A che ci serve Draghi. L’aprile di Limes

«When facts change, I change my mind. What do you do sir?»
John Maynard Keynes

A che ci serve Draghi è il secondo numero di una trilogia dedicata all’Italia (il prossimo si intitolerà Il Triangolo sì) e attraverso i numerosi contributi pubblicati ne fa un’analisi da dentro, chiedendosi se il nuovo Presidente del Consiglio, in questa fase storica eccezionale e complessa, potrà servire la causa dell’Italia e realizzare il tanto agognato «miracolo italiano». Una volta tanto la rivista si schiera, forse con la sola eccezione di Fabbri che delinea un quadro pessimistico.

Come sempre l’editoriale del direttore, significativamente intitolato Non solo Draghi, è particolarmente illuminante. Parte con un’analisi sulle figure dei capi e li divide in tre categorie: ordinari, sistemici, folli di Dio. «I primi sono gestori della normalità. Per loro vale il grado, di cui tendono a innamorarsi, non la funzione. I meno intelligenti… di fronte agli sconvolgimenti rifiutano l’ostacolo. Si nascondono o abdicano. Gli scaltri, non così rari, capiscono e si adeguano». «I secondi sono personalità d’eccezione. Per proprio speciale valore e perché disposti a governare lo stato d’eccezione. Fiutano in anticipo le crisi. Colgono subito i mutamenti di fase e le variazioni tattiche. Percepiscono le frequenti alterazioni nel sentimento delle comunità che rappresentano. Usano dell’emergenza per sollecitare le strutture a superiore sforzo, legando l’urgenza alla prospettiva». Sono animati dall’ambizione di lasciare una traccia nella storia. I terzi sono i folli di Dio. «Mistici asceti d’un mondo rovesciato. Di sicuro i più potenti fra i capi d’ogni tempo», i più pericolosi.

Per Caracciolo il nuovo Presidente del Consiglio è un capo sistemico e carismatico, bisognoso di continue conferme, sempre a rischio però di finire capro espiatorio. Fra i massimi leader continentali, abituato a relazionarsi coi grandi della Terra, è stato il pilota dell’organo di fatto più potente dell’Unione Europea, la Bce. Draghi potrebbe avviare la riforma strutturale dello Stato, cominciando dal riaccentramento e dalla responsabilizzazione dei poteri, riconnettendo Stato e nazione, per poter competere sulla scena mondiale. La prestazione e lo spettacolo offerti dalle Regioni nella gestione della pandemia, tanto più offensiva e vergognosa nel caso degli enti territoriali più ricchi, ne ha dimostrato tutta la pericolosità per la coesione nazionale. La mossa del Presidente della Repubblica Mattarella che, con una metafora calcistica, potrebbe essere paragonata al gesto dell’allenatore che, a pochi minuti dalla fine di una partita in cui perdiamo due a zero, sceglie di fare entrare in campo un vecchio fuoriclasse che era in panchina, potrebbe avere conseguenze geopolitiche importanti anche se Draghi ha il vuoto dietro di sé, in questa crisi forse terminale del sistema partitico italiano. Non a caso si è scelto una squadra di tecnici in un vero e proprio «Gabinetto di guerra» che ha di fatto esautorato ministri e ministre in carica. 

La fase storica che stiamo attraversando è foriera di grandi rivolgimenti geopolitici: la sfida tra Cina e Stati Uniti, indeboliti nella loro credibilità dalla crisi di identità sfociata nell’assalto al Campidoglio, l’avvicinamento tattico tra Cina e Russia e l’avvicendamento di Biden, virtualmente presente al Consiglio Europeo, senza alcuna intenzione di abbandonare la sua influenza sull’Europa, né tanto meno di lasciarla a guida germanica. In questa contingenza l’Italia è contemporaneamente, come spiega Caracciolo nell’editoriale, «nazione di second’ordine» (espressione di Cavour) e «peso determinante» (Grandi, sì proprio quello dell’odg che sfiduciò Mussolini). «Paradossalmente l’enigmatico esponente delle élite transnazionali è chiamato oggi a salvare il suo Stato nazionale». E non importa che fino a relativamente poco tempo fa Mario Draghi abbia abbracciato le teorie neoliberiste e il rigore dell’austerity tedesca. Si può sempre cambiare idea, quando i tempi cambiano, come ha dimostrato durante la crisi dei debiti sovrani il Presidente della Bce, con la sua frase ormai passata alla storia: «Whatever it takes. And believe me, it will be enough».

Secondo il direttore di Limes «Draghi è l’ultimo chirurgo prima della trojka», ma se l’Italia, superpotenza negativa, dovesse fallire trascinerebbe con sé Eurozona, Europa tutta e non marginalmente America e resto del mondo, mentre il nuovo corso dell’ex Presidente della Bce piace a Francesi e Statunitensi, da sempre timorosi e avversari di un’Unione Europea a trazione tedesca.

I problemi italiani, come ci ricorda il direttore di Limes, sono tanti. Le istituzioni sono in crisi, la forbice tra Nord e Sud si è allargata, anche per effetto di una specie di autogoverno da Stato sovrano di regioni ricche come la Lombardia e il Veneto, i ceti medi si sono impoveriti, il malcontento sociale è destinato a salire e la regione più povera d’Italia, la Calabria, è in comodato d’uso alla mafia più ricca potente e transnazionale del mondo, la’ndrangheta, diffusa e ramificata in tutto il territorio. Se questa situazione non sarà arginata, l’Italia sarà veramente un pericolo, per sé, per l’Eurozona e per tutto il mondo.

Il volume di aprile consta di tre parti. La più interessante è la prima, L’Italia in lotta per non retrocedere. La seconda si intitola Italia/Italie e la terza Sorveglianti speciali.

Da segnalare l’articolo di Sabino Cassese: Lo Stato arcipelago non funziona, in cui lo studioso di Scienza dell’amministrazione definisce l’Italia paradigma dello «Stato ad amministrazione disaggregata» e mette in evidenza, parlando di «adhocrazia» come, in sessant’anni, «l’amministrazione da unitaria è divenuta differenziata, da gerarchica frammentata, da uniforme diversificata». L’ipertrofia normativa non consente di individuare a chi spettino il potere e le responsabilità ed ha finito per immobilizzare l’azione politica e amministrativa perché chi dovrebbe amministrare spesso rinuncia a farlo dal momento che comunque violerà una legge incomprensibile e illeggibile. Occorre urgentemente una riforma, altrimenti l’attività della Corte Costituzionale sarà monopolizzata da questioni legate alle competenze multiple sovrapposte. L’articolo di Petroni, Un euronucleo per l’Italia, insiste sulla necessità di riallacciare il Mezzogiorno al continente e di occuparci dell’Italia come potenza marittima. I porti del Sud devono essere elevati a progetti di rilievo europeo ed è necessaria un’agenda di cooperazione navale con la Francia per la sicurezza delle rotte mediterranee. Dario Fabbri contesta la definizione di “tecnico” attribuita a Draghi, ricordando che «un bravo statista non è mai un “tecnico”, quanto un individuo dotato di straordinaria sensibilità, capace di cogliere le esigenze della collettività che guida, per coniugarle con le ricette offerte dagli apparati».

Il rilancio del Mezzogiorno è la costante in molti degli articoli di questo numero. Come denuncia una nota di Svimez e Fondazione Per, «all’Italia è stata assegnata la quota più alta di aiuti non solo per il primo e maggiore impatto» del virus, ma anche perché presenta «nelle regioni meridionali i più bassi indicatori di reddito e occupazione, i più consistenti fenomeni di perdita di capitale umano qualificato e la più grave caduta della natalità». Il divario è anche infrastrutturale. L’alta velocità ferroviaria consente oggi di andare da Roma a Milano in meno di tre ore, da Roma a Torino in poco più di quattro. Da Roma allo Stretto di Messina ci vogliono ancora quasi cinque ore, da Roma a Palermo dodici. Come ci ricorda la rivista «chi dall’interno della Basilicata, adiacente alla Campania, debba prendere una Freccia deve farsi almeno due-tre ore di auto fino a Salerno o a Napoli. Se su Google maps vuole tracciare il percorso in treno, incappa nel messaggio: “Spiacenti, non siamo riusciti a calcolare le indicazioni”. Lo stesso che compare se s’interroga l’oracolo sulla possibilità di andare dall’Europa a New York in pullman».

Uno degli articoli più interessanti è quello di Lorenzo Noto Il ponte sullo stretto esiste già, si chiama Calabria, un’analisi accurata della potenza della ‘ndrangheta e del suo radicamento in una regione bellissima, da cui i giovani se ne vanno e il tasso di natalità diminuisce. Ma dalla Calabria e dalla Sicilia le mafie si sono radicate, come ben sappiamo, nel Centro e nel Settentrione, tessendo alleanze politiche nell’ombra, relazioni sociali ed economiche con le collettività, le imprese e le istituzioni. Noto sottolinea però che «Il mito dell’invincibilità della mafia vissuta e subita è seccamente smentito dal lavoro di polizie e magistratura, e conferma semmai l’ineluttabilità di un impegno costante, non ridimensionabile. Le dinamiche sono conosciute, indagate, studiate, rivelate da indagini, processi e analisi scientifiche; lo Stato si è dotato di strumenti giuridici e investigativi per frantumare la società segreta criminale che trae forza primaria dalla formidabile risorsa del legame indissolubile e coercitivo che unisce gli associati, regalando a ogni individuo l’immenso potere di rappresentare il tutto, al prezzo della rinuncia al diritto di recesso». Resta più infido ed oscuro l’intreccio di interessi tra mafiosi, criminalità comune, imprenditori, professionisti, politici e amministratori pubblici, tenuti insieme da convenienza, corruzione, favoritismi. «Grumi di collusioni, interessi, affari nei quali si saldano il sottomondo criminale e il sopramondo ufficiale: il mondo di mezzo». La Calabria, ricca di potenzialità e abbandonata dallo Stato, sarebbe naturale testa di ponte per riconnettere la Sicilia all’Italia. Ripartire dal Sud coi fondi dell’Ue è un’occasione geopolitica.

L’analisi di Viesti, Il benessere del Nord dipende dalla crescita del Sud, invita a riflettere sulla necessità di potenziare la rete delle infrastrutture, i porti e le reti retroportuali e fa un’analisi accurata di quello che servirebbe per agganciare il Sud in un processo di vero sviluppo economico e geopolitico. «In un paese in cui per tutto il XXI secolo non è mai partito un treno che collegasse direttamente le due maggiori città del Mezzogiorno continentale, Bari e Napoli, e in cui si va da Palermo a Catania in condizioni ottocentesche (e in più tempo di quello necessario per raggiungere Roma da Milano), il potenziamento di una nuova mobilità sostenibile, fra le città e nelle città, può determinare un salto nella possibilità di circolazione delle idee, delle persone, delle merci, dei turisti. Assai più con potenziamenti, elettrificazioni e nuovi servizi che con ipotesi di opere faraoniche. Mettere a disposizione dei bambini piccoli del Sud (e indirettamente delle loro madri) più posti negli asili nido e più scuola elementare a tempo pieno significa investire su nuovi cittadini non solo più istruiti ma anche più in grado di partecipare alla vita collettiva».

L’articolo di Massimo Livi Bacci ci fornisce dati utilissimi a comprendere la situazione demografica italiana post pandemia (l’Italia è l’unico Paese europeo con una popolazione in declino), spia della crisi vissuta dal Paese, espressione di uno squilibrio strutturale ulteriormente aggravato dall’epidemia. I dati riportati sono da leggere soprattutto nell’ottica della soluzione del problema del calo della natalità, che richiederà una politica migratoria da intraprendere con strumenti diversi da quelli obsoleti e anacronistici della Legge Turco-Napolitano. Il richiamo al Global Migration Compact dell’Onu è un’utile bussola per comprendere le linee di una politica migratoria efficace.

L’ultimo articolo che vorrei segnalare è Il vento Keynesiano di Washington riallinea Francia e Italia contro le follie della Germania, in cui l’autore, Fabrizio Agnocchetti, ci ricorda che l’Italia, a dispetto della narrazione dei media, «è stato il paese dell’Eurozona più rispettoso del vincolo fiscale tedesco, l’unico riuscito nella titanica impresa di realizzare un avanzo primario di bilancio per quasi un trentennio… quello che ha pagato il prezzo più alto in termini di crescita economica, nei fatti». Un Paese indebolito da politiche di austerity che non hanno raggiunto i risultati sperati e hanno creato deflazione. Il progetto è quindi un’Eurozona a trazione franco-italiana, sponsorizzata da Washington, libera dal vincolo monetario e fiscale tedesco e guidata da politiche keynesiane in linea con i fondamentali della coppia al comando. La conversione Keynesiana di Macron è raccontata dall’autore in modo mirabile e divertente, da leggere assolutamente.

Al termine della lettura di questo numero della rivista di geopolitica potremmo forse tentare di dire a che ci serve Draghi. Può servire a dare un segnale all’opinione pubblica italiana, al nostro Paese e agli Usa. Ha il compito di fare investimenti nelle alte tecnologie e nella Transizione energetica, riformare la Pubblica Amministrazione, depurandola dalle troppe competenze giuridiche e inserendovi quelle tecniche, procedere a una riforma dello Stato che ridimensioni i poteri di quelle regioni che si comportano da Stati sovrani, ma soprattutto favorire lo sviluppo del Sud. Trovandosi al centro di una rivoluzione geopolitica Draghi potrà servire a rivedere il sistema dell’Eurozona ridimensionando la Germania e imprimendo un’inversione di rotta nella politica fiscale.

«Un solo uomo, per quanto di eminente reputazione, poco può. Il rischio del logoramento, nemmeno troppo lento, è dietro l’angolo. In questo caso, dietro l’angolo scopriremmo una voragine. L’istinto di sopravvivenza, sorretto dalla nostra funzione nel contesto geopolitico di cui partecipiamo, ci induce tuttavia a sperare. Chissà se un giorno figli e nipoti potranno studiare, chini sui manuali di storia patria, come da un simbolo creammo un sistema».
(dall’editoriale di Lucio Caracciolo)

***

Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione, la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna.

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