Un’Alba come tante

Sceglie un tema complesso, Valentina Pasquali, trentenne laziale, per il suo romanzo d’esordio, Un’Alba come tante: la violenza di genere. Quando gliene ho chiesto le ragioni, mi ha risposto con una breve mail in cui mi spiegava che era «troppo stanca dell’incessante indifferenza che pesa sopra il femminicidio e tutto quello che c’è intorno. C’è indifferenza da parte di tante donne oltre che uomini. È una problematica che ho sempre sentito vicina e credo che ognuna di noi debba provare a fare quello che può, soprattutto per le generazioni future proprio come quella di mia figlia (7 anni). Spero che quando avrà la mia età la situazione sarà migliorata. Il racconto, ho fatto sì che alla fine sembri scritto da un uomo, proprio perché questa è una battaglia che va fatta insieme, cercando di ottenere una pacifica convivenza tra donne e uomini. Tre mesi fa ho fatto un colloquio di lavoro e l’uomo che mi ha intervistata non mi ha chiesto nulla che c’entrasse con la posizione lavorativa che avrei dovuto ricoprire, piuttosto mi ha ben fatto intendere che io, poiché carina e di un segno zodiacale che si avvicina al suo, avrei potuto lavorare se avessi accettato certe condizioni. Ecco, questa è solo una minima parte di tutto quello che vorrei non esistesse più quando mia figlia sarà adulta».

Capisco benissimo. E non solo perché due figlie femmine le ho anch’io, ma perché sono stufa marcia di leggere statistiche sulle pari opportunità negate in questo Paese, come in molti altri. La meta è lontanissima, quindi ben venga ogni tentativo di smantellare il vecchio muro della centralità maschile che, tra l’altro, mi fa anche un po’ ridere dopo che per mesi è stato chiaro a tutti/e che siamo state noi donne a tenere in piedi l’Italia della pandemia, divise tra cura della prole, degli anziani e lavoro da casa. Ma ci sarà spazio altrove per sviluppare questo argomento.

Tornando al romanzo di Valentina Pasquali, interessante il titolo che riprende, a mio avviso felicemente, il nome della protagonista, una ragazza come tante, timida, riservata, con una vita semplice, senza slanci. Roma fa da sfondo alla vicenda, che potrebbe tuttavia essere ambientata in qualsiasi altra città della Penisola, tanto vaga ed evanescente ne è la descrizione. Del resto si sa: la violenza di genere trova tristemente casa da Nord a Sud, senza grandi distinzioni. Non manca nulla, nel racconto, delle dinamiche ormai note delle relazioni di coppia disfunzionali e patologiche, quelle che conducono alla furia cieca, al senso del possesso assoluto, alle botte. Alba, colpevole solo di essersi innamorata dell’uomo sbagliato, perde progressivamente ogni autonomia: il lavoro, la casa, le amicizie, i progetti, i sogni. La sua vita, dapprima dignitosa ancorché non facile, si trasforma nel classico incubo che le cronache nazionali ci hanno insegnato a riconoscere. Insulti, percosse, segregazione fisica, privazione delle più elementari libertà di movimento, di contatto, di scelte diventano il suo pane quotidiano. Questa espressione non è casuale, perché fare il pane è proprio il mestiere di Alba, il lavoro che, prima dell’inizio dell’orrore, le garantisce uno stipendio, una casa e una vita. Poi acqua e farina scompaiono e restano solo i lividi, la paura e la morte interiore. Eppure lei nega, a sé stessa prima che al resto del mondo. Ostinatamente, testardamente, porge il fianco al suo aguzzino, si ripete che è lei quella sbagliata, che in fondo si tratta solo di qualche schiaffo, che lui, grazie all’amore incondizionato che lei saprà offrirgli, cambierà. Nulla di nuovo nemmeno qui, direi. Quante volte li abbiamo ascoltati, questi discorsi, nelle trasmissioni tivù o letti sui giornali? Negli interessanti incontri con le responsabili del Centro Antiviolenza, proposti anche alle mie alunne e ai miei alunni quest’anno, il ritornello della negazione è tornato prepotente. Le ragioni psicologiche che scatenano questo meccanismo di difesa sono àncore potenti purtroppo, la resistenza a chiedere aiuto lo scoglio più ingombrante. Eppure molte donne riescono a vincere la battaglia, a denunciare, a rivolgersi a chi ha gli strumenti per aiutarle. Come Alba, che nelle ultime pagine del romanzo riscatta sé stessa e la propria esistenza con un atto di resistenza e di coraggio. Per spostarsi in città, la nostra protagonista usa una bicicletta rossa. Il colore delle scarpe, delle panchine, in generale degli oggetti evocativi che colorano le manifestazioni contro la violenza di genere: uno dei molti simboli interessanti presenti nel testo. La storia, dunque, benché non particolarmente originale, ha una sua coerenza narrativa ed è credibile. Il tema, lo abbiamo già detto, importante ed attuale. Resta il rammarico dello stile, che paga con impietosa evidenza lo scotto della mancanza di un buon lavoro di editing, di cui l’opera avrebbe avuto un disperato bisogno. Un’Alba come tante è infatti il frutto, stilisticamente ancora un po’ acerbo, di una piattaforma di self publishing e, purtroppo, si vede. A mio avviso, se è vero che scrivere è un atto di coraggio, lo è anche e soprattutto di responsabilità. Altrimenti non è una scelta comunicativa, l’apertura di un dialogo a distanza, ma un gesto di vanagloria, un’autocelebrazione fine a sé stessa. Ed essere autori o autrici responsabili spesso significa dover chiedere aiuto a chi ha più esperienza e più strumenti di noi, soprattutto se scegliamo argomenti impegnativi e temi forti. Il romanzo è oggi acquistabile online su amazon.com, feltrinelli.it, mondadori.it, giunti online, ibs, hoepli e altri store; altrimenti è possibile ordinarlo alle librerie Feltrinelli.

Valentina Pasquali
Un’alba come tante
Youcanprint editore, 2021
pp. 124

***

Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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