LE DONNE DI RAFFAELLO. Francesca Ordeaschi, da Venezia a Roma 

Prima amante, poi moglie di Agostino Chigi detto il Magnifico, potente banchiere e mecenate senese. Di Francesca Ordeaschi non si hanno molte altre notizie. Neppure il cognome viene ricordato con certezza, chi la chiama Ordeaschi o Ordeasca, chi Ardeaschi, Ardeasca o Andreazza. Eppure parte dei dipinti presenti nella villa romana di Agostino Chigi, più nota come villa Farnesina, sono dedicati a lei, la giovane veneziana giunta a Roma insieme al ricco banchiere nella tarda estate del 1511. 

Baldassarre Peruzzi, Villa Farnesina, Roma

Agostino e Francesca si erano conosciuti a Venezia poco tempo prima. Il tesoriere dei papi, già vedovo da qualche anno, era in viaggio d’affari, come si direbbe oggi; la giovane donna, probabilmente di umili origini, forse svolgeva l’attività di cortigiana ed è presumibile che il loro incontro sia avvenuto sull’onda delle pulsioni amorose di Agostino, frequentatore anche a Roma di famose cortigiane. Fu amore a prima vista? Non lo sappiamo, sembra però plausibile che per Francesca la possibilità di trasferirsi a Roma con Agostino Chigi fosse l’occasione per uscire da una vita difficile. Sempre che non si voglia dar credito all’ipotesi che sia giunta nella città dei papi dopo essere stata rapita, come qualcuno afferma.  
All’arrivo a Roma ‒ e un altro ‘forse’ è d’obbligo ‒ Francesca potrebbe essere entrata in un convento di suore, chi dice per permetterle di ricevere una sorta di formazione culturale un po’ tardiva, chi per metterla al riparo dagli strali della famiglia Chigi che, se poteva tollerare la vita gaudente del potente Agostino, trovava estremamente indigesti i legami parentali con una cortigiana. 
Nel 1512 nacque il primogenito della sconveniente coppia, Lorenzo Leone. Il biasimo della famiglia si fece ancora più forte, la nascita dell’erede maschio rafforzava il ruolo di quella deplorevole donna e metteva in crisi gli assetti ereditari della dinastia; come se non bastasse il subbuglio cominciava a estendersi negli ambienti aristocratici e curiali romani. Agostino continuò a ignorare i consigli che gli provenivano sia dalla cerchia vaticana che nobiliare e visse con Francesca more uxorio per altri sette anni, fino al 28 agosto del 1519 quando fu celebrato il loro matrimonio nella lussuosa villa lungo il Tevere.

Giuseppe Vasi, Villa Farnesina vista dal fiume, XVII secolo

A officiare il rito papa Leone X in persona che, da molto tempo, premeva sul suo fidato tesoriere affinché regolarizzasse la posizione di Francesca e quella dei figli e delle figlie nate dalla convivenza. Nozze in pompa magna al cospetto di numerose e importanti personalità della Roma rinascimentale, nobili, intellettuali e cardinali che, secondo l’intento di Agostino, dovevano rendere omaggio a lui e alla sua bellissima sposa.  
Il tesoriere del patrimonio di San Pietro aveva fatto realizzare per tempo, nella Loggia e negli ambienti del piano nobile della villa, una serie di affreschi i cui percorsi iconografici avevano il compito di celebrare sé stesso e la donna che da anni gli era accanto, Francesca Ordeaschi. Gli invitati e le invitate alle nozze si radunarono nella Loggia di Psiche e i loro occhi furono catturati da «un lussureggiante motivo ornamentale, composto da festoni di fiori e frutti, in un giocoso rimando tra reali pergolati, logge del giardino e la raffinatissima “architettura vegetale” dipinta», scrive Maria Pia Ercolini nel primo volume Roma. Percorsi di genere femminile, edito da Iacobelli nel 2011.

Raffaello e allievi, Mercurio e Psiche, part. Loggia della Farnesina (a sinistra)
Raffaello e allievi, Psiche trasportata da amorini, part. Loggia della Farnesina (a destra)

In dieci pennacchi della Loggia, Raffaello e i suoi collaboratori avevano raccontato altrettanti episodi della favola di Apuleio Amore e Psiche, storia di un amore contrastato, messo alla prova più volte ma giunto alla lieta conclusione delle nozze. Se nella figura del dio Amore si celava metaforicamente Agostino, la bionda e armoniosa figura di Psiche voleva alludere a Francesca  che, come la protagonista della storia, aveva dovuto superare numerosi ostacoli negli anni della sua vita romana, dall’avversione della famiglia Chigi alle tante maldicenze e alla disapprovazione generale. Committente e artista vollero che il tema centrale degli affreschi fosse il matrimonio, narrato all’interno di due finti arazzi distesi sulla volta come fossero le coperture di un gazebo. Dentro cornici vegetali Raffaello e i suoi allievi dipinsero le fasi conclusive del racconto di Apuleio, Il concilio degli Dei e Le nozze di Amore e Psiche, momento in cui Psiche, ascesa all’Olimpo e divenuta immortale, si unisce per l’eternità ad Amore.

Raffaello e allievi, Le nozze di Amore e Psiche, Roma, Loggia della Farnesina

Grazie ad Amore-Agostino, la mortale Psiche-Francesca può innalzare il suo stato sociale, diventare “dea” e dismettere le vesti umane e terrene.

Giovanni da Udine, particolare degli affreschi, Roma, Loggia della Farnesina

Dopo tanto tripudio di corpi nudi e festoni rigogliosi, le persone invitate furono ammesse al piano nobile dove, nella cosiddetta Sala delle Prospettive affrescata da Baldassarre Peruzzi, si tenne il banchetto nuziale.  
 

Baldassarre Peruzzi, Sala delle prospettive, part. degli affreschi, Roma Villa Farnesina

Poco più in là, nella camera da letto che doveva accogliere i novelli sposi, Agostino Chigi aveva commissionato al pittore Giovanni Antonio Bazzi, detto Il Sodoma, un ciclo sulla vita di Alessandro Magno. Se la figura del sovrano macedone doveva riferirsi al ricco Chigi, la principessa Rossane, sua moglie, doveva alludere a Francesca: di nuovo l’unione matrimoniale al centro del percorso iconografico. 

Il Sodoma, Le nozze di Alessandro Magno e Rossane, part. degli affreschi, Roma, Villa Farnesina

Il condottiero macedone è il cardine della scena, è lui che porge la corona d’oro alla donna coperta solo di veli trasparenti e seduta sul bordo di un letto a baldacchino. Rossane riceve il simbolo del potere regale da Alessandro, così come l’immortalità divina viene concessa a Psiche grazie alla presenza e all’intervento di Amore tra le divinità dell’Olimpo. Come non pensare al potente Agostino che “magnanimamente” ha “tramutato” la cortigiana Francesca nella ricca signora della villa sulle sponde del Tevere?  
Le nozze celebrate da papa Leone X non portarono la pace nell’esistenza della sposa, donna di umili origini e a lungo concubina. La nuova vita matrimoniale durò pochi mesi, infatti Agostino morì improvvisamente l’11 aprile del 1520, solo cinque giorni dopo il suo amico e sodale Raffaello. Francesca, erede legittima dopo le nozze, divenne una ricca vedova con a disposizione 20.000 ducati in contanti e 20.000 in gioielli, somme davvero considerevoli che però non bastarono ad aprirle le porte degli ambienti romani né quelle del casato Chigi. Se in passato aveva vissuto con Agostino fuori dai codici morali dell’epoca, con il matrimonio Francesca era nuovamente colpevole, rea di aver trasgredito le norme delle rigide divisioni sociali. Se nella favola di Apuleio Psiche assurge alla dimensione divina, nella realtà la vedova rimase schiacciata dalla sua condizione di donna “immorale” e “sconveniente”. Sopravvisse solo sette mesi alla morte del marito; nel frattempo era nato il quinto figlio, chiamato Agostino in onore del padre scomparso. Intorno alla improvvisa e misteriosa morte di Francesca avvenuta, pare, per avvelenamento, nacquero dicerie contrastanti: brutale omicidio o suicidio indotto dal dolore per la scomparsa del marito? La famiglia Chigi respinse la donna ancora una volta, non consentendo che il suo corpo venisse tumulato accanto a quello del marito nella cappella della chiesa romana di Santa Maria del Popolo che, anni prima, Agostino aveva commissionato a Raffaello. Su Francesca Ordeaschi calò l’oblio, si dispersero le notizie, il suo nome e le sue origini vennero dimenticate, ignote rimasero le sue sembianze.  
Alcuni recenti studi hanno ipotizzato, però, che sia suo il volto immortalato da Sebastiano del Piombo in due opere: il ritratto femminile conservato agli Uffizi e l’immagine di una giovane donna con un cesto di frutta, nota anche con il titolo di Dorotea

Sebastiano del Piombo, Ritratto di donna, Firenze, Uffizi (a sinistra)
Sebastiano del Piombo, Ritratto di donna, detta Dorotea, Berlino (a destra)

Tutte e due le opere dovrebbero risalire al 1512, periodo in cui il pittore affrescava gli ambienti di villa Chigi sul Tevere. Veneziano Sebastiano, veneziana Francesca, entrambi legati per motivi diversissimi ad Agostino ed entrambi giunti a Roma nell’estate del 1511 al seguito del potente uomo: sono questi alcuni degli elementi che rendono plausibile l’ipotesi che la donna dei ritratti sia Francesca. Nella cosiddetta Dorotea, la figura femminile è dipinta con il busto di lato e lo sguardo verso di noi. È elegante ma senza ostentazione, con una mano regge un cesto con mele e rose, attributi iconografici della Santa dai quali deriva il titolo del dipinto, con l’altra trattiene il mantello con un gesto naturale. Sono il prezioso tessuto rosso del capo d’abbigliamento e la bordura di pelliccia a suggerirne la condizione agiata. Come in altri dipinti di Sebastiano del Piombo, la figura si staglia sullo sfondo scuro, mentre dal lato opposto una finestra è aperta su uno scenario collinare illuminato dalla calda luce del tramonto che schiarisce il cielo, già cangiante in blu notturno.  
Assomiglia alla Dorotea la donna del dipinto degli Uffizi, un’altra sconosciuta intorno alla quale sono state fatte molte ipotesi, fra le quali quella che la indica appunto come Francesca Ordeaschi. Anche questa giovane dimostra di avere una condizione agiata, indossa una camicia plissettata con ricami dorati, una pelliccia che le copre la spalla sinistra, sobri i gioielli. Sul capo una coroncina di mirto, pianta alla quale si assegnavano fin dall’antichità significati positivi come la fecondità. Plinio la definiva myrtus coniugalis perché usata nei banchetti nuziali: i suoi rami venivano intrecciati per realizzare eleganti coroncine che gli sposi e le spose sistemavano sul capo. Come pianta sempreverde, nel Rinascimento al mirto sono stati assegnati altri significati, come quelli dell’amore eterno e della fedeltà, ed è stato spesso riprodotto in opere con allegorie matrimoniali. La coroncina di foglie di mirto sul capo della donna, quindi, sarebbe il simbolo di una promessa nuziale che trasforma il ritratto in un’opera dalle connotazioni amorose. 

In copertina: Raffaello e allievi, Il Concilio degli Dei, (particolare), Roma, Loggia della Farnesina.

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Articolo di Barbara Belotti

Già docente di Storia dell’arte, si occupa ora di toponomastica femminile, storia, cultura e didattica di genere e scrive per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Toponomastica del Comune di Roma.

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