Ayse Deniz Karacagil, la partigiana

Una fotografia a colori. Un fucile in braccio e una bandiera alle spalle, rossa, con una stella al centro. Capelli e occhi chiari, il suo volto si distingue dai colori scuri dell’etnia curda. 

Ayse Deniz Karacagil, nata nel 1993, è una delle più giovani combattenti nelle milizie curde legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Ma la sua attività politica inizia anni prima, a Istanbul, roccaforte del potente Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) al governo , quando la ragazza è ancora una liceale. 

Nel 2013 le autorità locali vogliono demolire un parco pubblico per realizzare un grande centro commerciale. Ma la popolazione, soprattutto la componente studentesca, si mobilita in difesa di quello spazio verde noto come Gezi Park. Per moltissimi ragazzi e ragazze turche il violentissimo sgombero del presidio in difesa di Gezi Park segna l’inizio del risveglio politico e accende una conflittualità sociale che mette in cattiva luce il governo turco davanti alle telecamere del mondo intero.

La repressione a Gezi Park

La repressione di Gezi Park costringe il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoǧan, ex sindaco di Istanbul, a gettare la maschera di padre di famiglia paziente ma severo, come voleva apparire agli occhi della nazione musulmana e degli alleati occidentali, e a mostrarsi invece il tiranno duro e autoritario che effettivamente è. La ventenne Ayse Deniz Karacagil è tra le migliaia di giovani che respirano i lacrimogeni e subiscono le cariche della polizia dello Stato turco, ormai non più laico e kemalista ma sempre più islamizzato e misogino. Viene arrestata; è presto rilasciata in attesa del processo, ma un tribunale turco chiede per lei novantotto anni di carcere. In cella incontra donne curde o filocurde, con cui viene a conoscenza della loro causa. 

Il Kurdistan, diviso fin dagli anni Venti del Novecento in quattro parti, chiamate rispettivamente Bakur (sotto il controllo turco), Başur (affidata all’Iraq), Rojava (appartenente alla Siria) e Rojihlat (sottomesso all’Iran) e da allora sempre vittima di una costante repressione, non ha mai messo di lottare per la propria indipendenza e per il riconoscimento della propria identità. Ma il Pkk (Partîya Karkeran Kurdistanê, Partito dei lavoratori del Kurdistan), formazione fondata nel 1974 da Abdullah Öcalan su posizioni marxiste-leniniste, è accusato di terrorismo sia dalla Nato, di cui la Turchia fa parte, sia dall’Unione Europea, in cui la Turchia aspira ad entrare. Nel frattempo, il 2011 vede esplodere in tutto il Medio Oriente numerose rivolte note come Primavere arabe. Anche la Siria, dove la famiglia Assad regna indisturbato da decenni, ne viene travolta. Il Pkk rinuncia alle posizioni rivoluzionarie degli anni Ottanta e Novanta e propone la linea del cosiddetto confederalismo democratico: una convivenza pacifica tra i popoli basata sulla democrazia diretta, sul rispetto delle donne e soprattutto sull’ecologia, in un territorio da sempre caratterizzato da autoritarismo, misoginia e sfruttamento sfrenato delle risorse naturali.

Il Rojava, l’area curda-siriana, ricca di petrolio, approfitta delle difficoltà del governo di Damasco per instaurare effettivamente il confederalismo democratico, che si rivela ben funzionante, una lezione di civiltà per il mondo intero. In Rojava vengono istituite milizie popolari curde maschili e femminili, le Ypg (Yekînên Parastina Gel, Unità di difesa del popolo), ed altre esclusivamente femminili, le Ypj (Yekînên Parastina Jin, Unità di difesa della donna), che costituiscono di fatti le sorelle siriane del Pkk turco.

L’intervento degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama e della Russia di Putin trasforma la guerra civile siriana in guerra internazionale. Gruppi di vario tipo, dai democratici filocurdi agli jihadisti sciiti, combattono contro Assad; la Russia e l’Iran sostengono Assad; gli Stati Uniti combattono contro Assad e quindi con i curdi (già nel 1991 e nel 2003, durante le guerre del Golfo, gli Usa si erano alleati con i curdi iracheni contro Saddam Hussein); la Turchia, alleata degli Stati Uniti ma nemica del Pkk, combatte contro Assad e contro i suoi nemici curdi, cioè contro la coalizione internazionale di cui essa stessa è parte. È in questo contesto che, tra Iraq e Siria, nasce un mostro nuovo. Si chiama Daesh, più noto in Europa come Isis: uomini incappucciati, di fede sciita, famosi per la misoginia e per la violenza praticata con armi e soldi di provenienza incerta – probabilmente occidentale – ostili ad Assad e ai curdi (e, apparentemente, anche all’Occidente), alleati della Turchia islamista di Erdoǧan nella guerra al confederalismo democratico. Il Rojava, bastione laico e democratico stretto tra il patriarcato sunnita della Turchia e la barbarie sciita del Daesh assetato di petrolio, attrae giovani da tutto il mondo che vi accorrono per prendere parte a quella che dovrebbe essere la battaglia dell’umanità tutta. Tra la macerie di Kobanê e di Afrin, sui monti del Qandil o per le strade di Raqqa, si combatte il patriarcato, la prevaricazione, lo sfruttamento della terra e delle persone, si studiano forme giuste di convivenza. 

Combattenti curde

Ayse Deniz conosce la causa curda, ne è affascinata. Parità di genere, democrazia diretta,  sviluppo sostenibile. Appena scarcerata, scompare da Istanbul senza dire nulla a nessuno, attraversa tutta l’Anatolia in incognito e pochi giorni dopo è in Siria. «Era meglio passare cent’anni in prigione?» argomenta lei. «Capite perché diciamo che Qandil non è più una casa solo per i curdi ma per tutti quelli che combattono questo regime?». Ovunquecampeggianolescritte Bijî serok Apo!, “Viva il presidente Öcalan!”, il leader venerato dal popolo curdo che sorride sotto i suoi baffoni, e quella femminista Jin Jîyan Azadî, “Donna Vita Libertà”.

La formazione militare e politica si tiene sui monti del Qandil, in Başur, formalmente territorio iracheno, proprio per evitare attacchi turchi (il diritto internazionale vieta ad Ankara di effettuare operazioni militari al di fuori dei propri confini, salvo in caso di guerre ufficialmente dichiarate). Qui si impara a usare le armi, si leggono i testi di Abdullah Öcalan e si studia il kurmancî, la lingua curda vietata in Turchia, in Siria e in Iran. La prima parola con cui viene accolto chi arriva sul posto è heval, “compagno”, un epiteto che accompagna chiunque, sotto quella bandiera rossa. Kûmika sor, “Cappuccio rosso”, è il suo nome di battaglia, per il foulard rosso con cui è stata fotografata durante le manifestazioni a Gezi Park. Ed è con questo nome che la ricorda Zerocalcare, il fumettista romano autore di Kobane Calling, pubblicato nel 2016, che le dedica una pagina. 

Zerocalcare, copertina di Kobane Calling e una tavola dedicata ad Ayse Deniz Karacagil

È lo stesso Zerocalcare, nel giugno del 2017, a diffondere in Italia la notizia della morte della ragazza, quasi ventiquattrenne, uccisa dal Daesh durante lo scontro che avrebbe poi portato le milizie curde a liberare Raqqa dai barbari incappucciati, senza aiuto della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. 

Scrive Zerocalcare sulla propria pagina Facebook: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se la incula nessuno. A morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso […], chi s’è letto Kobane Calling magari si ricorda la sua storia».

***

Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

Un commento

Rispondi a wolf into the wild Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...