Editoriale. Nei suoi piedi il soffio del vento

Carissime lettrici e carissimi lettori,

di dolore ne abbiamo visto tanto. Sarà la condizione umana, saranno le coincidenze, ma in questi giorni ci avvolge un senso di tristezza e di mancanza. La funivia precipitata dal Mottarone con dentro 15 vite e lo scudo di un padre che salva il figlio, proteggendolo con sé stesso. I corpi, quelli che abbiamo visto pietrificati dal sale e dalla sabbia sulla spiaggia della Libia, corpi di donne e di bambini, come colpiti da un’assurda maledizione senza colpa di nuove bibliche mogli di Lot, restituiti da un mare non più affettuosamente nostrum, come l’avevano voluto chiamare con familiarità i romani. Gli immani disastri, umani e urbanistici, degli undici giorni di guerra su Gaza, già martoriata e schiacciata da decisioni non proprie. La ripetizione, ancora, nell’era vaccinale, di tante morti scandite dai bollettini giornalieri, vittime in una battaglia che non siamo ancora riusciti/e a vincere contro l’inferocito tramutante invisibile virus.

Lo spaesamento di questa ripresa a “rischio calcolato” e ragionato dalla politica è grande e ci spaventa. Ci avviamo alla ripresa con l’affaticamento di “attraversare la soglia” della porta di casa e lasciare, speriamo definitivamente, finestre e lontani ricordi festanti di balconi. Seppure le tante previsioni negative fatte in passato per una volta sembra siano smentite dalla realtà e possiamo credere a chi ci dice che prima di tutto, proprio grazie ai vaccini «stiamo evitando ospedale, rianimazione e cimiteri» (Massimo Galli). Ma la fatica è tanta, l’impegno psicologico per ritrovare le forze, non solo quelle economiche, è complesso e non così facile da trovare da un giorno all’altro.

La cronaca ci costringe a segnalare altre ingiustizie, altre azioni di esclusione verso le donne. Siamo francamente rimaste allibite leggendo, prima sui social (ormai nostri testimoni immediati) poi sui giornali, lo spiacevole episodio capitato ad Aurora Leone, attrice del collettivo napoletano The Jackal, che doveva partecipare come giocatrice alla Partita del Cuore a favore della ricerca scientifica. Leone è stata allontanata dal tavolo della cena con la squadra nazionale cantanti e  “invitata” ad andare lontano dal capitano Gianluca Pecchini, solo lei e non Ciro Priello, con il quale era arrivata al ristorante. A nulla sono valse le parole dell’attrice che si è dichiarata «convocata dalla squadra e non accompagnatrice». Pecchini ha mantenuto con lei un approccio sessista e davvero poco elegante, francamente verso chiunque, e ha detto a Leone: «Non mi far spiegare perché non puoi stare seduta qua, alzati e basta». Poi ha rincarato la dose rispondendo all’attrice che gli spiegava di nuovo che lei era stata convocata per la partita (di beneficenza!) e aveva dato anche le misure per il completo da calcio: «Da quando in qua le donne giocano? – ha sbottato – Il completino te lo metti in tribuna!»

Una proposta davvero indecente e terribile, oltre che secondo noi incostituzionale, è quella che Lella Golfo, che si firma come presidente della Fondazione Marisa Bellisario, ha chiamato “proposta laica” (ahinoi!) in una Lettera al direttore apparsa sulle colonne dell’Avvenire con lo scopo di arginare la denatalità che sta dilagando soprattutto in questo periodo Covid: «Si potrebbe pensare a “sospendere” la legge 194 – scrive senza mezzi termini Golfo – vietando l’aborto per cinque anni – tranne gravi casi di malformazione del feto o di violenza nei confronti della futura madre – e dare, invece, alle coppie che pensano di ricorrervi non una “mancia” ma un lavoro e una casa. È certamente una provocazione. Ma forse può servire a farci riflettere su dove stiamo andando e su quale direzione vogliamo prendere. Perché i figli non devono essere né un dovere né un lusso, ma una vera libertà. E la libertà vince sempre». Già, la libertà! Come si dice nella mia città, un tempo denominata caput mundi, «al secchio tutto il resto»! Vale a dire: i problemi sociali, come povertà (vecchia e soprattutto nuova), la mancanza di strutture di aiuto per favorire il lavoro femminile (come per esempio gli asili nido), più leggi di sostegno all’occupazione delle donne e alla loro retribuzione paritaria, la cancellazione della bruttissima prassi, ancora purtroppo esistente, di assunzioni fatte solo con la promessa all’azienda di non procreare. Questi sono i motivi forti della decrescita delle nascite, soprattutto nel periodo di pandemia, che ci ha impoverito economicamente e psicologicamente, non la frequentazione dell’aborto che non obbliga a praticarlo, ma è indice di civiltà e di libertà, appunto!

Intanto c’è chi ribadisce di nuovo che la famiglia “vera” sia quella dei diversi, per sesso (e non per amore), che i maschi naturalmente (sic!) si iscrivono a facoltà universitarie tecniche mentre le ragazze sono portate a quelle dell’aiuto come…ostetricia (!) mostrando, chi lo dice, una confusione notevole.

Poi c’è la rabbia. Per Saman, una ragazzina pakistana che vive (o viveva, ma speriamo non sia così!) a Novellara, vicino Reggio Emilia, scomparsa, ma senza nessuna denuncia da parte dei familiari praticamente fuggiti dall’Italia. Saman è colpevole di essersi opposta al matrimonio che avevano preparato (e comandato, aggiungiamo noi) per lei, secondo un diktat sociale ancora troppo difficile da scalfire.

Un po’ bella e un po’ brutta quest’altra notizia. Da un po’ di tempo in un social molto frequentato tra le giovanissime e giovanissimi (e non sempre innocuo per loro) è apparso un ragazzo. Si chiama Khaby Lame ed è, come si dice, uno di loro, capace di trasformare un male (la perdita del lavoro a causa della pandemia) in bene (questa si chiama resilienza!) e si è guadagnato le vette dei followers (trenta milioni e passa) a livello mondiale solo grazie alla sua disarmante e muta comicità alla Buster Keaton (che giura di non conoscere). Nei video ci mostra la banale soluzione delle azioni quotidiane che altri vogliono vedere complicate. Così si è preso i complimenti anche dell’inventore di Facebook. Il mondo intero conosce però Lame come “un ragazzo italiano”. Infatti è in Italia da venti anni (ne ha 21), arrivato, in aereo, con la madre, dal Senegal per raggiungere il padre che qui aveva trovato un lavoro. Ma Khaby Lame italiano non è e non può esserlo per legge, come non è italiana la piccola albanese, classe 2020, nata qui da noi, postata dalla mamma su un social, mentre è con lei in fila in questura per il suo primo permesso di soggiorno, che dovranno rinnovare per lei tra un anno e chissà per quanti altri ancora. Malinconiche storie dell’urgenza di una legge che ribadisca il diritto allo ius soli.

Tra i maschi, (“bianchi e italiani”) c’è poi chi scrive (lo ha fatto un cinquantenne in una lettera a una rubrica tenuta da Natalia Aspesi su un quotidiano) di sentirsi emarginato, attaccato e soprattutto “castrato” nell’esprimere i suoi sentimenti e le sue passioni artistiche a causa delle donne! «Un maschio non piange e non soffre» racconta il lettore alla scrittrice e questa è l’essenza dell’educazione ricevuta dalla madre. Così come è colpa delle donne, che si dichiara contento di non aver accolto mai in un’alcova matrimoniale, la possibilità a lui negata di poter scegliere liberamente lo studio dell’arpa, a cui si dedicava la nonna, perché ritenuto strumento troppo femminile. Fin qui potrebbe pure avere la nostra solidarietà. Tutto ciò le donne, e noi in particolare, lo sanno e infatti ne abbiamo parlato più volte, partendo dall’Abbecedario, nato proprio su questa rivista e scritto da Graziella Priulla. Tra le lettere dell’alfabeto, esaminate, settimana dopo settimana, c’era per esempio quella corrispondente alla B di Bambola e alla D di Danza, ambiti interdetti spesso ai maschi proprio per pregiudizio e stereotipo di genere.

 Ma tra questo e dire che il maschio sia “costretto” a non insegnare perché deve provvedere alle necessità urgenti familiari e che se andasse in guerra sarebbe votato a morire perché maschio, dire, come questo lettore cinquantenne ha fatto nella sua lunga lettera, che si parli più di femminicidi che di morti sul lavoro, che per questo lettore sono solo maschi, come, sempre secondo lui, la maggior parte dei clochard, ci dà la certezza che venga fuori una figura alterata di una mentalità maschilista e patriarcale ancora tangibile e troppo diffusa, che riesce ancora a procurare danno e seguaci, perché sono molti a pensarla così. Solo sulla carta è stato cancellato il concetto di capo famiglia, unico e maschio? Davvero triste questa storia che sembra portarci indietro e che invece è stata provocatoriamente pubblicata appena una settimana fa.

Passiamo, ancora grazie alla collaborazione di Sara Marsico, a presentare il numero di Vitaminevaganti di questa settimana. Calendaria ci propone Olympe de Gouges, seconda donna ad essere ghigliottinata dopo la regina, una pioniera del femminismo, ancora poco conosciuta ed insegnata nelle scuole, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina; e Katy Paparriga Kostavara, avvocata e femminista greca, instancabile attivista dei diritti delle donne.  Segue poi un interessantissimo articolo, con sguardo di genere, scritto a quattro mani, Riflessioni femministe molto critiche sul Recovery Plan italiano, che ne smonta la narrazione accolta dalla maggior parte dei media, mettendone in luce la mancanza di visione e la scarsa o nulla considerazione delle donne. Per la serie Fantascienza, un genere (femminile) incontriamo Ursula Le Guin, scrittrice feconda e interessantissima e i suoi romanzi, raccontati in un articolo che riguarda solo la prima parte della sua sterminata produzione. L’archivio di Stato di Venezia è la relazione del secondo incontro del ciclo di seminari El archivo de mi “historia, in cui apprendiamo, come afferma l’autrice, quanto all’interno di un fondo archivistico respirino insieme storie individuali, familiari, cittadine e internazionali e quanto sia interessante il lavoro dell’archivista. In 29 maggio 1453, quando una data cambia la storia, l’autrice ci racconta la caduta di Costantinopoli attraverso un bellissimo racconto. La Liguria di Laura Angelini, terra impervia e prospettiva privilegiata ci fa conoscere la viticoltura eroica e democratica delle Cinque Terre e dei colli di Luni. Regine del ghiaccio: le pioniere del pattinaggio, invece, nella sezione Sport ci conduce nel mondo di quell’attività motoria che è un connubio tra arte e tecnica, nata come disciplina riservata agli uomini, ma poi estesa alle donne, con grandi risultati. Il Divino parla femminile: il mondo ancora poco conosciuto delle teologhe femministe, con la sorpresa di scoprire che, nelle prime comunità cristiane non c’era alcuna disparità di genere! Ecco i libri qui recensiti: Gli anni diversi. Memorie di una bambina milanese, fra cronaca e storia, prima prova narrativa di Alessandra Marzola, la cui storia appassionerà lettrici e lettori, Alfonsina e la strada, la vita da romanzo della coraggiosa “regina della pedivella” per la prima volta raccontata da una donna in un romanzo, in cui si scoprirà la ragione per cui è citata anche la nostra associazione e Io e Clarissa Dalloway di Francesco Pacifico, un originale approccio al testo della Woolf per insegnare a un uomo come superare una crisi coniugale. Un interessante articolo sul Mobbing invita a riflettere su come le aziende in cui si verifica questa pratica pericolosa per l’equilibrio dei lavoratori e delle lavoratrici siano strutture malate. Nella sezione Percorsi di genere ci troviamo In viaggio con George Sand, alla scoperta di questa donna libera e affascinante, nei luoghi in cui scelse di scrivere, con lo pseudonimo maschile, e di abitare. Di viaggi e cammini ancora si parla nel nostro appuntamento di Les salonnieres virtuelles, che questa volta si occupa di Geografia, turismo e ambiente. Per la sezione cinema il ritratto di Alida Valli, la prima diva italiana di fama internazionale, di cui si celebra il centenario della nascita. Sulla falsariga di un titolo di una famosa canzone di Renato Zero, Il triangolo sì, il maggio di Limes ci racconta ancora dell’Italia narrata nel nuovo numero della rivista. L’analisi della possibile sua salvezza nell’eurozona, un viaggio con le parole di osservatori di risonanza internazionale, un’escursione tra Stati Uniti e Cina per trovare una nuova visione, geopolitica appunto.

Mentre preparavo questo editoriale, iniziato con la tristezza e il dolore della cronaca, è arrivata la notizia della scomparsa di Carla Fracci, una vera stella dei palcoscenici, sui quali volava leggera, in tutto il mondo, tra le braccia di grandi ballerini del suo stesso immenso valore artistico, da Rudol’f Nureev, Michail Baryšnikov, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Marinel Stefanescu, Erik Bruhn, Paolo Bortoluzzi e Roberto Bolle. Lei, praticamente sempre vestita di bianco, ha toccato il cuore dei poeti, uno tra i più grandi, il premio Nobel Eugenio Montale, al quale Fracci era profondamente, amichevolmente legata e che scrisse per lei Una ballerina stanca, una lirica per l’abbandono temporaneo delle scene per mettere al mondo suo figlio. Insegnante indimenticabile, battagliera e inflessibile nei valori dell’arte.
Memorabile il suo diverbio con l’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno per l’intoccabilità dei fondi alla cultura in difesa non solo del mondo della danza, ma dell’arte in generale.
Noi qui le dedichiamo questi versi, scritti dal poeta libanese Khalil Gibran (1883-1931) e conserviamo come eredità del mondo i suoi passi leggeri di vento.

Per un giorno, la corte del principe invita una danzatrice 
accompagnata dai suoi musicisti.

Ella fu presentata alla corte, 
poi danza davanti al principe 
al suono del liuto, del flauto e della chitarra. 

Ella danza la danza delle stelle e quella dell’universo; 
poi ella danza la danza dei fiori che vorticano nel vento. 
E il principe ne rimane affascinato. 

Egli la prega di avvicinarsi. 
Ella si dirige allora verso il trono 
e s’inchina davanti a lui. 
E il principe domanda: 

“Bella donna, figlia della grazia e della gioia, da dove viene la tua arte? 
Come puoi tu dominare la terra e l’aria nei tuoi passi, 
l’acqua e il fuoco nel tuo ritmo?” 

La danzatrice s’inchina di nuovo davanti al principe e dice: 

“Vostra Altezza, io non saprei rispondervi, 
ma so che: 

L’Anima del filosofo veglia nella sua testa. 
L’anima del poeta vola nel suo cuore. 
L’Anima del cantante vibra nella sua gola. 
Ma l’anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.

(La danzatrice, 1923)

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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