Alfonsina Strada: una vita da romanzo

È una serena notte di primavera, quando nasce Alfonsina, in una povera casa della Bassa Padana, e in cielo la luna è spaccata proprio a metà. La donna che ha aiutato sua madre a partorire pensa che sia un buon segno, e la vita della nuova nata sarà per metà difficile e  oscura, ma l’altra metà è destino che sia fortunata e luminosa. 

Coglie nel segno, e la bambina venuta al mondo quella notte del 13 marzo 1891 passerà dalla gran fame patita nell’infanzia alla popolarità che ne farà, nel primo decennio del nuovo secolo, “la regina della pedivella”. 

L’ultimo romanzo di Simona Baldelli, Alfonsina e la strada, ricostruisce dai pochi dati biografici che ne sono rimasti la storia di questa donna, Alfonsa Maria Rosa Morini, conosciuta poi come Alfonsina Strada col nome, che volle sempre mantenere, del primo marito. 

Suo padre Carlo lavora quando può come giornaliero e la famiglia, come tutte le altre nelle campagne, è numerosa: dopo di lei, che è la seconda figlia, arriveranno altri otto fra fratelli e sorelle, e per tirare avanti Virginia, sua madre, tiene a balia “i bastardini” dei brefotrofi della zona in cambio del modesto sussidio comunale. La maggior parte sono bambine, e tante muoiono prima di compiere un anno di vita. Nel romanzo i fantasmi infelici ed emaciati di quei “morticini” si riuniscono intorno al letto che Alfonsina condivide, dormendo testa piedi, con le sorelle (in un altro stanno tutti i fratelli), ma lei non ne ha paura. Anche la paura è un lusso che non si può permettere, e poi quelle povere anime hanno bisogno che lei gli parli. 

Due anni di scuola, giusto per imparare a leggere scrivere e far di conto, e poi subito un  lavoro, come sarta, perché ognuno deve guadagnarsi il pane al più presto. 

Un giorno il padre porta a casa una vecchia bicicletta, dovrebbe servirgli per trovare più facilmente lavoro. Ad Alfonsina, che ha dieci anni, quel vecchio catorcio sembra la cosa più bella del mondo, e ci monta di nascosto, la notte, sognando di andare lontano, fino ai paesi vicini che non ha mai visto, e magari, chissà, fino a Bologna, e sta’ a vedere – pensa – che la vita non finisce a Fossamarcia. 

Con la complicità della madre ottiene di poter usare la bicicletta la domenica, con la scusa di raggiungere le sagre e i mercati dove potrà offrire i suoi servizi di sartoria ai clienti. Ma con la bicicletta, la domenica, la ragazzina va a Bologna, dove i ciclisti veri, quelli che fanno le gare, si allenano sulla pista della Montagnola, e dal bordo lei può osservarne la postura e imparare lo stile. A Bologna trova lavoro in una sartoria non lontana dalla pista, così ha un buon motivo per usare la bicicletta tutti i giorni, e può mettere da parte qualche soldo per comprarsene una migliore, una Bianchi col manubrio all’ingiù, usata, certamente, perché a una nuova non ci può nemmeno pensare. Alla Montagnola c’è chi si accorge della passione di quella ragazzina, le dà dei consigli e le dice che con la bici potrebbe anche guadagnare dei soldi, partecipando alle gare. È un ciclista amatoriale, si chiama Carlo Messori. Molti anni dopo diventerà il suo secondo marito. Alfonsina incomincia a gareggiare, la domenica, dicendo in famiglia che va a messa, e guadagna pure qualcosa; come ha detto Messori, ormai è pronta anche a sfidare i maschi, e in una gara vince un maialino vivo. 

I genitori non approvano quella che a loro sembra un’ossessione insensata, da matta, e anche le compagne di lavoro la chiamano così, la matta. Se vuole continuare con le gare, le dice sua madre, deve andarsene di casa. Come? Sposandosi, come fanno tutte. E lei se ne va, a quattordici anni, insieme a un giovane tenero e gentile, Luigi Strada, “di anni diciassette, forgiatore di metallo e legno” nonché (sfortunato) inventore. Nel romanzo è un delizioso personaggio che assomiglia a Charlot. Insieme a lui, che l’appoggia nelle sue ambizioni e sarà il suo primo marito, si stabilisce a Milano diventando in pochi anni “la miglior ciclista italiana”, come la chiamano i giornali. È il successo, che la porta addirittura, nel 1909, con un gruppo di ciclisti, a San Pietroburgo, dove viene ricevuta dai Romanov e la stessa zarina le appunta sul petto una medaglia. E poi ancora gare, e ancora successi, a Torino e persino a Parigi, dove rimane ben due anni e si esibisce nei velodromi diventando una “vedette”. Poi però scoppia la guerra, le gare femminili cessano, la ciclista deve tornare in Italia e i soldi scarseggiano. Che fare? Alfonsina ha un’idea, iscriversi al Giro di Lombardia, con gli uomini. Riesce a convincere Armando Cougnet, amministratore della Gazzetta dello Sport, e nel 1917 partecipa al Giro. Viene ben accolta dai colleghi, che la stimano, e Girardengo considera un onore correre con la regina della pedivella, ma fra la folla non manca chi la insulta. Arriva ultima, ma ce la fa, mentre venti corridori si ritirano. E anche l’anno seguente partecipa alla gara.  

I tempi duri sembrano tornare nel difficile dopoguerra: Alfonsina è capace a stringere i denti, ma il suo povero Luigi non regge, ha un tracollo nervoso che lo costringe al ricovero in manicomio, da cui non uscirà più e lei torna per un periodo in famiglia. È un brutto momento, Alfonsina sente che deve reagire in qualche modo: nel ‘24 chiede di iscriversi al Giro d’Italia e per una fortunata combinazione ci riesce. Un’impresa epica, su strade disastrate, ma anche questa volta lei non si ritira e arriva al traguardo. Arriva a dispetto delle asprezze dei compagni, che perbacco il Giro d’Italia è una cosa seria, dei pregiudizi, delle cronache giornalistiche velenose, ma arriva. Dopo cadute rovinose, ferita, dolorante, con la bicicletta rotta, il manubrio sostituito da un manico di scopa, fuori tempo massimo e fuori concorso, ma arriva, mentre due terzi dei maschi si ritirano.  

La notizia dell’impresa fa il giro del mondo, ma il fascismo non vede di buon occhio le donne in bicicletta. In Italia le gare femminili non ci sono più e Alfonsina deve esibirsi altrove, anche nei circhi, in Francia, Spagna, Russia. Adesso è diventata “l’irraggiungibile pistarde”, e si scommette su di lei che affronta “la ruota della morte” al circo Barnum. 

Nel romanzo si accenna appena al suo secondo matrimonio con Carlo Messori, al negozio di biciclette con annessa officina che la coppia aprì a Milano e alla morte di lui, nel ’57. Si racconta invece, in modo dettagliato, l’ultimo giorno della vita di Alfonsina Strada, il 13 settembre del 1959, dal momento in cui si sveglia e poi esce di casa per andare in officina a prendere la sua moto Guzzi 500 e raggiungere Varese dove c’è una gara ciclistica, la Tre Valli Varesine, che vuole seguire. Il romanzo, anzi, si apre proprio con l’inizio di questa giornata – il cui svolgimento si alterna al racconto dei fatti salienti nella vita di Alfonsina – e si chiude con il racconto in prima persona di una signora ottantenne che allora aveva vent’anni e abitava proprio in via Varesina, sopra l’officina. È lei a chiamare l’ambulanza, quando la vede accasciarsi sulla sua moto, al ritorno dalla gara. Alfonsina l’aveva presa sotto la sua protezione da quando, bambina, era arrivata a Milano dal Sud, con la sua famiglia, e la trattava da nipote. 

Ma nella storia di Baldelli c’è ancora un altro piano temporale, più recente, in cui questa stessa donna, che si chiama Antonia, racconta qualche spezzone della sua storia di immigrata, del  suo rapporto con Alfonsina e del progetto dell’“Associazione di Toponomastica”, di dedicare alla corridora una strada della periferia milanese. Proprio lei, Antonia, è invitata a commemorare la sua amica famosa alla cerimonia ufficiale dell’inaugurazione, l’11 luglio del 2017, quando si scopre la nuova targa di via Alfonsina Strada, insieme alle donne dell’Associazione. 

E così Toponomastica femminile entra per la prima volta di diritto in un romanzo, un gran bel romanzo. E anche questa, lo possiamo dire, è una gran bella vittoria. 

Simona Baldelli 
Alfonsina e la strada 
Palermo, Sellerio, 2021 
pp. 311 

***

Recensione di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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