Le donne di Raffaello. Tre ritratti di figure ignote

Concludiamo la serie di articoli dedicati alle donne di Raffaello con un’analisi di alcuni suoi famosi ritratti di figure femminili rimaste anonime. Abbiamo conosciuto la grande abilità ritrattistica del nostro artista, capace di rendere i soggetti straordinariamente somiglianti, ma anche di indagarne la personalità. Signori e dame, nobili e popolane, nonostante i secoli trascorsi, riescono a dialogare con noi attraverso lo sguardo, risultando personaggi vivi, reali. Molte, come abbiamo visto, le donne, la cui femminilità è indagata con garbo e delicatezza. Il pittore della perfezione ideale era noto per amare molto anche la bellezza terrena. Poco conosciuta è l’attività poetica di Raffaello: fu proprio la passione per una donna a spingerlo sulla strada della poesia. Mentre era impegnato negli affreschi per la Stanza della Segnatura, Raffaello dedicò a una donna rimasta ignota, frutto della sua passione di quei mesi, sei sonetti, annotandoli ai margini dei disegni preparatori: versi che non hanno la vigoria della poesia di Michelangelo, ma, pur dettati da quella energia giovanile, da quel fuoco che gli ardeva dentro, mantengono la stessa grazia leggera che caratterizza i suoi dipinti.

«Amor, tu m’envescasti con doi lumi
de doi beli occhi dov’io me strugo e sface,
da bianca neve e da rosa vivace,
da un bel parlar in donnessi costumi.
Tal che tanto ardo, che né mar né fiumi
spegnar potrian quel foco; ma non mi spiace,
poiché ’l mio ardor tanto di ben mi face,
ch’ardendo onior più d’arder me consumi».

Raffaello, Dama con liocorno,
Roma, Galleria Borghese

La Dama con liocorno è un olio su tavola che Raffaello dipinse intorno al 1505-1506 ed è conservato nella Galleria Borghese a Roma. La donna, ritratta a mezzo busto, girata di tre quarti, tiene fra le braccia un piccolo unicorno. I capelli sono biondi, lunghi e raccolti, gli occhi, intensi, azzurri. Indossa un raffinato abito in voga a Firenze nei primi anni del Cinquecento, la gamurra, dall’ampia scollatura, con grandi maniche in velluto rosso, separate dalla veste, e il corpetto di seta; al collo porta una catena d’oro terminante con un pendente in cui sono incastonati uno smeraldo, un rubino e una perla a goccia. Tutto simboleggia la purezza virginale: l’unicorno, animale mitologico, chiamato anche liocorno, dal corpo di cavallo, la coda di leone e un lungo corno tra gli occhi, nel Medioevo era il simbolo della castità, perché si riteneva che solo le vergini potessero addomesticarlo; stesso significato possiedono le pietre preziose del gioiello. La dama è seduta all’interno di un loggiato con colonne che si apre su un paesaggio con alberi, dolci colline e forse un lago.

Numerose sono le ipotesi sulla sua identità: qualche critico ha proposto l’identificazione con Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, ma le sue fattezze sono diverse dal suo ritratto più celebre conservato agli Uffizi. Altri fanno il nome di Caterina Gonzaga, una delle più celebrate bellezze del Rinascimento, ritiratasi in convento dopo la morte del marito, conte di Montevecchio. L’unicorno era anche un animale associato alla famiglia Farnese e la giovane ritratta potrebbe essere dunque Giulia, la bellissima amante del papa Alessandro VI, di cui però non ci rimane un’immagine certa. Forse è ancora lei la donna in ginocchio in primo piano nella Trasfigurazione, l’ultima opera di Raffaello. La statuaria figura, dal tratto fiero, armonizza la parte in basso del dipinto, collegando il gruppo degli apostoli a quello del padre dell’indemoniato.

Il dipinto non è sempre stato una Dama con liocorno, avendo attraversato ben quattro fasi pittoriche diverse, e in una di queste al posto dell’unicorno c’era un piccolo cane, anch’esso simbolo di fedeltà coniugale. In seguito a un restauro condotto nel 1935, quando la donna appariva con i simboli di santa Caterina d’Alessandria, la ruota dentata e la palma, prese forza l’attribuzione raffaellesca corroborata dalla riscoperta del disegno preparatorio conservato al Louvre.

Raffaello, Dama con liocorno prima del restauro del 1935 (a sinistra); Raffaello, Ritratto di giovane donna, disegno a penna, inchiostro bruno, gesso nero, Parigi, Louvre (a destra)

Modello di riferimento, per la posa della protagonista, con il busto ruotato di tre quarti verso sinistra, ma anche per lo sguardo e le mani che stringono l’animale, fu la Dama con l’ermellino di Leonardo.

Leonardo, Dama con l’ermellino,
Museo nazionale di Cracovia

Appartiene agli stessi anni, 1505-1506, La Gravida, conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Pervenutaci come opera di artista anonimo, oggi la critica è concorde nell’attribuirla a Raffaello.

La donna, non più giovanissima, ritratta a mezzo busto, su sfondo scuro, è seduta con le mani poggiate sul ventre, il cui gonfiore non è necessariamente attribuibile a una gravidanza: potrebbe essere semplicemente segno di un corpo opulento, accentuato dalla posizione seduta. E il primo piano delle mani inanellate potrebbe voler evidenziarne lo status sociale. Anche qui grande precisione di dettagli nell’abbigliamento: il vestito dall’ampia scollatura quadrata, una gamurra tagliata in vita, il corsetto giallo-arancio e le maniche in velluto rosso staccabili, è molto simile a quello della dama con liocorno. I capelli sono raccolti in una retina dorata e al collo pende una collana a maglia d’oro, di cui non si vede il pendente, nascosto nella scollatura.

Raffaello, La Gravida, part. (a sinistra); Ritratto di Pia da Montefeltro, part.(a destra)

Qualche critico avanza la sua identificazione con Emilia Pia da Montefeltro, per analogie fisionomiche con il ritratto conservato a Baltimora. Si tratta più probabilmente di una gentildonna appartenente a una delle famiglie fiorentine committenti di Raffaello.

Raffaello, La Muta, Urbino,
Galleria Nazionale delle Marche

Ed eccoci all’ultimo dei ritratti scelti per questo ciclo dedicato alle donne di Raffaello, quello cosiddetto La Muta, un dipinto a olio su tavola databile al 1507 e conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino. E la donna, a dispetto del titolo, ci parla, come fanno tutte le opere d’arte: per dirla con Vittorio Sgarbi, non dice tutto il suo mistero, non ci svela la sua identità, ma ci parla della natura, dello spirito, della sensibilità femminile. E allora perché la nostra Muta appare così triste? Alla domanda rispondono il corsetto verde scuro, la reticella di filo nero che le copre la testa e il fazzoletto che stringe tra le mani: la donna ha subito un lutto! E infatti ha un’espressione malinconica con le labbra serrate, incrocia le mani con un gesto inquieto e nei suoi occhi pensosi si legge tanta sofferenza.

L’identificazione avanzata da qualche studioso con Giovanna di Montefeltro, secondogenita di Battista Sforza e del grande Federico, non sembra praticabile, soprattutto perché, nel 1507, anno dell’esecuzione del dipinto, Giovanna avrebbe avuto più di quarant’anni, un’età che non corrisponde a quella della donna ritratta, più giovane. Più probabile appare l’identificazione con la figlia di Giovanna, Maria della Rovere, che nel 1507 era ventunenne. E guarda caso Maria della Rovere perse il marito, Venanzio da Varano, ammazzato qualche anno prima per volere di Cesare Borgia.

L’opera mostra una chiara ispirazione leonardesca, con una posa simile a quella della Gioconda, di qualche anno anteriore, ma, a differenza del ritratto leonardesco, qui i contorni precisi definiscono nettamente la figura e la staccano dal fondo, che è scuro, come quello della Gravida. La donna è ritratta a mezzo busto, girata di tre quarti, veste una gamurra verde bordata di velluto rosso, le maniche sono allacciate al vestito con nastri rossi e lasciano intravedere la sottoveste bianca; bianco anche il grembiule annodato in vita, le mani incrociate sono adornate da anelli con rubini e zaffiri; al collo una catena d’oro e una croce come pendente. Sia i gioielli che la preziosità delle vesti e la ricercatezza dei colori raccontano della ricchezza della donna e del suo elevato stato sociale.

Mi piace concludere riportando altri versi dai sonetti di Raffaello, che ci parlano del fascino che le donne esercitavano sul suo animo:

«Ma io restai pur vinto al mio gran foco
che mi tormenta, ché dove l’on sòle
disiar di parlar, più riman fioco».

E così l’artista, non avendo più voce per esprimere quel fuoco che gli arde nel petto, usa gli strumenti che gli sono più congeniali: pennello e colori.

In copertina: Raffaello, Tre ritratti di donne ignote, da sinistra La Muta, Dama con liocorno, La Gravida.

***

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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