Musicista tra i musicisti. Carla Bley

Nel gennaio 2018 il giornalista Ethan Iverson intervista a lungo Carla Bley, pianista, direttrice d’orchestra e compositrice: l’intervista integrale, trascritta da Lysa Hale, è estremamente interessante ed è leggibile all’indirizzo.

Il breve stralcio che segue introduce la controversa, enigmatica, affascinante, originale figura di artista incarnata da una delle “signore” del jazz; Iverson le chiede di Duke Ellington e questa è la risposta di Carla Bley, tradotta al meglio delle mie possibilità: «Non mi è mai piaciuto Duke Ellington. Pensavo rubasse musica a Billy Strayhorn, in pratica. Ma a parte questo, non mi piaceva il suo stile nel suonare o nel parlare con la gente. Non l’ho visto molto, perché lavorava nei festival e io lavoravo nei club. Più tardi scoprii che anche prima che Billy Strayhorn iniziasse a scrivere musica per la band, ce n’era già di ottima nelle prime formazioni di Duke. All’epoca non lo sapevo, così più tardi l’ho assolto dal suo crimine. Ho un libro su di lui, e non lo sto nemmeno leggendo, non riesco proprio a entrarci».

Carla Bley in una fotografia scattata dal giornalista Ethan Iverson nel gennaio 2018, al termine dell’intervista
che la compositrice gli ha rilasciato

Senza peli sulla lingua, lontana da qualsiasi stereotipo o convenzione, anche il suo approccio al mondo del jazz e della musica non segue nessuna delle strade tradizionali che hanno portato alla notorietà e al successo tantissimi suoi colleghi e colleghe.

Carla Bley nasce a Oakland, California, l’11 maggio 1936, col nome di Lovella May Borg.

Il padre, Emil Borg, è un insegnante di pianoforte e di organo, oltre che maestro del coro di una chiesa, e comincia a darle prestissimo – lei è una bimba di tre anni – le prime lezioni di musica e dopo pochi anni la fa esibire in chiesa come organista; la madre, Arline Anderson, muore prematuramente nel 1944. Carla ha un carattere difficile e ribelle: dopo essersi appassionata al pattinaggio a rotelle, sport per il quale abbandona la chiesa e le sue esibizioni musicali, a diciassette anni decide che il suo futuro è nel jazz e fugge di casa trasferendosi a New York. Qui, per mantenersi, fa la “cigarette girl” al Birdland, per poter essere vicina ai musicisti, poterli ascoltare e conoscerli. In uno degli iniziali giorni di lavoro conosce Count Basie e, come racconterà in seguito, si sente davvero felice per la prima volta.

Uno degli artisti che incontra è il pianista canadese Paul Bley, col quale nasce una storia d’amore; lei lo segue in una sua tournée, facendosi chiamare Karen Borg, prima di cambiare legalmente il suo nome in Carla nel 1957. Lo stesso anno lo sposa e si trasferisce con lui a Los Angeles; il marito la incoraggia a iniziare a comporre dei brani: le sue composizioni piacciono a diversi, ben noti, musicisti che a partire dal 1960 le inseriscono nel loro repertorio e nei loro dischi, da George Russell a Jimmy Giuffre. Paul Bley registra il 20 ottobre 1964 e poi pubblica con l’etichetta d’avanguardia Esp Disk uno dei suoi lavori più famosi e visionari, Barrage, nel quale guida un quintetto che comprende Marshall Allen, l’altosassofonista iconoclasta già colonna dell’Arkestra di Sun Ra, il trombettista Dewey Johnson, il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Milford Graves. Disco difficile, senza compromessi, decisamente radicale nelle scelte: e tra le scelte c’è quella di eseguire brani tutti scritti dalla moglie Carla.

Copertina dell’album Barrage di Paul Bley, registrato nel 1964, nel quale il musicista esegue pezzi tutti composti dalla moglie

Lo stesso anno lei viene coinvolta nell’organizzazione e nel progetto di una associazione denominata Jazz Composers Guild, il cui scopo è quello di valorizzare e promuovere il lavoro dei musicisti più innovativi operanti a New York; anima dell’associazione è il trombettista austriaco Michael “Mike” Mantler, per il quale Carla lascia il marito – mantenendone però il cognome – e che sposa l’anno successivo; con lui ha una figlia, nata nel 1966, alla quale dà uno dei nomi usati in gioventù, Karen. Diventa co-direttrice dell’associazione, che nel frattempo ha cambiato la denominazione in Jazz Composers Orchestra Association (Jcoa), fondando anche una delle prime etichette discografiche indipendenti sotto la cui egida usciranno storiche registrazioni con ospiti come Cecil Taylor, Don Cherry, Leandro “Gato” Barbieri e Roswell Rudd e Grachan Moncur III.

Lo stesso anno registra, con Michael Mantler e Steve Lacy, questa volta come pianista, Jazz realities.

Nel 1967 collabora, scrivendo tutti gli arrangiamenti e alcune composizioni, a un progetto interessante, anche se non riuscito (la sensazione all’ascolto è di pesantezza pretenziosa), a nome del vibrafonista Gary Burton, A genuine tong funeral.

In quegli anni incarna da una parte lo stile di vita bohémien della generazione hippie, dall’altra quella di una autrice austera e senza compromessi; anche all’interno della musica le sue ambizioni compositive si scontrano con l’estetica del “free-jazz”, nonostante lei ne sposi l’ideologia e i contenuti; forse proprio in queste contraddizioni è contenuto il fascino segreto della sua musica.

Carla Bley in una fotografia degli anni Sessanta,
di autore non noto

Nel 1969 partecipa come pianista, scrivendo anche gran parte degli arrangiamenti, a uno dei dischi fondamentali della storia del jazz contemporaneo, Liberation Music Orchestra, che segna il debutto della formazione che porta lo stesso nome, voluta e diretta dal contrabbassista Charlie Haden, la cui vocazione libertaria traspare chiaramente dalla scelta dei brani registrati: si va da una suite basata su alcuni canti antifranchisti della Guerra Civile spagnola alla celeberrima Song for Che, composta da Haden stesso in omaggio al grande combattente Ernesto “Che” Guevara. A quelle registrazioni che sono tra le pietre miliari di tutta la storia del jazz, partecipa un manipolo di musicisti già famosi o che lo diventeranno negli anni seguenti, da Gato Barbieri a Don Cherry, da Roswell Rudd a Paul Motian oltre, naturalmente, a Mike Mantler e a Carla Bley. Il disco, coraggiosamente prodotto dall’etichetta Impulse, la stessa per la quale registrava John Coltrane, viene osteggiato e criticato in tutti i modi negli Stati Uniti: è antimilitarista, schierato dalla parte dei più deboli, dichiaratamente di sinistra in una nazione ancora condizionata da anticomunismo viscerale e volontà di sciagurati interventi militari; non da ultimo perché musicisti bianchi, compreso un latino-americano, e neri lavorano insieme.

Carla Bley, al centro, con il chitarrista Sam Brown, a sinistra, e il contrabbassista Charlie Haden, a destra, durante la registrazione di Liberation Music Orchestra nel 1969 (fotografia di autore non noto)

Carla Bley tra il 1968 e il 1971 registra quello che è probabilmente il suo lavoro più conosciuto: Escalator over the hill.

Un lavoro dalle molte, forse troppe, ambizioni, prodotto e coordinato da Michael Mantler per la Jcoa, con i testi del poeta Paul Haines e le musiche di Carla Bley; il cast è davvero stellare: oltre ai musicisti già citati per Liberation Music Orchestra, compaiono le cantanti Sheila Jordan e Jeanne Lee, l’ex Mothers of Invention (il gruppo fondato e guidato da Frank Zappa) Don Preston, il chitarrista John McLaughlin, il trombettista italiano Enrico Rava e Jack Bruce, già cantante e bassista del famoso supergruppo rock Cream, cui è affidata una parte di primissimo piano. Alcune sequenze dell’opera sono da antologia: l’iniziale Hotel overture, con un Gato Barbieri straordinariamente efficace ed emozionante tra melodia struggente e grido ferino; la lunga e articolata performance Rawalpindi Blues con sapori che vanno dal jazz-rock delle parti che vedono all’opera un quartetto con McLaughlin, Bruce, Carla Bley – qui in veste di organista – e Motian, alla world music di un ispirato Don Cherry che suona e canta portando il sapore dei deserti e delle montagne asiatiche; altre parti sono meno riuscite e, alla fine, occorre un certo coraggio per affrontare gli oltre ventisette minuti della conclusiva …and it’s again  che, dopo una breve parte iniziale in cui predomina la possente vocalità di Jack Bruce, si dilunga in un insistito e immutabile frinire di strumenti a corda che solo negli ultimi tredici secondi regala, al coraggioso ascoltatore, una breve melodia di carillon: certamente il finale più estenuante – almeno a mia conoscenza – della storia della musica.

Carla Bley con Jack Bruce ai tempi della registrazione di Escalator over the Hill, tra il 1968 e il 1971 (fotografia di autore non noto)

Dal 1974 iniziano a venire pubblicati numerosi dischi per una nuova etichetta, la Watt, costituita da Carla col marito; il primo di questi, Tropic appetites, è una sorte di corollario, in tono minore, di Escalator over the hill: Carla si misura di nuovo coi testi poetici di Paul Haines, ma con una formazione decisamente più ridotta che vede all’opera, ancora una volta, Gato Barbieri col suo vulcanico sassofono, lo straordinario contrabbassista Dave Holland e la cantante Julie Tippetts, più conosciuta come Julie Driscoll; in un brano viene messa a cantare anche la giovanissima figlia Karen (di otto anni).

Nello stesso anno è Jaco Pastorius a utilizzare cinque brani di Carla in un suo lavoro registrato il 16 giugno a New York assieme al chitarrista Pat Metheny e all’ex marito di lei, Paul Bley, che figura anche in veste di produttore: il disco si chiama semplicemente Jaco ed esce nel 1976 per l’etichetta Improvising Artists. Paul Bley suonerà spesso, nel corso degli anni, brani della ex-moglie, fino a dedicarle, nel 1991 e nel 1992, due interi dischi, rispettivamente Paul plays Carla e Homage to Carla.

Nel 1975 Carla Bley entra a far parte di una nuova band messa in piedi da Jack Bruce, che comprende anche il chitarrista Mick Taylor da poco fuoriuscito dai Rolling Stones, band che durerà lo spazio di un mattino e non lascerà alcuna prova discografica, a parte un paio di registrazioni dal vivo pubblicate solo più di vent’anni dopo.

Tra i moltissimi lavori di quegli anni a suo nome si segnalano The Carla Bley band. European tour 1977, che vede al suo fianco Elton Dean e Hugh Hopper, due membri fondatori dei Soft Machine, celebre band capofila della cosiddetta Scuola di Canterbury; l’album contiene una lunga suite che ripropone, in modo caustico, alcuni celebri inni e che è intitolata Spangled banner minor and other patriotic songs. Esce poi Musique mecanique, pubblicato nel 1979, che vede l’inizio della collaborazione col contrabbassista e bassista elettrico Steve Swallow, una collaborazione che dura ancora oggi e non soltanto sul piano musicale. Questo disco è una sorta di “divertissement” per tentetto, con composizioni bizzarre ma non troppo cerebrali; curioso l’utilizzo contestuale di contrabbasso (Charlie Haden) e basso elettrico (Steve Swallow).

Nel 1982 Carla collabora per la seconda volta con la Liberation Music Orchestra: The ballad of the fallen è il titolo dell’album, del quale ancora una volta cura gli arrangiamenti e che viene votato nel 1984 “Disco jazz dell’anno” dalla prestigiosa rivista musicale Down Beat; vengono utilizzati materiali derivanti da canzoni popolari e di lotta, tra i quali El pueblo unido jamàs serà vencido di Sergio Ortega: di nuovo Charlie Haden non nasconde le sue idee politiche, a dargli spazio è però un’etichetta europea, la prestigiosa Ecm fondata da Manfred Eicher.

Copertina dell’album Duets (1988),
con il futuro marito Steve Swallow

Nel 1985 la musicista inizia a registrare alcuni dischi firmati in partnership con Steve Swallow, il primo dei quali è Night-Glo, che è anche il primo lavoro in cui Michael Mantler è assente, cui fa seguito, nel 1988, il ben più interessante Duets che vede alternarsi composizioni di entrambi e la cui copertina farebbe pensare a una, forse, innocente e scherzosa intimità. Nel 1992 esce Go together, anche questo come i precedenti sempre per l’etichetta Watt: ma a questo punto il sodalizio, musicale e umano, con Michael Mantler si è già interrotto; il trombettista torna a vivere in Europa dove prosegue la sua carriera fino ai giorni nostri, il divorzio di Carla e il suo nuovo matrimonio con Steve Swallow sono entrambi del 1991.

In occasione del suo ottantesimo compleanno, rilascia al giornalista Alfredo D’Agnese, che la intervista per il quotidiano la Repubblica, questa dichiarazione: «Non festeggio il mio compleanno da anni. Preferisco concentrarmi sulla musica. Sto per presentare una nuova composizione in prima mondiale, ecco qualcosa per cui farmi gli auguri». Più avanti, nella stessa intervista: «Sono sempre stata autonoma, non ho mai avuto problemi a guadagnare soldi e ho sempre pagato le tasse regolarmente. Non mi sono fatta indirizzare dagli uomini che amavo e con cui ho vissuto, ma ho imparato dai musicisti con cui ho collaborato».

Carla Bley, al centro, con il bassista (e marito) Steve Swallow, a sinistra, e il sassofonista Andy Sheppard, a destra, nel 2019
(fotografia di autore non noto)

L’attività musicale di Carla Bley è tuttora molto intensa, tra orchestra, gruppi allargati e un trio che vede, oltre a Swallow, il sassofonista Andy Sheppard; il disco più recente di questa formazione è Life goes on, pubblicato dalla Ecm nel 2020.

La conclusione è tratta da un altro stralcio dell’intervista di Ethan Iverson; il giornalista le chiede di Paul Bley, questa la risposta: «L’ho lasciato perché non mi piaceva. Non l’ho visto dal giorno in cui me ne sono andata, tranne una volta alla Seventh Avenue South. La mia band stava suonando, e lui si è presentato. Erano passati circa dieci anni da quando abbiamo divorziato, e sembrava a posto. Mi piacciono tutti i miei vecchi fidanzati».

 

In copertina: Carla Bley in una posa anticonformista, in una fotografia scattata il 9 febbraio 1979 (Roger Ressmeyer/CORBIS).

***

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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