Editoriale. “… COME È DIFFICILE TROVARE L’ALBA DENTRO L’IMBRUNIRE”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

Che cos’è la guerra? Che vuol dire trovare la pace? Cerchiamolo dal vocabolario. Guerra: «Conflitto aperto e dichiarato fra due o più Stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi…La guerra è peraltro ripudiata dall’art. 2, par. 3 e 4, della Carta delle Nazioni Unite e, in Italia, dall’art. 11 della Costituzione come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali o come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, e ammessa solo come difesa nei confronti di aggressioni esterne».

Pace: «In senso stretto, la condizione contraria allo stato di guerra, con riferimento a nazioni che, regolando i propri rapporti reciproci secondo comuni accordi senza atti di forza, possono attendere al normale sviluppo della loro vita economica, sociale, culturale. In diritto internazionale, gli atti relativi al ristabilimento della pace sono le proposte, i preliminari, le conferenze, i trattati e i dettati di pace. Le proposte di pace sono gli atti con cui uno Stato belligerante informa uno Stato nemico della sua intenzione di porre termine alla guerra fra essi esistente, e lo invita, direttamente o tramite una potenza neutrale, a fargli conoscere a quali condizioni sarebbe disposto a restaurare la pace» (Treccani). Questo è quello che dicono i vocabolari.

Ma Gino Strada ha un’unica sintetica risposta alla domanda su come evitare i mali causati dalla guerra: «basta non farla», un’asserzione, quasi un diktat, per niente scontata e banale, dettata da tutto il bagaglio di sofferenza e ingiustizia immagazzinato da Emergency, che Gino Strada ha creato insieme a Teresa Sarti e cura da ormai quasi trenta anni (la nascita di Emergency è del 15 maggio 1994, un compleanno!), per nulla esenti da conflitti orribili nonostante il secolo passato che ha visto svolgersi, in tempi ravvicinati, ben due guerre mondiali. Questo è da parte mia il tacito commento, attivamente silenzioso, a ciò che sta succedendo a Gaza, non troppo lontano da noi, dove, inoltre, una sproporzione di morte e di mezzi di offesa tra i contendenti non possono lasciare indifferenti, al di là di qualsiasi ragione.

Proprio dall’esigenza di voler sentire una voce della Palestina è nato l’invito a Rula Jebreal alla trasmissione Propaganda live (puntata di venerdì 14 maggio). Al di là delle numerosissime osservazioni, purtroppo come sempre sgraziatamente manichee, che hanno tenuto banco sui social per tutta la settimana a seguito della negazione di partecipare da parte della giornalista palestinese, si è rimessa a fuoco una realtà: la ridotta presenza delle donne nei media in genere e, in particolare, nelle trasmissioni televisive. Certo, dire che si invitano solo persone esperte e competenti significa fare davvero una magra figura perché se, come ha osservato la stessa Jebreal, la proporzione sarebbe stata di sette uomini su una donna, varrebbe a dire che nella scelta di persone esperte si ne è trovato solo una di genere femminile. Ma cercando di andare dal generale al particolare: «Lo strappo di Rula Jebreal non è del tutto ingiustificato, ed è stato comunque molto discusso» – scrive Giulia Blasi (Valigia Blu) – «La presenza delle donne nell’ambito pubblico – che sia la televisione, la politica o in generale il mondo del lavoro, nello specifico le professioni ad alta visibilità – è un punto molto controverso e molto discusso. Non nella sostanza, perché ovviamente quasi nessuno pensa che le donne non meritino di essere viste (non a livello conscio, comunque) ma nel modo in cui questa presenza possa e debba essere aumentata. Partiamo dai numeri» – continua nella sua osservazione – «che riguardano le trasmissioni Rai, che anche se naturalmente imperfetti perché divisi lungo linee di genere molto rigide sono comunque indicativi di uno squilibrio. Secondo i dati riportati dall’Osservatorio di Pavia, gli uomini rappresentano il 63,7% degli ospiti delle trasmissioni, contro un 36,3% di donne. Le politiche intervistate sono il 18,1%, le portavoce il 22% dei casi, il che rispecchia, in parte, la situazione di grave sottorappresentazione interna alla politica, soprattutto ad alto livello. Ma se la politica è legata in qualche modo all’attribuzione di un ruolo e di una carica che passa per il voto o per una nomina a una carica ufficiale, le esperte sono molto più numerose e facili da trovare. Eppure rappresentano solo il 24,8% delle ospiti dei programmi Rai, e riescono a essere la minoranza anche fra le celebrità: 33,1% contro il 66,9% di uomini». Dunque il no di Rula Jebreal è benvenuto, come l’intervento di Fedez al Concerto del Primo maggio: uno stimolo a che se ne parli e che se ne parli di più.

Il 17 maggio abbiamo celebrato la giornata mondiale contro l’omofobia e, nonostante gli stimoli di cui parlavo sopra, il Disegno di Legge Zan non riesce ad andare in porto. Eppure la realtà quotidiana (proprio di giorno in giorno) ci conferma la necessità di una legge che tuteli e freni l’odio contro ogni diversità. Non si può ammettere che un gruppo di giovanissimi picchi ferocemente un altro ragazzo perché ha scelto di ornare con lo smalto le sue unghie e in più tentino di bruciargli per questo le dita. Questo è un fuoco di odio, che urge di essere spento, il ricordo di punizioni esemplari memori niente altro che di regimi palesemente mai dimenticati. Non è possibile, per fare un altro esempio, che su una pagina social il direttore responsabile (ahinoi!) della testata Antenna Sud abbia pubblicato un commento con un linguaggio sessista, offensivo della parità di genere e della dignità personale: «Ci sono sgualdrine e sgualdrine – ha scritto nel post il direttore Onofrio D’Alesio – Ma le peggiori sono quelle con la laurea. Da sgualdrina». Tutto ciò ci inorridisce, soprattutto perché non unico, perché succede a ripetizione continua. La fretta è obbligatoria, per educare, ri-educare.

Per fortuna possiamo contare anche qualche vittoria, come quella della cancellazione dal vocabolario Treccani dei termini che qui non vogliamo ripetere, osceni e offensivi, che figuravano fino ad oggi come sinonimi del termine donna. (La parte di me che è rispettosa degli animali e soprattutto delle loro femmine si chiede perché di tali inopportuni accostamenti?!).

Proprio per rimanere nel discorso stimolato dalla negata presenza da parte di Rula Jebreal, risale ai primi di aprile la notizia che si sono aggiunte le storiche e le filosofe alla lista delle 100 esperte, il bel progetto ideato nel 2016 da alcune giornaliste dell’associazione nazionale Giulia, dall’Osservatorio di Pavia e sostenuto dalla Commissione Europea, sviluppato grazie alla Fondazione Bracco. Un database di nomi eccellenti (100esperte.it), consultabile da tutti, libero e gratuito, destinato a giornaliste e giornalisti, ma anche a chi organizza panel, festival e soprattutto convegni, sempre così poveri, e impoveriti da una praticamente totale assenza femminile. Raccoglie profili e contatti di centinaia di professioniste italiane e l’idea è quella di dare voce al punto di vista delle donne sul mondo. Basti pensare che dai risultati del Global Monitoring Project solo guardando i dati del 2015 la presenza delle donne sui media era allora del 21 per cento e tra gli esperti, le esperte arrivavano a coprire il 18 per cento. Ma a smentire tutto ciò ci sono gli oltre 300 nomi delle donne (soprattutto Stem) di questo progetto (100esperte.it)!
Abbiamo parlato di televisione e di donne esperte Stem. Ci piace ricordare un episodio recentissimo che potrebbe, come si è osservato, «smontare anni di spazzatura omofoba violenta e antiscientifica», fatto in tv proprio da una donna, la biologa, accademica e divulgatrice scientifica, una delle voci e dei volti più conosciuti della televisione, Barbara Gallavotti, che alla domanda provocatoria del giornalista (Floris, da cui Gallavotti è ospite fissa a Di martedì):  «I gay sono contronatura?» risponde con il suo abituale sorriso: «A parte che non si capisce perché gli esseri umani dovrebbero adeguare il proprio comportamento alle altre specie» – ha detto –  «però nel caso dell’omosessualità il problema non c’è perché non solo è prevista dalla natura e dall’evoluzione, ma anche estremamente diffusa. Ci sono almeno 1500 specie diverse nelle quali si sono visti comportamenti omosessuali, dai mammiferi al moscerino della frutta: coppie stabili, coppie temporanee, coppie che si formano per allevare una prole ottenuta con l’aiuto di qualche altra specie. Ci sono anche animali che cambiano sesso nel corso della vita: magari trascorrono la prima parte della loro esistenza come maschi e la finiscono come femmine. Quindi, se ci appelliamo alla natura possiamo considerarci massimamente liberi. Resta da capire se vogliamo basare i nostri diritti fondamentali su quello che fanno i moscerini della frutta, perché ci resta di girare intorno alle mele marce e poco altro». Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e su diversi aspetti!

Il numero 115 di Vitaminevaganti presenta una figura di donna europea, descritta in Calendaria, Eleonora d’Arborea, di cui è stato bello scoprire la storia e l’eccezionale modernità in tema di diritti delle donne, dei deboli e dei bambini. Continua poi con Diventare mamme in pandemia, una riflessione sulla solitudine delle neomamme in tempo di pandemia, sulla mancanza di confronto e aiuto, su baby blues e depressione post partum. Ma subito la tristezza passa e ci rallegriamo con Ruth Underwood. Un talento travolgente, la storia di una musicista d’eccellenza, che troppo presto ha lasciato la musica per dedicarsi alla famiglia nonostante le sue notevoli performance, spesso accanto a Frank Zappa. Due articoli ci accompagnano nella Sezione Toponomastica: Diario di viaggio di una toponomasta, escursioni con deviazioni di genere alla ricerca di luoghi e vie intitolate alle donne, foriere di scoperte sorprendenti da varie parti del mondo e Una giusta via, articolo delicato e commovente su un’invisibile tra gli invisibili, a cui è dedicata una targa alla Stazione Termini di Roma, Modesta Valenti, che merita questa sua nominazione stradale che ne fa giustamente l’indirizzo anagrafico (lo abbiamo scritto in un articolo di qualche mese fa  (https://vitaminevaganti.com/2020/12/12/le-vie-che-orientano-dare-un-indirizzo-al-mondo-non-e-un-atto-neutrale/fr. Barbara Belotti) di tutte e tutti le/i senzatetto.

Il 17 maggio scorso, ne abbiamo già parlato sopra, si è ricordata la Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia, di cui parla l’articolo Diverse e diversi da chi? che fa riflettere sulle discriminazioni contro le persone omosessuali, in particolare contro l’omosessualità maschile, ragionando sulle “parole tossiche” utilizzate per denigrarle.

Per la sezione H-demica, pubblichiamo il primo articolo di una serie di incontri in lingua inglese Life Narratives and Gender: Voices of Women in the Near East and Eastern Mediterranean organizzati ad Ankara, che riflette su come siano cambiati gli scritti autobiografici delle donne: Genre e gender.

Collegato alle tematiche di questo incontro è sicuramente, nella sezione Tesi, Esiste un linguaggio femminile? che riferisce di uno studio universitario che ha analizzato la produzione diaristica di maschi e femmine con interessanti osservazioni, discusse poi con le persone della classe che si erano rese disponibili a partecipare a questa ricerca.

In un altro articolo incontriamo una Giusta, Azucena Villaflor, la madre delle Madri, figura di straordinario coraggio,in un articolo che ci riporta al Golpe argentino di Videla e ne analizza con la consueta competenza i crimini e le complicità internazionali e della Chiesa. Nella sezione Sport Equitazione al femminile. Lorna Johnstone, quando lo sport non ha età, probabilmente, come chi scrive, sarete stupiti/edalla storia di una donna che ancora oggi detiene il record mondiale come atleta più anziana ad avere partecipato a un’Olimpiade. Una storia di vero sport inteso come allenamento, pazienza, fatica, partecipazione.

Le recensioni di questo numero sono tre: Le guerre delle donne, l’ultimo bel libro della brava giornalista Emanuela Zuccalà, che descrive figure femminili da lei intervistate in diverse parti del mondo in cui i diritti delle donne sono violati; Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari, il libro di Monica Guerritore, difficilmente inquadrabile in un genere ma costruito su tre piani differenti, con grande originalità e Le fedeltà invisibili della francese Delphine De Vigan. Qui l’autrice ci presenta in modo divertente e appassionato non solo il romanzo che recensisce per farcelo conoscere, ma illustra con seria simpatia anche una sorta di personale vademecum alla scelta di un libro da leggere, una ricetta privata di come arrivare alla selezione di un testo da leggere per poi riuscire a divorare l’opera scelta, come ci racconta di aver fatto la stessa autrice.

Finiamo con la buona tavola e quel grande alimento che è il frutto dell’operosità delle api, con un interessante descrizione dell’alveare e del rapporto tra api e apicultore, accompagnati da una gustosa ricetta, con l’articolo Il miele. Petto d’anatra al miele e aceto balsamico.

La musica, la poesia, il pensiero: questa settimana hanno avuto una grande perdita che noi sentiamo profondamente. Ma Franco Battiato, come Ezio Bosso (1971- maggio 2020), come ha detto la grande attrice Piera Degli Esposti in una recentissima intervista (La Repubblica, 14 aprile 2021) dobbiamo considerarli come immortali. Franco Battiato ci fa riflettere, le sue malinconie, le sue grida di cura, le sue riflessioni su questa «povera patria schiacciata dagli abusi di potere/ di gente infame che non sa cosa è il pudore» fanno sentire tutta la drammatica contemporaneità del suo sguardo sul mondo. Come sapeva fare dalla torretta della sua casa a Milo, tra il mare e il vulcano.

Non è facile scegliere i versi da citare, cosa preferire e offrirvi per un omaggio al Maestro, quasi un richiamo messianico. Ho scelto questa canzone del 1980.  Il tema degli uccelli è stato caro a Battiato e qui risulta una trasposizione di una composizione poetica di una scrittrice verso la quale Battiato aveva una grande ammirazione, Fleur Jaeggy, il cui libro I beati anni del castigo (Adelphi) era definito dall’artista «un libro assoluto».

Il brano,«come un’immagine specchiata della donna narratrice nell’aquila», lo sento come una intensa preghiera:

Il vento gonfiava le mie vesti
di veramente stabile erano le mie scarpe nere
alle caviglie ortopediche.
Un tempo passavo ore in palestra
continuai a inseguirla per inerzia.
La vidi stagliarsi tra alberi e cielo
e dopo un piccolo volo
camminare monca e rapida
avrete anche voi visto camminare le aquile.

(Testo di Fleur Jaggey, tratto dal volume Statue d’acqua)

Battiato un giorno ha scritto «felice di aver fatto la mia conoscenza». Ne siamo felici anche noi.

Le aquile

Buona lettura a tutte e a tutti.

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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