Sofia Coppola, una regista che interpreta le inquietudini femminili

Tradizionalmente quello del regista è considerato un mestiere maschile perché si ritiene che renda necessarie doti come l’autorità, la sicurezza, l’attitudine al comando, quasi si trattasse di un generale in battaglia. In verità molte donne si sono cimentate e continuano a farlo con esiti più che brillanti, nel teatro di prosa, nell’opera lirica, nei lungometraggi, nei documentari. La regia, infatti, non corrisponde a certi stereotipi sulla professionalità perché richiede anche qualità come la fantasia, la creatività, l’originalità, lo sguardo personale sul mondo, di cui le registe spesso danno prova. Vorrei citare, prima fra tutte, Jane Campion, a mio parere il miglior esempio grazie alla sua visione spiccatamente femminile della realtà, al suo finissimo modo di osservare e analizzare pensieri e comportamenti delle donne, tutte le donne: belle e brutte, giovani e vecchie, magre e grasse. A lei si devono dei capolavori assoluti come Un angelo alla mia tavola e Lezioni di piano, film che solo la sapienza e il garbo di una donna avrebbero potuto realizzare. Con quest’ultimo è stata l’unica regista ad oggi ad aver vinto la Palma d’oro a Cannes. Esistono tuttavia anche donne che, dietro la macchina da presa, adottano una visione maschile, e queste in un certo senso tradiscono il loro sesso, assimilando tematiche e atteggiamenti che non ci appartengono. Sto pensando alla pluripremiata Kathryn Bigelow, autrice di pellicole violente, guerresche, di azione, che qualsiasi regista (uomo) avrebbe girato altrettanto bene dato che non vi traspare alcuno sguardo di genere.

In Italia abbiamo da tempo registe di valore partendo dalle pioniere Lina Wertmüller, la prima italiana ad essere candidata all’Oscar con Pasqualino Settebellezze (1977), e Liliana Cavani, che ha realizzato opere indimenticabili, che hanno fatto epoca, come Il portiere di notte e Al di là del bene e del male (ma va citato almeno il primo Francesco d’Assisi, con Lou Castel); oggi la serie si è ampliata: Cristina e Francesca Comencini, Valeria Golino, Emma Dante, Laura Morante, Alice Rohrwacher, Francesca Archibugi, Susanna Nicchiarelli, Maria Sole Tognazzi, e molte altre, sensibili alle tematiche femminili, pronte ad adottare punti di vista originali e ad abbattere parecchi stereotipi.

La regista Sofia Carmina Coppola

Proseguendo su questa linea, veniamo alla nostra protagonista di cui vogliamo ricordare il cinquantesimo compleanno. Americana ma un po’ anche italiana, Sofia Carmina, nata a New York il 14 maggio 1971, è la figlia minore di Eleonor Neil, documentarista, e di Francis Ford Coppola, celebre regista di origini lucane-napoletane; un fratello è il regista Roman, mentre in famiglia sono presenti attori e musicisti, come il nonno Carmine, di cui porta il nome. Trascorre l’infanzia nella fattoria di Rutherford (California), studia al college e al California Institute of the Arts. Inizia presto a lavorare nel campo della moda, creando una propria linea di abbigliamento, destinata soprattutto al pubblico giapponese. È portata verso tutte le arti e ancora indecisa sul suo futuro. Dal 1983 al 2001 compare in diversi film (spesso diretti dal padre) come attrice, in parti minori e senza troppo successo, ma non disdegna ogni altro ruolo in questo settore: dirige infatti due cortometraggi nel triennio 1996-98 e si mette alla prova come sceneggiatrice. L’ambito in cui emerge è tuttavia la regia, a partire dal 1999 quando realizza il bellissimo film Il giardino delle vergini suicide.

La famiglia Lisbon nel film Il Giardino Delle Vergini Suicide

Una vera sorpresa perché a soli 28 anni ha già firmato un’opera piena, compiuta, matura che mostra le sue qualità e il suo atteggiamento tutto femminile nell’affrontare con finezza psicologica temi estremamente delicati. La vicenda è tratta dal romanzo di Jeffrey Eugenides e si ambienta a Detroit, nel 1974, dove la coppia Lisbon ha cinque graziose figlie  adolescenti, sottoposte a un rigido controllo. Fra nuove proibizioni e piccole aperture, la tragedia familiare incombe in un clima di sospetto, apatia (paterna), severità (materna) fino al suicidio dell’ultimogenita, ma la comunità ipocrita insisterà sulla disgrazia. Gli eventi precipitano finché in una notte le quattro sorelle superstiti scelgono la morte, ciascuna in un modo diverso. Il film ebbe molte nomination, soprattutto per la regista e la giovane attrice Kirsten Dunst, e ottenne all’Artios Award il premio per il miglior casting in un film indipendente. Un elemento da sottolineare, e che ritornerà nelle pellicole successive, è la colonna sonora per la quale la regista predilige musica elettronica, qui del duo francese Air.

Bill Murray e Scarlett Johansson in
Lost In Translation

La seconda prova porta a Sofia sia il Golden Globe sia l’Oscar come migliore sceneggiatura originale; si tratta di Lost in translation (2003), per cui sarà la prima americana candidata all’Oscar come regista e la terza in assoluto. Protagonista una coppia formidabile, che funziona benissimo sullo schermo: Bill Murray e Scarlett Johansson, che nell’occasione vinse il premio Bafta. Il brutto titolo italiano (L’amore tradotto) non si capisce da dove arrivi: “perso nella traduzione” ha tutt’altro senso; siamo infatti in un hotel di Tokyo in cui due persone americane piuttosto spaesate e sole fanno amicizia. Lui è un attore maturo arrivato lì per realizzare filmati pubblicitari e durante le riprese non comprende cosa effettivamente gli venga tradotto dall’interprete, con esiti divertenti; lei sta accompagnando il marito fotografo che si assenta spesso per lavoro. I due, così diversi per età e formazione, parlano, passeggiano, mangiano, bevono nel bar dell’albergo e riescono a capirsi molto bene. Questa è la poesia del film, mentre sullo sfondo vediamo una metropoli caotica con forti luci al neon, ma anche con angoli romantici e tranquilli.

Kirsten Dunst nel ruolo di Marie Antoniette

Del 2006 è Marie Antoinette, candidato alla Palma d’oro a Cannes; per chi non lo conoscesse, vale la pena precisare che si tratta di una interpretazione molto personale e originale del periodo giovanile della breve vita della sfortunata regina di Francia, partendo dalla biografia di Antonia Fraser La solitudine di una regina; e già la scelta è significativa. Troviamo di nuovo Kirsten Dunst nel ruolo della protagonista, costretta dalle circostanze a lasciare la patria, a sposarsi con uno sconosciuto e a regnare, graziosa e fragile, impreparata e infelice, che compensa le frustrazioni con cibi golosi, vanità, sfarzo (da notare le ciabattine elegantissime dello stilista Manolo, affiancate curiosamente alle attuali Converse), come una qualsiasi signora borghese alle prese con lo shopping compulsivo. Elemento essenziale della riuscita del film sono gli strepitosi costumi ideati dal genio di Milena Canonero, una gloria italiana, una delle più grandi “sarte” del cinema, che giustamente vinse sia l’Oscar sia il Nastro d’argento. Altro dato originale è la colonna sonora che fonde brani d’epoca a musica techno, acid, rock di gruppi quali Cure, Phoenix, New Order, Bow Wow Wow, una commistione di generi che accentua la modernità del personaggio, in contrasto con l’ambientazione nella reggia, fra barocchismi ed eccessi visivi.

Il successivo Somewhere, regia, soggetto, sceneggiatura e produzione di Sofia Coppola, Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia e premio al National Board of Review Awards (2010), è incentrato sulla vita di un divo di successo, star del cinema, chiuso nel suo mondo dorato, in un celebre hotel di Los Angeles caro al jet set, fra lussi, donne, alcol e vizi; Johnny Marco, interpretato da Stephen Dorff, dovrà fare i conti con la realtà, in questo vacuo non-luogo, quando avrà vicino la figlia Cleo, di undici anni (Elle Fanning), con cui proverà nuove esperienze e un nuovo modo di intendere la vita vera. Il suo allontanamento lo farà sentire davvero solo e inappagato. La regista― che qui ha usato con grande finezza luci soffuse, lunghi silenzi, giochi di sguardi e suggestivi piani-sequenza― ha spiegato che c’è qualche riferimento alla sua infanzia di figlia di un regista famosissimo, sempre impegnato sui set in varie parti del mondo, ma si ispira anche a vecchie pellicole in cui al centro si trova un padre alle prese con una figlia quasi sconosciuta, destinata a cambiarlo profondamente. La colonna sonora è un mix di musiche contemporanee, curato dal gruppo francese Phoenix.

Bling Ring (da tradurre come “anello sfarzoso” ma anche come “la banda dello sfarzo”) apre il Festival di Cannes del 2013: la trama trae spunto da una vicenda davvero accaduta, quando una banda di giovanissimi, nell’arco di due anni, mise a segno dei colpi nelle ville delle star. La bramosia della fama, dei soldi, dei gioielli, degli abiti eleganti ha condizionato questo gruppo di ragazze e ragazzi che, una volta scoperti e condannati al carcere e al risarcimento, cercheranno comunque di ottenere notorietà grazie ai propri siti e ai social. Ancora una volta Sofia Coppola è attenta all’universo adolescenziale, che affronta con la consueta delicatezza, senza giudicare, con un ritmo veloce, incalzante, dettato dalla colonna sonora martellante.

Con il film successivo, L’inganno (2017), a Cannes vince il Prix de la mise en scène (Premio per la migliore regia), seconda donna a ricevere il prestigioso riconoscimento, dopo Julija Solnceva nel lontano 1961. Gran parte del merito andò sicuramente all’uso di una tradizionale pellicola a 35 mm e alla straordinaria fotografia di Philippe Le Sourd che valorizzano al massimo l’ambientazione d’epoca. La trama è tratta dal romanzo The Beguiled che già aveva ispirato La notte brava del soldato Jonathan (1971), «un gioiello dark» secondo il critico Roberto Nepoti, con un Clint Eastwood giovane e assai seducente. Qualche lettore o lettrice ne ricorderà la vicenda inserita in pieno Ottocento, una storia appassionata, morbosa, violenta e cupa, un genere del tutto nuovo per la regista, quasi un thriller giocato sul fascino ambiguo del caporale (qui Colin Farrell), salvato e protetto dalla direttrice di un collegio (Nicole Kidman), dalla maestra (Kirsten Dunst) e da cinque allieve durante la guerra civile. Tutte le donne, delineate con attenzione alla singola psicologia, in un modo o nell’altro saranno sedotte dall’uomo e ne saranno talmente conquistate, da pretenderne il controllo totale. Una annotazione, che non fu solo mia, nel confrontare la pellicola di Don Siegel a questo remake: il fascino di Eastwood al culmine della sua bellezza virile, la sua fisicità (che ha un ruolo essenziale), la sua forza, la sua energia, non sono paragonabili all’interpretazione di Farrell, piuttosto statico e non molto espressivo, per il quale non si capisce quali donne sarebbero disposte a fare di tutto (di tutto, davvero).

Nel 2015 Sofia aveva realizzato un film per la televisione, A Very Murray Christmas (visibile suNetflix), interpretato di nuovo dal bravissimo Bill Murray, mentre l’anno seguente si era dedicata per la prima volta alla regia di un’opera lirica, mettendo in scena con successo La Traviata di Verdi al teatro Costanzi di Roma, un’edizione di cui si ricordano in particolare i meravigliosi costumi disegnati da Valentino.

Locandina di On The Rocks

Nel 2020 ha scritto, realizzato e prodotto On the rocks, pellicola distribuita nelle sale e contemporaneamente sulla piattaforma AppleTV+, ancora una volta con la presenza dell’ironico e disincantato Murray che con la figlia, su una sfavillante Giulietta Spider rossa, segue il genero per le strade di New York.

Sofia è stata sposata per circa quattro anni (1999-2003) con il regista Spike Jonze; per il secondo matrimonio, avvenuto il 27 agosto 2011, con Thomas Mars, cantante del gruppo musicale Phoenix, scelse l’Italia, e in particolare il paese di origine della famiglia paterna, Bernalda, in Basilicata, dove Francis Ford Coppola ha acquistato un palazzo d’epoca. La coppia ha due figlie: Romy e Cosima, che vengono tenute lontano dai riflettori e non frequentano i set cinematografici. Dopo aver vissuto un periodo a Parigi, dal 2010 si sono trasferiti a New York. In varie interviste la regista lo ha affermato e ripetuto: le figlie devono vivere la loro infanzia come tutte le bambine, senza essere esibite dai genitori nelle occasioni mondane. Ancora una dimostrazione di intelligenza da parte di una seria professionista che sa essere anche madre, dalla quale ci aspettiamo in futuro grandi cose.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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