A testa alta col ciglio asciutto

Il Comune di Latronico, un paese della Basilicata in provincia di Potenza, aveva deliberato, nell’ottobre scorso, l’individuazione di nuovi nominativi per l’intitolazione delle molte strade del paese ancora senza un nome ufficiale, ma indicate con numero progressivo: Vico I, Vico II ecc. La scelta è stata quella di utilizzare un metodo innovativo, democratico e altamente partecipativo: una votazione online su una piattaforma dedicata. Nella consapevolezza, ottenuta anche grazie alla conoscenza delle iniziative dell’associazione Toponomastica femminile, che una percentuale minima di strade è intitolata a donne (in media sette-otto strade dedicate a donne versus cento intitolate a uomini) molte delle figure proposte per le nuove intitolazioni hanno visto figure femminili come protagoniste.
Ad aprile si è conclusa la votazione online: «Finalmente il nostro comune si arricchisce di ulteriori strade intitolate a donne» ha affermato il vicesindaco Vincenzo Castellano, ricordando l’alto numero di voti ottenuti soprattutto da Anna Frank e Rita Levi Montalcini.

Riceviamo dall’assessora di Latronico, Rosita La Banca, questa testimonianza e informazioni sulle brigantesse — alcune delle quali inserite fra le proposte fra cui scegliere — e volentieri pubblichiamo:

Teresa, sorella di Serafina Ciminelli

«Riecheggia, ancora, nei boschi del sud Italia, la voce delle brigantesse, che liberamente, scelsero di darsi alla macchia come unica e sola alternativa a quella di sottostare ai padri, fratelli e mariti, padroni.
Queste donne ricoprirono il ruolo di protagoniste nella storia del Mezzogiorno e vennero definite drude — dispregiativo usato per indicare la loro abnegazione malavitosa, venendo meno al loro status di mogli, amanti, figlie e sorelle — nei verbali di polizia, negli atti dei processi e nelle cronache giornalistiche del tempo. Screditate solo perché partecipavano attivamente alla ribellione del popolo contadino. Mi sono sempre chiesta quale sia stato il prezzo che le donne coraggiose e rivoluzionarie del meridione hanno dovuto pagare nel periodo post unitario. Ed è per questo che desidero che si possa fare una rilettura storico/etica del fenomeno sul Brigantaggio, per ridare loro onorabilità per le ingiurie ricevute per la scelta di vita contradittoria ai canoni del tempo, sia perché difesero con tenacia e dedizione la loro dignità, i loro affetti e il loro diritto alla sopravvivenza.
Nelle bande dei briganti, vi era un numero cospicuo di donne, basti pensare che solo in Basilicata ne erano trentadue, che condividevano con i loro uomini, non solo l’abbigliamento, ma anche il destino, e all’occorrenza non si tiravano indietro nell’impugnare il fucile e nell’adoperare coltelli a serramanico. Alla base della rivolta, vi erano moventi sociali e politici e lo Stato, sentendosi minacciato, faceva il doppio gioco, approfittando del tramonto del Regno Borbonico, per impadronirsi dei terreni demaniali, con una soppressione spietata e disumana.
Le brigantesse ricoprivano il ruolo di messi, sviando così le indagini della forza pubblica, e venivano impiegate nel lavoro dei campi, e si intrattenevano con i soldati nel parlare, per ricevere informazioni. Oltre a questi lavori erano anche vivandiere e infermiere. In loro vi era anche un profondo dualismo tra fede e superstizione, mettevano sotto le camicie dei loro compagni, abitini rettangolari di saio e amuleti, con l’immagine della Vergine Maria, credendo che queste potessero deviare le pallottole. Quando sopraggiungeva l’ordine di cattura, venivano fotografate in una postura insolita, perché si voleva tratteggiare il fenomeno del brigantaggio non per quello che era, ma per ciò che il governo Piemontese voleva che apparisse.

Dopo la morte venivano raddrizzate alla meglio e venivano vestite con il fucile tra le mani, solo dopo averle stuprate e uccise. Tra esse voglio ricordare una brigantessa, Serafina Ciminelli (1845-1866) figlia di proprietari terrieri di Francavilla Sul Sinni (PZ) che seguì il suo compagno Antonio Franco, detto il lupo del Pollino. Dopo essere rimasta gravida, diede alla luce un bambino, ma incalzata dall’esercito dei Piemontesi, fu costretta a consegnare l’infante nel bosco, all’Arciprete di Latronico (PZ), affinché il curato se ne prendesse cura, visto che nel paese, vi erano le balie che accudivano e allattavano i neonati anche altrui.

La Ciminelli morì appena ventunenne per setticemia, sola e abbandonata nel carcere di Potenza, una morte dovuta sicuramente alla situazione igienico-sanitaria del periodo, visto che era costretta a indossare panni ruvidi e sporchi. Un’altra verità che a distanza di tempo può invertire il giudizio, anche se non di approvazione, il fatto che a queste donne non è stato mai riconosciuto il ruolo di soggetto sociale autonomo, perché sempre affiliate ai loro uomini.

In copertina: foto di Donata Cucchi, dallo spettacolo teatrale Mi chiamo Serafina Ciminelli

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa Femminista Europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane sino al settembre 2020.

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