Editoriale. “Io sono un gatto e i gatti non volano”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

esattamente una settimana fa abbiamo celebrato la Festa del lavoro. In un anno (anzi due) in cui il lavoro ci ha fatto soffrire e, in più di un caso, per la sua mancanza, ci ha ridotte e ridotti alla fame, a non far quadrare i conti a fine mese, a conciliare contemporaneamente (e non in determinate parti della giornata, come era solito prima dell’era del Covid, soprattutto per noi donne) l’impegno casalingo, i figli in Dad e con un solo computer in casa, la convivenza forzata, più o meno felice, se non a volte violenta.

Un altro dato ci spaventa, questa volta al di là dell’invisibile virus coronato che ha avvelenato la nostra vita dispensando troppa morte. Infatti di morti si tratta: quelle gravissime che avvengono sul lavoro. Quella morte che è venuta pochi giorni fa e si è portata via Luana D’Orazio, una ragazza ventiduenne, che è stata letteralmente inghiottita, in un capannone in provincia di Prato dal telaio a cui lavorava. Una tragica trasposizione nella realtà della famosa scena con protagonista l’omino del film di Charlie Chaplin nel suo magistrale Tempi moderni.

Le cifre spaventano, ma sembra che siamo di memoria corta. Fermi per qualche giorno, se non qualche ora, all’episodio del momento, poi si dimentica perché non sempre fa notizia, in senso eclatante. In un anno, nel 2020, che è stato anche quello in cui il lavoro si è fermato a causa del Covid-19, abbiamo contato 1270 vittime: praticamente tre al giorno. Luana non è stata, infatti, l’ultima vittima. L’ha seguita nell’irreversibilità della morte un operaio, schiacciato da un’autocisterna e con lui si allunga e non si conclude una lista apparentemente incomprensibile. Uomini e donne che escono la mattina per andare a lavorare e non ritornano più a casa.

Qualche anno fa il sindacato, che è quello che promuove da sempre la Festa canora del Primo maggio, che in tempi di non Covid si svolgeva a Roma nella deputata piazza San Giovanni, interveniva a proposito di una delle tante morti avvenute: «È inaccettabile continuare a morire di lavoro, è una sconfitta per tutti e nel momento in cui si muore di lavoro non esiste più il diritto al lavoro previsto nella nostra Costituzione». Spiegava il segretario generale della Cgil di Pistoia (provincia dove era avvenuto l’incidente) Daniele Gioffredi e a lui incalzava, sempre allora, per lo stesso infortunio mortale, il segretario della Filctem Massimiliano Brezzo: «Purtroppo, nonostante si vada verso una digitalizzazione sempre più spinta del mondo del lavoro si continua a morire come nel secolo scorso e finché ci sarà necessità del patrimonio umano che è un valore e dà dignità, occorre investire in sicurezza, che invece spesso è considerata solo un costo, così come nella prevenzione e nella formazione permanente a partire dalle scuole. Il tema della sicurezza va affrontato a 360 gradi perché è collegato al lavoro, alla sua organizzazione, alla sua quantità e alle sue regole e deve rimanere centrale, perseverando nella direzione della prevenzione, attraverso il potenziamento di tutti gli strumenti legislativi, ispettivi ed anche contrattuali per cercare di debellare questa piaga sociale e non dover piangere altre morti». Sono le morti cosiddette bianche che non mettono nella conta quelle del lavoro nero, che farebbe fare ai numeri un notevole passo in avanti. Si sta parlando anche di un’inclusione nel Recovery plan per la messa in sicurezza degli impianti e dei luoghi di lavoro. Se ne parla da tanto, troppo tempo. Intanto rimangono soli e sole tante figlie e figli, come il piccolo bambino della ventiduenne di Prato, un crimine di pace, come lo ha definito il giudice Bruno Giordano oggi alla Cassazione, ma un tempo pretore a Torino e Milano.

Il lavoro è importante e fondamentale, costituzionalmente, e passa anche per la parità. Lo dovrebbe capire chi dice, criticando quello che è accaduto al Concerto del Primo maggio di questo 2021, che un discorso sull’omofobia, sul bisogno di dare una spinta a una legge che punisca penalmente chi offende e fa violenza per sesso, tendenze sessuali e genere, non è estraneo al lavoro e se ne può, anzi se ne deve parlare da un palco importante come quello del primo maggio. Noi pensiamo che sia un argomento di spessore e valore perché implica il rispetto della persona, nel suo complesso. Per questo va accettato e non demonizzato.

Secondo un recentissimo sondaggio il cosiddetto Ddl Zan è accettato dal 60% degli italiani e italiane intervistati/e, mentre ne è risultato contrario il 17% con l’aggiunta del 23% di chi non si sbilancia. Sembra dunque che la sensibilizzazione sia partita bene. C’è chi parla di urgenza (ma è stata a novembre l’approvazione alla Camera!) di cambiare il decreto perché ci vede il pericolo di una deriva liberticida. Ma un esempio per tutti: Angelo e Andrea «Due vite rovinate dall’odio – scrive Veronasera – dall’omofobia e da una cultura che non ha nulla di accogliente. Angelo Amato e Andrea Gardoni, la coppia gay di Grezzana aggredita l’estate scorsa prima in piazza Bra e poi direttamente nella loro abitazione. Hanno ricevuto schiaffi e spinte perché si erano semplicemente baciati. Gli hanno tagliato le gomme dell’auto, è stata gettata benzina contro la loro casa e anche contro Andrea. E poi ancora minacce di morte e insulti lasciati su di un volantino nella cassetta delle lettere. Dei responsabili nessuna traccia, nonostante le indagini di carabinieri e polizia». Si dice che non è urgente l’approvazione del Ddl perché «sarebbero solo 23 i reati del genere denunciati in un anno»! Questo ne indebolirebbe la priorità? Noi invece pensiamo, al di là di schierarci o no con la star del Concerto, ormai troppo chiacchierata sia a destra che a sinistra, che l’augurio di mandare il proprio figlio a un forno crematorio (evocando così tristi e, pensavamo, lontani ricordi) se si venisse a sapere della sua omosessualità (mi domando poi perché solo un figlio, di sesso maschile?!) sia pura istigazione all’odio non espressione di libero pensiero e questo deve essere punito per legge.

Istigazione all’odio e tanto, ma tanto altro ancora, è anche il pensiero, che oserei dire malato, dell’ultima boutade di pessimo gusto nei confronti di Michela Murgia da parte di Paolo Serini. «Michela Murgia attacca il mondo da femminista perché è brutta». «É body shaming?» Si meraviglia Serini nel suo contrattacco: ebbene io risponderei sì. Senza esitazione. Bel modo di procedere in un dialogo o almeno in un’esposizione di pensiero, seppure contrario. Ma cosa si ottiene con un metodo così? Tirando in ballo addirittura Lombroso che sappiamo essere noto per la somatizzazione degli aspetti caratteriali delle persone. Talmente incredibile da pensare a un pessimo scherzo di altrettanto pessimo gusto e mi sembra inutile, e ancora di cattivo gusto, il parallelismo di questo intervento con l’imitazione della scrittrice fatta magistralmente (E Michela Murgia lo riconosce) dall’attrice Virginia Raffaele. Questo è tutt’altra cosa! Ora a Murgia non è detto solo «Stai zitta», l’espressione maleducata dello psichiatra Morelli con la quale Michela Murgia ha anche intitolato un libro con le frasi che non si dovrebbero mai dire e non solo a una donna e non solo parlandole con disprezzo, esprimendo superiorità sessista, parlandole per disprezzo con il Tu! Paolo Serini si dichiara maschilista: infatti lo è, seppure dice di fare ironia anche di sé stesso (brutto e per questo maschilista). Il fatto è sempre nelle parole, nel valore grande che loro hanno nella comunicazione e ritorniamo al discorso fatto dal palco del primo maggio. Femminismo è una cosa maschilismo un’altra. Sono opposti nel significato, sono diversi. «Maschilismo: come il sistema di caste indiano è legittimato dalla religione induista e le discriminazioni razziali si appoggiano alle credenze razziste, la disuguaglianza tra i sessi è giustificata da un’ideologia. L’ideologia maschilista si fonda sulla convinzione che le disuguaglianze di genere e la superiorità dell’uomo rispetto alla donna affondino le loro radici nell’ordine “naturale” delle cose. (Graziella Priulla).

Invece di violenza criminale è tinto l’episodio siciliano. Un padre, e una madre, che in prima istanza accusano la figlia di essersi messa in condizioni di essere stuprata (?). Probabilmente sono stati intimoriti dal gruppo di ragazzotti che, come quelli genovesi (uno di loro difeso teatralmente dal padre famoso) volevano passare una notte brava di divertimento approfittandosi di una ragazza.

Ma veniamo ad illustrare gli articoli di questo numero, tutti nel segno del ritratto: Le donne di Raffaello. Tre ritratti di figure ignote, è l’ultimo articolo della bella serie dedicata alle donne di Raffaello. Restando sempre nel campo della storia dell’arte, per Itinerari museali. Ritratti scultorei femminili antichi ai Musei Capitolini di Roma possiamo soffermarci sui diversi modi di ritrarre le donne, messi bene in luce dall’autrice dell’articolo. Altri ritratti sono, per Calendaria, quello di Cristina di Svezia, una figura interessantissima di donna libera, appassionata ed intellettualmente curiosa e, nella Sezione Cinema, Sofia Coppola, una regista che interpreta le inquietudini femminili, descritta attraverso i suoi film e le sue scelte di vita, che ce ne fanno intuire il grande talento. L’ultima figura femminile che incontriamo è per la sezione Musica: Carla Bley, musicista tra i musicisti, un’artista nata con la musica, che ha caratterizzato tutta la sua vita.

Oggi voglio ricordarvi uno scrittore geniale a me carissimo, delicato e partecipe, caparbiamente e coraggiosamente, della vita politica e sociale non solo del suo Paese, il Cile, il cui governo lo ha allontanato come spesso succede a chi sa dire il vero. Luis Sepúlveda ci ha lasciato un anno fa (16 aprile 2020), ucciso da questo virus che esiste anche perché non si è rispettata la natura che Sepúlveda ha sempre difeso. Con la sua intera opera ci ha raccomandato, inascoltato, di proteggerla e preservarla nella sua complessità. Le creature tutte si trovano rappresentate nelle sue pagine, soprattutto quelle che, insieme al resto del pianeta, soffrono per il trattamento di puro interesse economico perpetrato dal genere umano. La morte di Sepúlveda a causa del Coronavirus oggi ci appare quasi una beffa, una sorta di assurda punizione proprio verso chi aveva descritto l’amore per la natura intera, la necessità del suo rispetto, che aveva reso personaggi principali dei suoi libri gli animali che dovremmo riconsiderare come parte del vivente da rispettare. Ce lo raccomandano ora, a due anni di terribile convivenza con il virus coronato, le studiose e gli studiosi di infettivologia raccomandandoci che se non lo facciamo si ripeteranno a catena altre pandemie. Gatti, Gabbianelle, Topi, Tigri ci chiedono umanità dalle pagine dello scrittore. Ma anche tanti personaggi umani. Come il protagonista, dolce e con le idee chiare sul mondo, di uno dei più bei libri dello scrittore cileno, Il vecchio che amava leggere romanzi d’amore. Ci prende il cuore:

«Antonio Jose Bolivar Proano si tolse la dentiera, l’avvolse nel fazzoletto e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto e si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana…Antonio José Bolìvar sapeva leggere, ma non scrivere…Leggeva lentamente, mettendo insieme le sillabe, mormorandole a mezza voce come se le assaporasse, e quando dominava tutta quanta la parola, la ripeteva di seguito. Poi faceva lo stesso con la frase completa, e così si impadroniva dei sentimenti e delle idee plasmati sulle pagine.
Quando un passaggio gli piaceva particolarmente lo ripeteva molte volte, tutte quelle che considerava necessarie per scoprire quanto poteva essere bello anche il linguaggio umano» (Pagg. 123, 35).

Con l’amore di questo immenso scrittore per la Terra e per chi la popola, per ricordarlo sempre nel cuore, auguro a tutte e a tutti una buona lettura.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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