Ludopatia: anche la scuola può fare la sua parte

Sfogliando l’Enciclopedia online Treccani, la ludopatia è descritta come un «un disturbo del comportamento caratterizzato dal desiderio compulsivo di tentare la fortuna al gioco, detto anche gioco d’azzardo patologico o malattia da gioco d’azzardo […]. Il soggetto ha una fortissima necessità di provare le emozioni legate al gioco e alla scommessa, manifestando una vera e propria dipendenza, e nei casi più gravi il soggetto può presentare i sintomi tipici delle crisi di astinenza che colpiscono i tossicodipendenti». È purtroppo evidente dalle statistiche e dalla stampa come questo disturbo sia in aumento tra la popolazione, e come di conseguenza non sia indifferente l’impatto sulla vita famigliare, professionale e sociale per chi ne è affetto.
Non è questa la sede per una esposizione clinica della ludopatia, ma per inquadrare il disturbo si possono tener presenti queste costanti (che si devono riproporre continuativamente per almeno un anno, per parlare di patologia): il soggetto ludopatico si mostra irrequieto se è costretto a ridurre o sospendere l’abitudine del gioco; è persistente il pensiero delle esperienze pregresse di gioco così come di quelle future; sente il bisogno di giocare ingenti quantità di denaro per appagare un desiderio; spesso il soggetto mente a chi gli è vicino per nascondere perdite di gioco e anzi diventa necessaria la richiesta di denaro altrui.
Nell’anno della pandemia si scorge questa tendenza: nei primi mesi di lock-down 2020 la chiusura ha disincentivato parzialmente il ricorso al gioco d’azzardo, ma la curva è risalita non appena le restrizioni si sono allentate. Se chi presenta questo disturbo patologico è mosso dall’impulsività, non poteva accadere diversamente, grazie all’impulso di uscire per il gioco terrestre (come è soprannominato il gioco dal vivo, accanto a quello online).

Sebbene la ludopatia sia già grave e complessa di per sé, la questione diventa ancor più delicata se vi è una correlazione tra il disturbo e l’età adolescenziale o giovanile. Infatti, data l’età, si può andare incontro al rischio di sviluppo precoce di una dipendenza. Il legame tra le più giovani generazioni e il mondo del web, come sappiamo tutti, è imprescindibile, complesso e molto discusso. La ludopatia può essere direttamente connessa con la rete e proprio per questo è più probabile che i giovani siano intercettati, che si trovino già con una scarpa, magari inconsapevolmente, dentro quel terreno. Le community disponibili online sono innumerevoli, e si può entrare in contatto con un qualsiasi giocatore collegato da una qualsiasi parte del mondo.
Ma di quale connessione stiamo parlando? Tra di loro i giocatori non si conoscono, eppure spendono il loro tempo, il loro denaro, compromettendo sé stessi. Molto spesso i giornali e le trasmissioni televisive raccontano di realtà virtuali totalizzanti e pervasive che purtroppo sembrano prevalere sulla realtà concreta, sociale e affettiva in cui si vive: proprio questo è il contesto in cui si sviluppa il rischio di ludopatia patologica adolescenziale.

Le famiglie e le scuole, dunque, come possono fare la loro parte per aiutare il più possibile soggetti fragili che corrono questo pericolo? Grazie alla strada più semplice e più difficoltosa allo stesso tempo, cioè far capire che il gioco in presenza è la miglior soluzione. Il gioco inteso ovviamente come compagnia delle altre persone, come attività ludiche e sociali da vivere insieme ai propri coetanei. Con un graduale distacco dai dispositivi elettronici, un adolescente può riappropriarsi del proprio spazio nella vita reale, respirando e sentendosi più sollevato, rispetto allo sprofondare in solitudine in una stanza buia. Sebbene tutto ciò a dirsi sia molto più facile che a farsi, è ugualmente il primo punto da cui cominciare per sensibilizzare sulla questione.
Risale al 2019 l’istituzione di un progetto mirato promosso dal sistema d’istruzione lombardo in collaborazione con la Regione proprio in contrasto alle ludopatie e al gioco d’azzardo. Di nuovo, il punto di partenza è la sensibilizzazione: più scuole possibili dovrebbero farsi carico del tema della prevenzione, cercando di approfondire non solo il disturbo patologico ma anche tutto ciò che esso comporta: le conseguenze sulla sfera sociale, psicologica, economica e il fenomeno dell’illegalità che può nascondersi dietro il gioco d’azzardo. Il progetto in questione, in primo luogo, ha organizzato un corso di formazione per docenti in riferimento agli argomenti sopraelencati, mentre in un secondo momento la formazione era diretta alle/agli studenti degli istituti di secondo grado, chiamati poi ad affiancare alunni/e più piccole, in un’ottica di collaborazione e privilegiando attività laboratoriali. Infine, è stato steso un Piano della comunicazione e delle azioni e dei materiali realizzati da ogni istituto scolastico, e sono stati creati Osservatori specifici per promuovere attività di ricerca e mappatura del fenomeno.

La Lombardia non è la sola ad aver promosso progetti, recentemente: anche in Toscana vi è stata collaborazione tra il Comune di Siena, l’Azienda Usl Toscana Sud Est e la Croce Rossa Italiana. I numeri non sono incoraggianti: nel 2019 nella regione si evidenziavano 13 mila adolescenti a rischio di dipendenza mentre più di mille di questi erano già considerati affetti da ludopatia. Nel complesso, ciò che gli enti promotori della sensibilizzazione, insieme al mondo scolastico, vogliono portare avanti è un dialogo che a partire dai giovani arrivi anche alle famiglie, agli adulti, per creare una rete di sostegno attorno ai figli e al loro utilizzo spasmodico della tecnologia.

Le figure professionali nell’ambito della psicologia, della psicoterapia e della formazione per l’età dello sviluppo individuano proprio come necessaria un’educazione parallela tra adolescenti/giovani e i loro genitori. Infatti, molto spesso le statistiche mostrano come un ragazzo abbia effettuato la prima scommessa in maniera del tutto casuale, senza vero coinvolgimento emotivo, per giunta accompagnato da un genitore, che senz’altro non pensava di fornire un esempio molto sbagliato. Di conseguenza, nel ragazzo scatta la curiosità di continuare a provare l’ebbrezza della presunta vincita, che sia per trasgressione, per combattere la noia, per divertimento…

In conclusione, un team qualunque di esperti ribadirebbe sempre lo stesso concetto: non bisognerebbe nemmeno guarire, arrivare alla cura, bisognerebbe saper prevenire e basta, grazie all’istruzione e alla formazione su tali problematiche. Data la complessità delle situazioni e della società odierna, però, non può che risultare necessario un approccio multidisciplinare e interconnesso per estirpare alla radice l’origine della ludopatia.

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Articolo di Francesca Bertuglia

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Classe 1996, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, cresciuta a stretto contatto con ambiti associativi, da sempre appassionata di letteratura, giornalismo e mondo editoriale. È dell’idea che scrivere di Cultura educhi alla bellezza e alla conoscenza in un’ampia prospettiva.

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