzò altro e morì nel 1955. Il film ha avuto anche sei candidature ai Golden globe, mentre ha già ottenuto il premio per la scenografia dall’associazione dei critici di Chicago e da quella di San Diego, oltre a tre premi ai Satellite Awards.

Chloé Zhao, Nomadland

Come sempre il cinema americano domina in tutte le categorie, comunque di anno in anno è evidente il ruolo assunto dalle forme alternative di produzione rappresentate dai canali digitali, più ricchi, più forti, più competitivi. Basta un numero: Netflix ha in totale 35 nomination, contro le 24 dello scorso anno. Non possiamo qui esaminare tutte le candidature, ma mi vorrei soffermare su alcune e poi ripercorrere con voi alcuni momenti salienti delle edizioni passate, quando l’Oscar ci ha raggiunto da vicino. Fra le nomination come miglior film e migliore regia spiccano per la prima volta due registe, fatto davvero insolito visto che in questo settore le donne sono ancora una ristretta minoranza. Una è Chloé Zhao che ha realizzato Nomadland, con la sempre brava Frances Mc Dormand (anche lei candidata), un film piuttosto accattivante e acclamato (c’è chi ha detto “furbo”) su quella gente americana continuamente in giro per il Paese, su caravan e roulotte, senza terra e senza soldi. La pellicola ha già vinto il Leone d’oro a Venezia e due Golden globe.

Emerald Fenner, Una donna promettente

La seconda è Emerald Fenner che presenta il suo Una donna promettente, fra commedia e thriller, storia di una ragazza che ha un curioso modo di vendicarsi degli uomini, fingendosi ubriaca e poi terrorizzandoli con minacce per non farli approfittare di altre donne. Anche se un certo suo (folle) progetto non andrà a buon fine, suo malgrado, la vendetta è un piatto che si gusta freddo e perfino da morta raggiungerà i suoi obiettivi.

Per l’Italia questa è un’edizione piuttosto avara che riconosce solo il talento di Laura Pausini, interprete e co-autrice della canzone Io sì (di Warren-Pausini) inserita nel film La vita davanti a sé, e la grande bravura del tris di truccatori per Pinocchio (2019), regia di Matteo Garrone (Mark Coulier, Dalia Colli, Francesco Pegoretti). Non poteva poi mancare il genio creativo del nostro Massimo Cantini Parrini per i costumi straordinari di Pinocchio, un “sarto” che ha iniziato osservando la nonna al lavoro e poi ha seguito le orme di altri eccellenti costumisti italiani, attività in cui ci siamo sempre distinti: da Donatia Tosi, da Novarese a Gherardi, da Franca Squarciapino (Cyrano de Bergerac) fino a Gabriella Pescucci (L’età dell’innocenza), senza citare le nomination.

Milena Canonero

Ma una nota a sé merita Milena Canonero (Orso d’oro alla carriera a Berlino, nel 2017) con il suo record di quattro Oscar per i costumi di Barry Lyndon, Momenti di gloria, Marie Antoinette, Grand Budapest Hotel in cui ha dimostrato tutta la sua sapienza e inventiva, ma anche il gusto di ricreare le epoche passate, in modo non banalmente filologico: sto pensando ai magnifici vestiti della regina Maria Antonietta e della sua corte, fra cui fanno capolino le ciabattine dello stilista Manolo, oppure gli originalissimi abiti creati per Arancia meccanica o ancora i romantici dettagli presenti in La mia Africa.

Lina Wertmüller

L’Italia si è fatta onore più volte: impossibile non ricordare Sophia Loren che, uscita dal ruolo istituzionale di presentatrice, gridò festosa «Robberto!» (con due b) mentre Benigni, come un folletto, iniziò a saltare sulle poltroncine per raggiungere il palco, acclamato per il suo capolavoro La vita è bella (1999). Altre vittorie come migliore film straniero se le sono aggiudicate Fellini (quattro volte) e De Sica, con due premi speciali (Sciuscià e Ladri di biciclette) e due Oscar (Ieri oggi domani e Il giardino dei Finzi Contini); una vittoria ciascuno per Petri, Bertolucci, Tornatore, Salvatores, Sorrentino. Va tuttavia segnalata la candidatura importantissima di Lina Wertmüller: prima regista italiana ad essere in lizza nel 1977 con Pasqualino Settebellezze; ci vorranno parecchi anni per trovare un’altra candidatura femminile: Cristina Comencini con La bestia nel cuore (2006).

Passando ad altre categorie, magari meno celebrate ma non meno significative per la riuscita di un film, vanno ricordati i tre premi a Storaro (fotografia), Moroder (colonna sonora), Rambaldi (effetti speciali) e alla coppia Dante Ferretti-Francesca Lo Schiavo (scenografia). Degne di nota le presenze di altre due donne: Gabriella Cristiani (montaggio di L’ultimo imperatore, 1988) e Luciana Arrighi (scenografia per Casa Howard, 1993).

Anna Magnani

A proposito di interpreti principali va subito detto che l’unico attore italiano che abbia vinto l’ambita statuetta è stato Roberto Benigni, nonostante varie nomination per ruoli di spicco (Mastroianni, De Sica, Giannini, Troisi), mentre due attrici eccezionali sono riuscite nell’intento. E rappresentano un primato. Vediamo perché. Anna Magnani vinse l’Oscar con La rosa tatuata (1956) e fu la prima italiana e in assoluto la prima attrice non di lingua inglese a ricevere il premio, nel ruolo drammatico dell’immigrata Serafina Delle Rose, moglie fedele del camionista Rosario (Burt Lancaster). Medesimo onore toccò pochi anni dopo, nel 1962, a Sophia Loren, per la sua indimenticabile interpretazione di Cesira nel film La ciociara, diretto da Vittorio De Sica. Nel ’91 le è stato conferito anche un Oscar alla carriera. Da allora i nostri attori, sia donne che uomini, non hanno sfondato il muro di gomma della lingua inglese e della produzione americana, che sono gli assi pigliatutto. Ma ci sono tanti altri riconoscimenti europei a cui aspirare, forse più significativi in termini assoluti di qualità. Intanto incrociamo le dita per le tre candidature di quest’anno. Buona fortuna a loro e al cinema italiano.

In copertina: Oscar di Sophia Loren.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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