Itinerari museali. Ritratti scultorei femminili antichi ai Musei Capitolini di Roma

I Musei Capitolini a Roma sono una struttura museale che si articola in più edifici. Essi accolgono numerose collezioni, ma soprattutto custodiscono dei veri e propri capolavori dell’arte classica, testimonianze fondamentali della storia della Roma antica.

Anonimo, Ritratto femminile, 390 d.C. ca.

Iniziamo il percorso attraverso i volti femminili scolpiti partendo dal celebre Appartamento dei Conservatori (sito nel Palazzo dei Conservatori, cui si accede direttamente da Piazza del Campidoglio), noto per le stanze affrescate tuttora utilizzate per alcuni eventi di rappresentanza. Nella ‘sala dei Capitani’ viene custodito un primo esempio di ritratto femminile di epoca antica. È una scultura di marmo pavonazzetto, databile al 390 d.C. circa: si tratta di una donna di origine patrizia, abbigliata secondo l’uso del tempo e con i capelli incorniciati da una treccia. Il busto risulta essere serio e composto, secondo i canoni tradizionali della ritrattistica istituzionale.

Anonimo, Venere Esquilina, I secolo d.C. ca.

Andando avanti, il Museo del Palazzo dei Conservatori accoglie nelle sue sale molti altri esempi di ritratti. Partiamo dalla ‘sala degli Horti-Lamiani’ che espone le opere scultoree un tempo presenti nelle proprietà del console Elio Lamia, amico di Tiberio. In questo luogo colpisce la celebre Venere Esquilina, riconducibile cronologicamente alla prima età imperiale. La figura femminile appare intenta nel legarsi i capelli (le dita di una mano infatti sono visibili sui capelli raccolti, mentre le braccia sono perdute) prima di fare un bagno. Sebbene oggi il nome della scultura sia Venere Esquilina, studi recenti hanno ipotizzato che possa trattarsi di una rappresentazione romana di Cleopatra. Infatti, Venere iconograficamente è sempre scalza, mentre la donna in questione ha dei sandali ai piedi. Anche la presenza di un cobra alla base porta dei richiami alla regina dell’Egitto. La posa chiastica della scultura testimonia le influenze artistiche classiche e inoltre fa trasparire visibilmente il desiderio da parte di chi l’ha scolpita di avvicinarsi a una resa naturalistica e verosimile del corpo femminile.

Anonimo (copia da Kephidotos), Busto di divinità femminile
I secolo d.C. ca.

Proseguendo nel Museo si giunge presso la ‘sala degli Horti Tauriani-Vettiani’ in cui riecheggia lo splendore della residenza di Statilio Tauro, eminente personaggio della Roma del I sec. d.C.; la sala accoglie due bellissime sculture femminili: un busto e una scultura a tutto tondo. Il Busto di divinità femminile è un’opera straordinaria. Interamente in marmo, è presumibilmente una copia romana riconducibile a una scultura del celebre Kephisodotos (IV secolo a.C). La donna ha i capelli raccolti, gli occhi abbassati e riesce a trasmettere un profondo sentimento di dolcezza a chi la osserva.

Si aggiunge nel percorso in questa sala la Statua di Igea, in cui una figura femminile (la cui testa è andata perduta) è avvolta in un mantello drappeggiato. L’accuratezza nel drappeggio farebbe pensare alla copia di una scultura originale del IV sec a.C. eseguita intorno al I secolo a.C.; le braccia sono piegate al gomito mentre ai piedi sono presenti dei sandali. Si pensa di poter identificare il soggetto con Igea, la dea greco-romana della salute e dell’igiene.

Camminando per le sale del Museo del Palazzo dei Conservatori si arriva presso la ‘sala degli Horti di Mecenate’, luogo che custodisce una bellissima testa femminile. Si tratta di una Testa di Amazzone, probabilmente copia romana di un’originale statua del V sec a.C.; come è noto le amazzoni sono un popolo mitologico di coraggiose guerriere, e la scultura esposta rappresenta il volto di una donna dallo sguardo imperturbabile (proprio secondo i canoni classici) e con i capelli ordinatamente raccolti indietro con la riga al centro.

Da segnalare nella stessa sala altre due sculture: si tratta di opere riconducibili all’età ellenistica che rappresentano due Muse; tuttavia visto lo stato di conservazione (si presentano entrambe prive della testa) non è dato sapere di quali Muse siano la raffigurazione.

Anonimo, Busto di Sabina, II secolo d.C. ca. (a sinistra); Anonimo, Ritratto di Matidia, II secolo d.C. ca. (a destra)

È stato invece possibile identificare con certezza le due figure femminili scolpite, esposte nella ‘Galleria degli Horti’. Si tratta di un Busto di Sabina e del Ritratto di Matidia, due donne legate entrambe alla dinastia degli Antonini.

Il Busto di Sabina è databile verso la tarda età adrianea e, visto il taglio istituzionale della scultura, potrebbe essere il ritratto di Vibia Sabina, moglie dell’imperatore Adriano (76 d.C-138 d.C.).

Il Ritratto di Matidia invece è databile al II sec d.C.; Salonina Matidia è la suocera di Adriano e madre di Vibia Sabina, e alla sua morte è stata divinizzata dall’imperatore. Nel II secolo d.C. infatti sono diverse le rappresentazioni e intitolazioni pubbliche dedicate a lei, primo tra tutti il celebre tempio a Roma (oggi nei pressi di Campo Marzio). Il Ritratto rappresenta la donna secondo i canoni tradizionali dell’arte pubblica, con uno sguardo fiero e i capelli acconciati alla moda dell’epoca.

Anonimo, Antefissa di testa femminile, VI secolo a.C. ca.

Completamente differente per composizione, stile e secolo è un particolare reperto di terracotta conservato nel medesimo Museo, presso ‘l’area del Tempio di Giove Capitolino’; si tratta di un’antichissima antefissa (una tegola decorata) raffigurante una testa femminile e riconducibile addirittura al VI sec. a.C.. L’elemento architettonico doveva decorare il tempio e ritrae una donna stilizzata con lo sguardo fisso e i contorni disegnati e colorati.
Concluso il percorso presso il Museo del Palazzo dei Conservatori, attraversiamo ora Piazza del Campidoglio e dirigiamoci verso il Palazzo Nuovo, settore museale di origine settecentesca che custodisce numerose opere scultoree.

 

Anonimo, Statua di Minerva, II secolo a.C. ca.

Le prime figure femminili che si possono incontrare sono delle composizioni scultoree nell’Atrio. Subito cattura l’attenzione una colossale Statua di Minerva di oltre tre metri d’altezza, databile al II sec. a.C. La figura in marmo è scolpita secondo i canoni iconografici tradizionali che contraddistinguono la dea della sapienza. Il suo viso è coperto dall’elmo e le cavità oculari sono vuote, perché in origine erano colmate da pietre dure e metallo. Con ogni probabilità la scultura si ispira direttamente alla celebre statua crisoelefantina che Fidia realizzò per il tempio ateniese della dea nella metà del V secolo a.C.

Di dimensioni minori e riconducibile al II sec. d.C. invece è la Statua di Faustina Maggiore come dea Fortuna, sempre custodita nell’Atrio. Il marmo a tutto tondo raffigura Faustina Maggiore, moglie di Antonino Pio, rappresentata in maniera non istituzionale ma con i simboli solitamente legati iconograficamente alla dea Fortuna.

Anonimo (copia da Timotheos), Statua di Leda con cigno, I-II secolo d.C.

Salendo al secondo piano del Palazzo Nuovo si arriva alla ‘Galleria’, area che espone molte sculture di varia epoca e stile. Prima tra tutti è da segnalare una interessante Testa di divinità femminile di epoca ellenistica. La divinità, che non è stato possibile identificare, presenta i capelli raccolti e gli occhi cavi, sulla scia della tradizione che prevedeva che gli occhi delle divinità fossero impreziositi da metalli e pietre preziose. Colpisce inoltre la Statua di Leda con cigno che raffigura a tutto tondo il mito, mentre la donna viene sedotta da Zeus sottoforma di cigno. La scultura risulta essere molto più dinamica rispetto alle opere precedentemente incontrate e con delle linee di forza e movimento ben evidenti. L’opera è infatti copia romana della celebre scultura di Timotheos, artista di epoca ellenistica.

Copia romana da un originale ellenistico (forse dello scultore Mirone di Tebe) è anche la marmorea Statua di vecchia ebbra. L’opera rappresenta una donna anziana con il viso rugoso e contorto, visibilmente ubriaca, mentre tiene un otre di vino in mano. Risulta evidente quanto l’arte ellenistica si sia allontanata sotto alcuni aspetti dall’arte classica. La raffigurazione dell’anziana infatti testimonia un’attenzione maggiore verso l’emozionalità e l’introspezione psicologica e una presa di distanza parziale dai canoni perfetti ed imperturbabili dell’arte classica del IV e V secolo a. C.

Anonimo (copia da Mirone), Statua di vecchia ebbra, I-II secolo d.C. ca.

A testimonianza della crescente attenzione in epoca ellenistica verso lo stato d’animo dei soggetti rappresentati e i vari aspetti della vita quotidiana è visibile un’ulteriore opera, copia romana da un originale del III-II sec. a.C., ubicata nella ‘sala delle Colombe’. Si tratta della Statua di fanciulla con colomba: una ragazza a tutto tondo protegge dall’attacco di un serpente una colomba, che tiene in mano coperta dal suo mantello.

 

Anonimo (copia da Prassitele), Venere Capitolina, datazione incerta.

Proseguendo la visita al Palazzo Nuovo, si entra nel ‘Gabinetto della Venere’, locale allestito per esporre unicamente la celebre Statua della Venere Capitolina. L’opera risulta essere di grandezza leggermente maggiore rispetto alle dimensioni naturali e raffigura Venere nuda e scalza mentre esce dal bagno. La figura femminile è seria, con le braccia protese a coprire pudicamente le sue nudità. La posa chiastica e la morbidezza delle curve fanno pensare a una copia dall’ originale del celebre scultore Prassitele del IV secolo a.C.; della statua risultano essere pervenute almeno 100 copie, tant’è che gli studi parlano di statue ‘tipo Capitolino’.

Anonimo, Ritratto di Livia, 14-37 d.C. ca. (a sinistra);
Anonimo, Ritratto di Agrippina Maggiore, 17 a.C.-33 d.C. ca. (a destra)

Uscendo dal ‘Gabinetto della Venere’ si arriva alla ‘sala degli Imperatori’, locale ricchissimo di ritratti femminili di tipo istituzionale. Iniziamo nel segnalare due ritratti di età tiberiana (I sec. d.C.): un Ritratto di Livia, databile alla prima metà del secolo, raffigurante Livia Drusilla, madre di Tiberio, e un Ritratto di Agrippina Maggiore, nipote di Augusto. Interessanti anche un altro Ritratto di Matidia, ritrovato presso la Villa Adriana di Tivoli, un Ritratto di Faustina Maggiore e un Ritratto di Faustina Minore giovane che testimonia un tipo di ritrattistica istituzionale anche di donne di giovane età; tutti e tre i busti sono databili al II secolo d.C.

Anonimo, Busto Fonseca, inizi del II secolo d.C.

Merita una menzione nella ‘sala degli Imperatori’ il Busto Fonseca, raffigurante un’aristocratica di età traianea (II sec. d.C.). Del busto colpisce la cura del dettaglio e la raffigurazione della complessa acconciatura della donna incorniciata da moltissimi riccioli.

A conclusione del nostro itinerario vanno segnalate due statue femminili a tutto tondo raffiguranti due amazzoni. Una Statua di amazzone ferita, conservata nella ‘sala del Gladiatore’, probabile copia dell’originale di Fidia del V secolo a.C., e una Statua di amazzone ferita nel ‘Salone’, firmata dallo scultore Sosikles, probabile copia di un’opera di Policleto.

Il percorso appena delineato permette di fare alcune considerazioni; molte opere scultoree esposte ai Musei Capitolini di Roma raffigurano soggetti femminili: spesso si tratta di personaggi storici realmente esistiti, quindi scolpiti in ritratti istituzionali (solitamente busti), con lo sguardo fisso e serio. Le statue a tutto tondo quasi sempre ripropongono figure mitologiche o divinizzate. Il punto di riferimento della scultura romana è senza dubbio l’arte greca del IV e V secolo a. C.: numerose sono infatti le copie romane di celebri capolavori dell’arte classica; le donne scolpite secondo questi esempi sono raffigurate in pose chiastiche, solitamente nude (o con dei drappeggi particolari) ed imperturbabili. Non mancano tuttavia esempi di statue femminili il cui riferimento sono stati capolavori di età ellenistica, in cui l’attenzione alla perfezione della forma viene meno e ci si focalizza sull’emotività, il movimento e l’introspezione psicologica delle donne ritratte, che smettono di essere figure mitiche e possono anche essere persone comuni.

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Articolo di Marta Vischi

Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. L’equitazione come stile di vita, amo passato, presente e futuro, e spesso mi trovo a spaziare tra un antico manoscritto, una novella di Boccaccio e una Instagram story!

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