Shirley Horn. La creatività elegante 

Sono arrivato a settant’anni senza sapere nulla di Shirley Horn. Bel successo per uno convinto di essere un buon conoscitore del jazz e della sua storia. Ho incontrato la sua musica perché un caro amico, il batterista Pasquale “Lino” Liguori, un giovanotto classe 1926, nel corso di una delle nostre ricorrenti visite alla sua casa milanese (tra una zona rossa e l’altra) aveva regalato a Laura, che divide con me la passione per il jazz, un CD antologico sotto forma di guida turistico-musicale della città di New York; il brano iniziale, Big City, era cantato dalla a me allora sconosciuta Shirley: amore a prima vista per Laura, ma anche per me. Di lì a poco la nostra discoteca si è arricchita di dischi meravigliosi, da Loads of love a I remember Miles, da You won’t forget me – ove compare anche Miles Davis – a The main ingredient

Shirley Horn nasce a Washington il 1° maggio del 1934; è sua nonna, un’organista dilettante, a farle prendere lezioni di piano fin da piccola; si diploma ancora giovanissima in pianoforte e composizione. Le viene offerto anche di frequentare la prestigiosa Juilliard School ma deve rinunciare a causa delle modestissime possibilità economiche della famiglia. Ascolta avidamente i pianisti jazz dell’epoca; dirà in un’intervista: «Oscar Peterson è diventato il mio Rachmaninov e Ahmad Jamal il mio Debussy». Il suo matrimonio all’età di ventun anni con Sheppard Deering, un meccanico, mette un freno alla sua carriera musicale; Shirley si esibisce solo nelle aree di Washington e Baltimora. 

Il 7 agosto 1959 Horn entra per la prima volta in uno studio di registrazione: è stata convocata dal violinista Stuff Smith, jazzista con già una discreta carriera alle spalle. Siamo a Washington, agli Englewood Recording Studios, il committente è la ben nota etichetta Verve. 

Shirley Horn in uno degli scatti di un servizio fotografico realizzato da Bruno Bernard nel 1961

Ma quando il disco esce, del nome di Shirley Horn non c’è traccia: come pianista è indicato un certo John Eaton; sarà il leader di quella session a svelare, molti anni dopo, che sì, Eaton era presente quella volta, ma aveva suonato solo in un paio di brani; il vero pianista, anzi, la pianista, era una ragazza allora poco conosciuta e forse per questo, oltre che per essere donna in un ambiente prevalentemente maschile come quello del jazz, di fatto “cancellata”.
Passano tre anni prima che Horn riesca a emergere nell’ambiente, e lo fa grazie all’interessamento di Miles Davis, un fatto sorprendente considerato il carattere non certo facile e la scarsissima attitudine del trombettista a valorizzare altri musicisti, perfino quelli appartenenti alle proprie formazioni. È Miles, rimasto impressionato dall’ascolto di alcuni brani usciti per una minuscola etichetta indipendente, a negoziare per lei un contratto per una serie di registrazioni. La invita anche a esibirsi a New York, nell’intervallo delle performance del suo quintetto, al famoso Village Vanguard, giurando al proprietario del locale che non avrebbe più suonato per lui se non avesse ingaggiato Horn. 

Shirley Horn con Miles Davis in una fotografia di autore non noto, scattata nei primi anni Sessanta,
tratta dal retro della copertina dell’album I remember Miles del 1998 

Convinta da Davis, la prestigiosa Philips organizza, il 13 settembre 1962, una seduta dalla quale uscirà, per la propria etichetta Mercury, l’album Loads of love. Gli arrangiamenti sono affidati alla professionalità di Jimmy Jones e alla cantante viene concessa, cosa più unica che rara, la possibilità di stilare una lista dei suoi musicisti preferiti da coinvolgere nell’operazione. Molti di questi accettano e Shirley viene così accompagnata, oltre che da una nutrita sezione di archi, da un’ampia formazione di “stelle” del jazz, che vanno dal trombettista Ernie Royal ai sassofonisti Frank Wess e Gerry Mulligan, dal chitarrista Kenny Burrell al pianista Hank Jones. Malgrado tutte queste attenzioni, lei stessa racconta di essere arrivata alla data fissata in preda al panico, bloccata fuori dalla porta dello studio a guardare attraverso il vetro alcuni dei più grandi musicisti del mondo seduti ad aspettarla. 

Il repertorio è costituito prevalentemente da famosi standard del songbook americano (Jimmy Van Heusen, Cole Porter, George Gerschwin, Richard Rodgers), che Horn fa propri con elegante creatività. Sulla copertina del disco è presentata così: «A new voice sings – lush, warm and wonderful». Un solo vero problema con la Mercury: la volontà di questa di utilizzarla solo come cantante, separando questo talento da quello, altrettanto straordinario, di pianista. La sua voce di contralto è ricca di timbri, lussureggiante e seducente, il suo senso del ritmo e dell’armonia le permette di giocare come vuole con le melodie che affronta. 

Dopo l’uscita del disco, il “famigerato” manager Joe Glaser (quello di Louis Armstrong, Billie Holiday e molte altre stelle di quegli anni) le organizza un tour di tredici settimane che lei ricorda come «orribile» e che la lascerà esausta e disillusa; abituata a esibirsi solo a Washington, si troverà per quattro settimane all’Holiday Inn di Valparaiso (Indiana), alle prese anche coi locali membri del Ku Klux Klan; il proprietario dell’albergo è un appassionato di jazz, non così il pubblico, senza contare che, prima di lei, in quella città non si era mai esibito nessun musicista di colore. Delle altre registrazioni per l’etichetta Mercury verrà pubblicata solo quella effettuata nei giorni 15 e 16 dicembre del 1963: questa volta è accompagnata da un gruppo di quindici ottoni (cinque trombe, cinque tromboni, cinque corni francesi); di uno solo di questi musicisti si conosce l’identità, il trombonista Jimmy Cleveland. Gli arrangiamenti sono del famoso Quincy Jones, ma il risultato complessivo non colpisce particolarmente. 

Passa diverso tempo e Shirley cambia etichetta: è la ABC-Paramount che la convoca allo studio Bell Sound di New York per alcune sedute che, tra il febbraio e l’ottobre 1965, daranno vita a Travelin’ light. Questa volta l’arrangiatore è Johnny Pate, il cui lavoro appare decisamente efficace, che firma anche un paio di brani; l’orchestra comprende diversi musicisti di grande valore, tra questi il trombettista Joe Newman, i sassofonisti Jerome Richardson e Frank Wess e il chitarrista Kenny Burrell. Contrariamente a quanto accadeva nelle incisioni per la Mercury, Shirley è valorizzata anche come pianista; basso e batteria sono affidati a Marshall Hawkins e Bernard Sweetney, suoi accompagnatori abituali in quel periodo. Il brano che dà il titolo al disco era stato, nel 1942, uno straordinario successo di Billie Holiday, in quell’occasione accompagnata da una delle ultime formazioni orchestrali guidate da Paul Whiteman. 

Dalla metà degli anni Sessanta Shirley riduce significativamente i suoi impegni per dedicarsi alla famiglia e, in particolare, alla figlia Rainy: dopo un ultimo disco per l’etichetta Perception, intitolato significativamente Where are you going?, Shirley si allontana quasi completamente dal mondo della musica per circa dieci anni, dal 1972 alla prima metà del 1981, con solo un paio di eccezioni documentate. Rientra sulla scena internazionale con la partecipazione, nel luglio 1981, al North Sea Jazz Festival che si tiene in Olanda, a L’Aia: si presenta in trio accompagnata da basso e batteria, formazione che d’ora in poi le sarà abituale; la sua splendida esibizione, in veste di pianista e cantante, viene documentata da un CD pubblicato, anni dopo, dalla SteepleChase. Il bassista è Charles Ables, la cui carriera era iniziata come chitarrista nell’orchestra di Ray Charles e che, da quel momento, sarà per molti anni suo fedele compagno di viaggio unitamente al batterista Steve Williams. Questi due abili quanto discreti accompagnatori sono l’ideale per una perfezionista come Shirley Horn, che con loro può avvalersi di una intesa e di un affiatamento totali. 

Steve Williams, Shirley Horn e Charles Ables in una fotografia di autore non noto, scattata negli anni Ottanta
(Shirley Horn Collection – Library of Congress) 

Nel 1982 e nel 1983 si esibisce frequentemente nel prestigioso jazz club Ronnie Scott’s di Londra; l’anno successivo registra, col suo trio, The garden of the blues ancora per la SteepleChase. Concerti e registrazioni si moltiplicano: tra il giugno e l’agosto 1990, ai Clinton Recording Studios di New York, incontra diversi ospiti illustri, tra i quali il grande chitarrista e suonatore di armonica belga Jean “Toots” Thielemans, i fratelli Branford e Wynton Marsalis, per terminare con Miles Davis che suona con lei nel brano che dà il titolo al disco, You won’t forget me

In questa seconda parte della carriera, Shirley sorprende per la sua capacità di accompagnarsi al pianoforte mentre canta, con una indipendenza e una abilità che hanno pochi termini di confronto; l’arrangiatore Johnny Mandel dirà che era come se avesse due teste, aggiungendo che la sua abilità pianistica era paragonabile a quella di un nume tutelare del jazz come Bill Evans. Proprio come pianista, Horn figura in numerosi dischi al fianco di alcuni grandi interpreti che vogliono le sue mani sulla tastiera; a titolo di esempio: Carmen McRae in Sarah: dedicated to you e Merry Jazzmas (1990), Toots Thielemans in For my lady (1991), Benny Carter in Benny Carter songbook (1996). 

Da un concerto parigino al Theatre du Chatelet, col suo fedele trio, è tratto lo splendido CD I love you, Paris, pubblicato dalla Verve; del 27 settembre 1993 sono due brani – The girl of Ipanema e O amor em paz – insieme ad Antonio Carlos Jobim, Herbie Hancock e Ron Carter, registrati durante il Free Jazz Festival di San Paolo, in Brasile; tra il 15 e il 18 maggio convince la Verve a trasferire uno studio di registrazione mobile nel cortile di casa sua, all’interno della quale vene registrato The main ingredient, altro stupefacente album che vede la presenza, oltre al suo trio, di ospiti del calibro di Joe Henderson, Steve Novosel ed Elvin Jones. 

Joe Anderson, Elvin Jones e Shirley Horn in una fotografia di Jimmy Katz scattata tra il 15 e il 18 maggio 1995 nella casa di Shirley, a Washington, durante la registrazione dell’album The main ingredient 

Del dicembre 1997 sono i brani registrati per I remember Miles, lavoro dedicato all’amico, che l’aveva aiutata agli inizi della carriera, scomparso nel 1991; un disco per il quale le viene assegnato un Grammy Award nel 1999. Nello stesso anno lavora con il trombettista Clark Terry a bordo della nave da crociera Queen Elizabeth II; alcune registrazioni verranno pubblicate in Live on QE2. Sempre nel 1999 viene chiamata dal contrabbassista Charlie Haden a partecipare, come cantante ospite in alcuni brani, a quel capolavoro di nome The art of the song.
L’ultima esibizione conosciuta nella quale suoni il pianoforte, la vede accompagnata dal fedele Steve Williams alla batteria e dal contrabbassista Steve Novosel in sostituzione del compagno di mille concerti Charles Ables, scomparso poche settimane prima. Si tiene a Zurigo, Svizzera, il 27 ottobre 2001 al Theaterhaus Gessnerallee; non è mai stata pubblicata ma è stata trasmessa radiofonicamente. 

Shirley Horn e Charlie Haden in una fotografia di Greg Allen dal booklet dell’album
a nome di Charlie Haden The art of the song (1999) 

Il suo ultimo disco, nel quale al pianoforte al suo posto siede uno dei suoi idoli, Ahmad Jamal, è registrato tra il 3 e il 5 febbraio 2003 e il suo titolo è come un testamento per il suo pubblicoMay the music never end

Questa grandissima, elegantissima, pianista e cantante muore il 20 ottobre 2005 a settantuno anni, nella sua città natale. Un tumore al seno ha complicato un quadro clinico già compromesso da una grave forma di diabete, a causa della quale negli ultimi anni aveva dovuto rinunciare a suonare il pianoforte, in seguito all’amputazione del piede sinistro subita verso la fine del 2001. 

Copertine di due album tra i più significativi di Shirley Horn, The main ingredient (1996) e I remember Miles (1998) 

La sua voce «lussureggiante, calda e meravigliosa» e la sua musica riempiono di bellezza i giorni questo tempo difficile. 

In copertina: Shirley Horn in una fotografia di autore non indicato dal booklet dell’album Here’s to life (1992).

***

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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